Mimma Gaspari, la pioniera | Rolling Stone Italia
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Mimma Gaspari, la pioniera

La discografia era tutta da inventare e lei era una delle poche donne a lavorarci. Paolo Conte che non vuole cantare, Zero e Dalla rifiutati dalla tv, Ciampi e l'alcol: storie di un mondo che non c’è più

Mimma Gaspari con Nada. «Tinto Brass voleva fare un film con lei. Non mi sembrò un film adatto a una ragazzina»

Foto dal libro 'La musica è cambiata?!'

Mimma Gaspari è una figura chiave della storia della discografia italiana, una donna che dal 1959 si è occupata di promozione, prima con Teddy Reno e la sua etichetta Galleria del Corso, poi con la RCA. Gaspari è una tostissima che se credeva in un artista faceva i salti mortali affinché questi potesse essere preso in considerazione dai media, e spessissimo riusciva alla grande. Ha tirato su gente come Patty Pravo, Nada, Renato Zero, Enzo Jannacci, Gabriella Ferri, Lucio Dalla, Gianni Morandi, Paolo Conte, per citarne solo alcuni. È stata promoter ma ancora di più motivatrice, si è presa cura degli artisti cercando di far sì che tirassero fuori il meglio e potessero esprimere tutto il talento. Ha una storia pazzesca alle spalle e ha assistito alla nascita di veri colossi della cultura musicale del nostro Paese.

Tutto questo è raccontato, con grande dovizia di particolari, in La musica è cambiata?! Dite la vostra che io ho detto la mia, pubblicato da Baldini+Castoldi, quasi 600 pagine nelle quali la Gaspari racconta la storia della sua incredibile vita e dei suoi incontri. Oltre alle pagine del libro del 2009 Penso che un «mondo» così non ritorni mai più, il volume si spinge ad analizzare la musica di oggi e ospita una serie di interviste a personaggi del passato e del presente (Renzo Arbore, Claudio Baglioni, Caterina Caselli, Riccardo Cocciante, Gianni Morandi, Renato Zero, Paolo Conte, Mogol e molti altri) ai quali viene chiesto: «Secondo voi dove è finita la storia della nostra canzone? Perché, ad esempio, il rap e i suoi derivati hanno preso così piede?». Il tutto per capire dove sta andando la musica italiana, a quali trasformazioni andrà incontro, se ci sarà ancora spazio per creazioni che durano nel tempo o se le canzoni sono destinate a susseguirsi senza lasciare traccia.

«Ho cercato di mettere in piedi» racconta «una sorta di dibattito tra me, che ho avuto la fortuna di vivere l’età d’oro della discografia e assistere alla nascita di canzoni oggi divenute immortali, e personaggi con i quali nel tempo ho avuto modo di collaborare. Rispetto ai miei tempi ora non c’è più la casa discografica che fa da filtro e lancia gli artisti più meritevoli, oggi questi si lanciano da soli tramite le piattaforme internet e solo in seguito vengano messi sotto contratto da un’etichetta. Il risultato è che questo “fai da te” penalizza un po’ la qualità. Ho visto il Festival e devo dire che i “classici” come Morandi o anche Elisa ammazzano tutti, si sente che in ciò che propongono c’è uno spessore diverso».

Lasciamo un attimo il presente e facciamo un passo indietro: come è nata la sua passione per la musica?
Vivevo in Romagna, mia madre suonava il pianoforte e mio padre l’oboe. Anche io avrei voluto studiare il piano, cosa che ho fatto ma che non ha avuto seguito perché evidentemente non ero portata. Questo non vuole dire che non avessi una passione smodata per la musica, anzi, ero un’accanita ascoltatrice di classica e moderna. Nel frattempo mi ero spostata a Roma per studiare scienze politiche e, siccome avevo una certa capacità nello scrivere e volevo essere indipendente, mi dedicavo a creare novelle per i giornali che poi mi venivano pagate.

Lei inizia la sua carriera nella discografia come autrice di testi, giusto?
Sì, avevo facilità con la rima e così passai anche a scrivere testi. In questo periodo mi capitò di entrare in contatto con Teddy Reno al quale le mie cose piacquero. Teddy aveva fondato la CGD che poi aveva venduto a Ladislao Sugar e ora stava per aprire una casa discografica a Milano, la Galleria del Corso, e mi propose di lavorare con lui. Così andai nella città lombarda e fui assunta. Il mio operato ebbe presto ottimi risultati, feci ad esempio il testo della versione italiana di Exodus, un brano di Pat Boone, che vendette più di 600 mila copie.

Come avvenne il passaggio da autrice a promoter?
Siccome mi rimaneva del tempo libero e vedevo che c’erano tante cose organizzative che andavano sistemate all’interno dell’etichetta, mi presi in carico di occuparmi anche dell’ufficio stampa, un lavoro che ho sempre fatto con entusiasmo e voglia di portare all’attenzione dei media chi meritava.

Da Roma a Milano e ritorno.
Esatto, a un certo punto conobbi quello che sarebbe diventato il mio futuro marito, lui stava a Roma e così decisi di tornare nella capitale. Era il 1965, all’inizio lavorai con la casa discografica di Orietta Berti, poi, su intercessione di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni che stimavano il mio operato, passai alla RCA. E faccia conto che le uniche lavoratrici donne all’interno della casa discografica al tempo erano segretarie. A quel punto mi offrirono di occuparmi della ARC, etichetta-satellite della RCA che era un po’ in uno stato di impasse. Mi misi all’opera e cambiai le carte in tavola: dal ’66 al ’68 lanciai Lucio Dalla, Enzo Jannacci, Patty Pravo e altri facendo un fatturato pazzesco.

Un caso veramente unico per una donna nell’Italia dell’epoca.
Alla fine il mio essere donna non è mai stato un problema, anzi si può dire che mi abbia spianato la strada. In ogni caso io ero perseverante e mi ero fatta un sacco di amici in tv, ero considerata una promoter di lusso, mi volevano bene e io lavoravo come una pazza divertendomi allo stesso tempo.

Non incontrava mai impedimenti?
Non riuscii mai a convincere Arbore di quanto la Berti fosse una grande cantante, lui non ne voleva sapere, voleva canzoni più particolari; per dire, lui fu il primo a trasmettere Vengo anch’io di Jannacci, che poi fu censurata dalla Rai e che io allora proposi a Radio Montecarlo. Questi videro lungo, il pezzo diventò un successo e anche da noi furono costretti a passarla.

Con chi si trovava meglio?
I più facili da gestire sono stati Nada, Nicola di Bari… i melodici. Più difficili erano i cantautori. A un certo punto mi misi in mente di convincere Paolo Conte a cantare, lui era già noto come autore ma a metterci la faccia non ci pensava proprio. Ci ho messo un anno per fargli cambiare idea e alla fine credo di avere reso un buon servizio alla musica.

E Lucio Dalla?
Lucio era un mostro di bravura ma in televisione non lo volevano perché dicevano che era brutto. Ho dovuto fare i salti mortali per convincerli. Poi da quando andò a Sanremo con 4/3/1943 le cose cominciarono a cambiare. In quel frangente, vista la sua pelata, lo convinsi a indossare una coppola, che poi divenne il suo marchio di fabbrica.

Pazzesco…
Durante gli anni ’70 però non è che Lucio vendesse molti dischi. Il direttore della RCA Ennio Melis pensava che la colpa fosse anche dei testi troppo difficili che in quel periodo erano curati da Roberto Roversi. Melis allora cercò di convincere Dalla a scriverseli da solo. Lui però non voleva tradire Roversi e nicchiava… A un certo punto quindi il direttore lo obbligò quasi, lo minacciò dicendogli che se non avesse scritto lui i testi lo avrebbe cacciato. In una settimana Dalla compose Come è profondo il mare.

Lei è stata anche testimone di un grosso periodo di crisi da parte di Gianni Morandi.
Eccome. Morandi all’inizio degli anni ’70 non voleva più cantare, il panorama stava cambiando, c’erano i cantautori impegnati, i gruppi, e lui si sentiva fuori posto con il suo repertorio. Io andai a trovarlo e mi confessò tutto, mi disse che si era messo a studiare il contrabbasso al conservatorio e che non ne voleva più sapere della musica leggera. Io però non ne ero per nulla convinta, anche perché credo che Gianni abbia la più bella voce della musica italiana, quindi avrebbe potuto cantare veramente qualunque cosa. Ma non c’era verso di convincerlo. Così contattai un funzionario della Rai e feci in modo che Morandi venisse coinvolto nella conduzione di una trasmissione che si chiamava 10 Hertz. Il successo del programma gli dette immediatamente un ritorno di popolarità che confermò il suo status di personaggio ancora amatissimo dagli italiani e gli dette fiducia per tornare a cantare.

Una vera motivatrice.
Io mi attaccavo al talento, se una cosa mi piaceva, se mi innamoravo del talento di un artista facevo veramente l’impossibile. Andavo addirittura in studio quando registravano così da conoscere già le canzoni e sapere su quale puntare. Poi li consigliavo sul giusto look, facevo con loro un lavoro completo sulla loro immagine artistica.

Mimma Gaspari oggi

Passiamo ad altri mostri sacri: Venditti e De Gregori.
Venditti e De Gregori li curava direttamente Melis, ma incontrava grandi difficoltà perché in televisione non li voleva nessuno. Solo a un certo punto, e a fatica, l’autore Bruno Voglino mi lasciò lo spazio in una trasmissione chiamata Trio nella quale potei inserirli. Col tempo poi la situazione si rovesciò e specie con De Gregori diventò un problema fargli fare della televisione perché per lui significava svendersi. Convincerlo a fare una trasmissione era impossibile…

Baglioni?
Con Baglioni ci mettemmo tre anni per fare uscire il primo LP, c’era sempre qualcosa che non andava. Poi a un certo punto Claudio si fissò che Melis amasse di più Venditti e De Gregori. In effetti non aveva del tutto torto, probabilmente una personalità come quella di De Gregori era più nelle corde di Melis, che segnalava a Francesco i libri da leggere, gli dava consigli e si imbarcavano spesso in conversazioni. Per questo Claudio, e anche Morandi, pensavano di non essere stimati.

Renato Zero?
Lanciare Renato Zero fu difficilissimo, non certo per il suo talento ma perché, come potrà immaginare, non volevano passarlo assolutamente in televisione. Voglino però, che era il più aperto in Rai, riuscì a inserirlo in uno show con Stefania Rotolo nel quale Renato si presentò tutto vestito di paillette e con un mantello. Uno dei dirigenti si arrabbiò tantissimo, io però gli dissi che un giorno lui mi avrebbe chiamato implorandomi di portargli Renato in tv. Cosa che puntualmente successe.

È stata anche vicino a un grande outsider come Piero Ciampi.
Piero mi stimava moltissimo ma era difficile lavorarci insieme. Organizzai per lui una serata al Derby di Milano, se passavi da lì e avevi successo era fatta. Lui cantò quattro canzoni in maniera perfetta, peccato che alla quinta cominciò a sbarellare per via dell’alcol, così dovemmo portarlo via. Un’altra volta in uno special Rai prese a insultare i tecnici e gli elettricisti, era un pericolo e io dovetti darmi da fare per spiegare loro i suoi problemi. Alla RCA non molti credevano in lui, mi chiedevano cosa perdessi tempo a fare. Io mi rendevo conto della situazione ma non smettevo di crederci, anche se era complicatissimo… Mi piacerebbe fare una trasmissione radio su Piero Ciampi, trovando i giusti spazi e l’interesse. Credo lo meriterebbe.

Tutto questo e moltissimo altro trova spazio nel suo libro.
Adesso Baldini+Castoldi ha deciso di ristamparlo aggiornandolo con tutta una nuova sezione con le interviste sui rapper e sul futuro della musica italiana. Conti che io non ho nulla contro la musica moderna, ho solo voluto capire meglio come funziona, sono animata da una sana curiosità che mi ha portato a parlare con ragazzi di oggi e con artisti che conosco bene. Inoltre, per tutti i “novizi” che leggeranno, ho incluso nel libro una lista di 250 canzoni italiane dalle quali non si può prescindere. Un piccolo grande sforzo che spero porti a un bel dibattito.