Mike Shinoda e il razzismo degli americani verso i giapponesi | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Mike Shinoda e il razzismo degli americani verso i giapponesi

Durante la Seconda guerra mondiale furono incarcerati senza motivo 120 mila giapponesi americani, tra cui il padre del musicista dei Linkin Park. È una storia pazzesca e non è detto che sia finita

MIKE SHINODA @ FABRIQUE 2019 - ALDEGHI-9448

Mike Shinoda

Foto: Michele Aldeghi

«Conosci i mochi ripieni di gelato?», chiede sorridendo Mike Shinoda. «Lo sai che li hanno inventati a Los Angeles?».

Il rapper e polistrumentista dei Linkin Park, 45 anni, spiega che «li hanno creati i giapponesi americani. La gente pensa che siano giapponesi e invece sono nati qui, anche se nessuno lo sa». Il punto non è il gelato. Il punto è la confusione che si fa tra giapponesi e giapponesi americani. Ed è un problema vecchio ottant’anni.

Poco dopo l’attacco di Pearl Harbor e l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, a dicembre 1941 Franklin Roosevelt ha approvato l’ordine esecutivo 9066. La legge prevedeva che le famiglie giapponesi-americane della West Coast venissero rinchiuse in campi di prigionia poiché considerate potenziali spie del governo giapponese.

Tra le decine di migliaia di uomini, donne e bambini incarcerati per la loro etnia c’erano anche il padre di Shinoda e la sua famiglia. Nessun giapponese americano è stato mai condannato per tradimento e spionaggio e in seguito vari presidenti si sono scusati, riconoscendo dei risarcimenti per le famiglie colpite.

«Nei libri di scuola, qui a Los Angeles negli anni ’90, c’erano solo due paragrafi su questa storia», racconta Shinoda, un Sansei, un giapponese americano di terza generazione. «Uno parlava di Pearl Harbor e l’altro dell’incarcerazione di 120 mila giapponesi americani».

Shinoda sapeva che il professore non raccontava agli studenti tutta la storia: «La mia famiglia aveva vissuto quel periodo, mi spiaceva non poterne sapere di più. Ci passavano sopra». La situazione non era poi tanto diversa in Giappone. «Anche nelle famiglie giapponesi non si parla molto di un tema tanto difficile. Usiamo una frase: shikata ga nai, ovvero: non puoi farci niente. Come dire che quel che è fatto è fatto».

Alcuni parenti di Shinoda raccontavano dei campi di prigionia, ma la conversazione restava sempre superficiale. «Era tipo: ti ricordi quel tizio che conoscevamo al campo? L’ho incontrato l’altro giorno…».

Il musicista sfruttava quelle opportunità per chiedere agli zii di saperne di più. «Dicevano qualcosina e poi passavano ad altro. Di nuovo, shikata ga nai: “Stai sprecando fiato, perché parlare ancora del passato?”».

Ottant’anni dopo l’apertura di quei campi, i sopravvissuti in grado di raccontare quella storia sono sempre di meno. «A un certo punto perderemo le voci e i racconti originali ed è scioccante. Quando parlo dei campi e della prigionia la gente non sa nemmeno cosa siano. E invece più se ne parla e più diminuiscono le possibilità che la cosa si ripeta».

Il nonno di Shinoda è il primo membro della sua famiglia a essersi trasferito negli Stati Uniti. Fa parte della cosiddetta generazione Issei. Aveva tredici figli, tra cui il papà del musicista – la generazione Nisei – e ha fondato aziende di successo a Orosi, California, dove gli Shinoda gestivano un negozio di alimentari nel centro della città. Nel corso del tempo hanno aperto anche un barbiere, una sala da biliardo e un distributore di benzina.

È tutto svanito quando la legge voluta da Roosevelt li ha costretti a lasciare le loro abitazioni. Muto Shinoda, il padre di Mike, aveva solo tre anni. «Davano 24 ore di preavviso e non dicevano se o quando sarebbero tornati a casa», racconta il musicista. «Potevi portarti solo quello che riuscivi a tenere in mano».

Le famiglie partivano con sacchetti di plastica pieni di vestiti, non sapendo dove sarebbero finite. I vicini che temevano che le loro cose non fossero al sicuro a casa hanno chiesto agli Shinoda di conservarle nel negozio di alimentari.

Le famiglie venivano caricate sugli autobus e inviate in vari campi. Le baracche dove avrebbero dovuto vivere non erano ancora state costruite, così sono stati momentaneamente trasferiti nei cosiddetti War Relocation Centers, ovvero zone fieristiche, luna park e altre aree vuote. La famiglia di Shinoda è stata incarcerata nell’ippodromo di Santa Anita.

«Li hanno messi nelle stalle, dove un tempo c’erano i cavalli», spiega. «A terra c’erano feci di cavallo e fieno. Non c’era neanche il letto, niente di niente». Le famiglie sono state poi trasferite nel Poston War Relocation Center, in Arizona, dove sono rimaste con altri 18 mila giapponesi-americani per il resto del conflitto.

«Mio padre raccontava di quando facevano sport», ricorda Shinoda. «Qualcuno aveva recuperato un proiettore, così vedevano film usando la torre idrica come schermo. Avevano splendidi orti dove i bambini raccoglievano frutta e verdura».

Ma più di ogni altra cosa, il padre di Shinoda ricordava lo sporco. Le baracche erano costruite in modo approssimativo e la polvere del deserto entrava dalle crepe dei muri. «Si svegliavano in brande ricoperte di sporcizia. Si alzavano e pulivano il tavolo per la colazione. La polvere doveva essere spazzata via ovunque. Usavano i bagni comuni. Poi tornavano a pulire il tavolo e si mettevano a mangiare».

La generazione Nisei nei campi viveva un’agonia più particolare. Come il padre di Shinoda, erano tutti nati negli Stati Uniti. Non conoscevano nient’altro che la vita in quel Paese e alcuni di loro volevano aiutarlo combattendo. «Un paio dei miei zii sono entrati nell’esercito per dimostrare di essere veri americani», racconta Shinoda, citando un altro termine giapponese – fugen jikko, i fatti prima delle parole – per spiegare la loro mentalità.

Dopo la chiusura dei campi, nel 1946, alcuni membri della famiglia sono tornati a Orosi per vedere cos’era rimasto e provare a ricominciare. Hanno visto che le case in cui abitavano e i posti in cui lavoravano erano state distrutte o vandalizzate e si sono spostati in altre parti della California.

Dopo la fine della guerra, ai giapponesi americani non era consentito possedere terreni. E così la famiglia di Shinoda è passata da gestire attività economiche di successo a raccogliere fragole nei campi. I sentimenti anti-giapponesi erano fortissimi negli Stati Uniti e in molti consideravano quelle comunità alla stregua di nemici. A differenza dei tedeschi-americani, i giapponesi erano facili da identificare in società e la discriminazione è continuata anche in pubblico.

«Il razzismo non era un sentimento, era un fatto», dice Shinoda. «Non c’era niente di sfumato. I giornali erano pieni di insulti razzisti. Persino i politici li usavano». Gli insegnanti della sua scuola apostrofavano i membri della sua famiglia in modo razzista, anche durante le lezioni.

È stata la madre di Shinoda, una donna bianca dell’Appalachia, ad assicurarsi che i figli fossero consapevoli delle loro origini giapponesi. Cucinava piatti giapponesi che aveva imparato dai suoceri e ogni due anni partecipavano al festival di Obon, una tradizione buddista giapponese per onorare gli spiriti degli antenati.

Nel corso degli anni, Shinoda ha raccolto le storie della sua famiglia durante la prigionia. Istintivamente, le ha messe in relazione con la musica rap che adorava. «Ascoltando il rap imparavo sempre qualcosa su razzismo e discriminazione», racconta. «Parlo della musica di Boogie Down Production, degli NWA, di Ice Cube. Parlavano di quello che non c’era sui giornali… è così che ho scoperto le Pantere Nere, Malcolm X e il razzismo sistemico».

Nel 2005, ormai adulto, Shinoda ha registrato un pezzo – Kenji – con il progetto parallelo Fort Minor. La canzone racconta l’esperienza del padre, un bambino giapponese americano, durante la Seconda guerra mondiale. «Volevo che il pezzo trattasse un argomento unico nel suo genere, quelle parole sono venute fuori dal nulla», racconta.

La storia dei giapponesi americani imprigionati durante la guerra è ancora attuale, dice il musicista. «Quelle ingiustizie ci sono ancora oggi, ma hanno una forma diversa». Nel 2017, quando Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo 13769, il cosiddetto Muslim ban che impediva ai cittadini di sette Paesi a maggioranza islamica di entrare negli Stati Uniti, Shinoda ha osservato con orgoglio i membri della comunità giapponese americana che raccontavano la storia di quei campi sui social, avvertendo che la storia rischiava di ripetersi. «Dicevano: noi ci siamo passati, è illegale!».

Nel complesso, la famiglia di Shinoda dal lato del padre comprende circa 150 persone, con talmente tanti cugini che è difficile tenere i contatti con tutti. «Ho sentito qualcuno dopo l’uscita di Kenji. Dicevano: grazie per averla scritta, perché ora posso parlarne seriamente con i miei genitori», racconta.

Alcuni di quei cugini gli hanno inviato documenti e fotografie delle loro famiglie. «Le generazioni più giovani vogliono saperne il più possibile. Quelle più vecchie non vogliono parlarne. Hanno vissuto troppo a lungo minimizzando le loro origini giapponesi per integrarsi con gli americani».

Il fatto che Kenji sia ancora ascoltata e che il pubblico ragioni su quello che rappresenta rende Shinoda felice. «L’obiettivo di Kenji era raccontare una storia. C’era chi non aveva mai sentito parlare di quei campi. Mi capita spesso di sentire persone d’ogni tipo commosse dal pezzo. È uno degli obiettivi di chi fa l’artista: creare qualcosa che colpisca la gente e magari, come in questo caso, insegni qualcosa».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  Mike Shinoda