Mezzo secolo di Osanna | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Mezzo secolo di Osanna

Nell'agosto 1971 usciva il debutto della band napoletana. Lino Vairetti racconta tutto: la teatralità che ha ispirato Peter Gabriel, gli inediti di Pino Daniele che custodisce, il no al Festivalbar, il nuovo docufilm

Gli Osanna nel 1971

Foto per gentile concessione di Lino Vairetti

Napule è, cantava qualcuno. Napoli è un crocevia di umori e sensazioni che ha reso possibile una miracolosa mistura musicale a base di rock, soul, blues, jazz e musica popolare: il cosiddetto Neapolitan Power che nella seconda metà dei ’70 ha trovato il suo più raffinato cantore in Pino Daniele. Ma non c’era solo lui, c’erano i tellurici Napoli Centrale di James Senese, il colorato mercato delle pentole percosse di Tony Esposito, il ritmo fremente di Tullio De Piscopo e molti altri.

In questo ben di dio c’è un tesoro nemmeno tanto nascosto, una band che ha praticamente dato vita al Neapolitan Power. Questa band si chiama Osanna e durante gli anni ’70 si segnala come uno dei migliori act sulla piazza italiana. Un gruppo che in epoca progressive, mentre molti si adagiano su lussureggianti atmosfere sinfoniche e testi mitologico-filosofici, torna al ventre della Terra, alla sporcizia, all’inabissarsi tra i vicoli maleodoranti di Napoli per cantarne gioie e difetti, sempre con piglio duro e rivoluzionario, con musiche che in parte si tingono del sinfonismo imperante ma che spesso si fanno ruvide come il disagio sociale che raccontano.

Dall’hard rock-folk del primo album L’uomo, alla colonna sonora di uno dei cult assoluti del poliziottesco italiano, Milano Calibro 9, fino al capolavoro del 1973 Palepoli, nel quale la miscela si fa ancora più progressive in un viaggio oscuro e devastato nel cuore di una città che attende solo di sorgere a nuova vita. Lodato in tutto il mondo, con picchi di vera idolatria in Giappone, Palepoli consacra gli Osanna come band di punta del prog italiano, ieri come oggi.

In occasione del cinquantesimo anniversario del gruppo, abbiamo chiacchierato con il cantante Lino Vairetti che il 10 agosto, data di uscita dell’album del 1971 L’uomo, terrà una festa su Facebook, «con tanto di torta raffigurante la copertina del disco».

Che ne dici se torniamo indietro nel tempo a formazioni quali i Volti di Pietra e i Città Frontale, le prime band che vedono la tua presenza in qualità di fondatore?
I Volti di Pietra sono stati il mio primo vero gruppo, dopo una serie di piccole esperienze. Erano composti da me alla voce, Lino Ajello alla chitarra (che poi sarebbe finito nel Balletto di Bronzo), Enzo Petrone al basso e Carlo Fagiani alla batteria. A seguito dello scioglimento di questa formazione sono entrato in un gruppo che si chiamava I Collegiali, con questi miscelavo la mia anima più rock, vicina allo spirito dei Rolling Stones, a quella dei Beatles che era stata prerogativa di questo gruppo. Eravamo una band con tre voci, io ero la principale e con gli altri facevamo dei cori meravigliosi. Quando anche I Collegiali si sono sciolti ho rimesso in piedi i Volti di Pietra aggiungendo il tastierista Gianni Leone, che all’epoca era veramente un ragazzino, e mutando poco dopo nome in Città Frontale.

In quel periodo ho conosciuto Danilo Rustici che era un tipo estroso e creativo, un vero genio. Con lui è nata l’idea di una nuova band nella quale potere esprimerci con brani nostri, abbandonando le cover che avevano caratterizzato i gruppi precedenti. La cosa particolare è che volevamo comporre pezzi che unissero il rock e la musica classico-contemporanea, in questo fummo influenzati dal Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza nel quale militava anche Ennio Morricone. Il primo brano che io e Danilo componemmo insieme fu Mirror Train, poi contenuto ne L’uomo. Nella band entrarono poi Massimo Guarino alla batteria e Lello Brandi al basso. Anche Gianni Leone per qualche tempo partecipò, era stimolato dal carattere innovativo dei nostri brani. Successe però che io ero il cantante principale e anche lui avrebbe voluto cantare, inoltre alcune nostre cose gli sembravano troppo melodiche per i suoi gusti. Di comune accordo quindi ci abbandonò per raggiungere più tardi il Balletto di Bronzo. Al posto di Gianni entrò Elio D’Anna che era stato il sassofonista degli Showmen. Elio era un po’ più grande di noi, era già un musicista professionista e aveva una mentalità più imprenditoriale. All’epoca ci chiamavamo ancora Città Frontale e lui ci disse che trovava il nome un po’ troppo intellettuale, per cui suggerì di cambiare. Così ci incontrammo nel nostro quartier generale, ovvero a casa di mia madre, e lì Massimo Guarino aprendo il vocabolario a casaccio mise il dito su Osanna.

Il cambio di nome vi porta fortuna, da lì la vostra carriera comincia a prendere il volo.
Sì, nel febbraio 1971 abbiamo fatto da spalla ad Arthur Brown che ci folgorò. Io all’epoca frequentavo l’accademia di belle arti e avevo già in mente di spettacolarizzare e teatralizzare la nostra musica. Vedendo ciò che il folle Brown faceva sul palco decidemmo di insistere su questa strada. Il problema era che avevamo pochi soldi. Per fortuna ci venne incontro mia madre che faceva la camiciaia, la chiamavano la camiciaia degli artisti. Lei ci cucì una serie di sai mentre noi decidemmo di pittarci i volti ispirandoci a Picasso.

Siete stati influenzati dall’assetto teatrale di Arthur Brown, ma a vostra volta avete influenzato la teatralità di Peter Gabriel.
Nel 1972 abbiamo fatto un tour con i Genesis grazie a Maurizio Salvadori che era il nostro manager e l’organizzatore del tour. Noi a quel punto eravamo già conosciuti in Italia, L’uomo era andato in classifica e ci eravamo conquistati una bella fama nazionale. Così abbiamo fatto una serie di date insieme, dormivamo nello stesso hotel e a Riccione facemmo anche una jam session alla Locanda del Lupo: io suonavo il basso, Danilo la chitarra, Phil Collins la batteria e Peter Gabriel le tastiere. In seguito ci siamo esibiti a Genova, al teatro Alcione, e siccome era la prima volta che suonavamo in un teatro, noi con la nostra veste teatrale e Peter Gabriel che sbirciava dalla platea. Al termine del concerto venne a farci tutta una serie di complimenti e da lì a poco anche lui cominciò a mettere sempre più attenzione al lato teatrale… Chissà, forse lo abbiamo spinto a tirare fuori il coraggio per osare di più sul palco.

Torniamo agli inizi degli Osanna, come siete arrivati a L’uomo?
Abbiamo avuto la fortuna di incontrare Renzo Arbore a cui siamo piaciuti molto, lui ci ha indirizzati a Pino Tuccimei che stava organizzando il Festival Pop di Caracalla e che ci ha voluti immediatamente. Noi andammo con questi sai e i volti truccati, una cosa che non si era mai vista in un gruppo italiano. Io suonavo un sintetizzatore artigianale costruito da Danilo Rustici con tre oscillatori ficcati in una scatola di brandy Stock 84. Danilo poi, che era un hendrixiano sfegatato e un comunista di ferro, volle fare Bandiera rossa con la chitarra. Elio D’Anna, che politicamente era di tutt’altro schieramento, ci intimò di non provarci, ma noi non gli demmo retta: Danilo salì sul palco ed eseguì l’inno davanti a 40 mila persone che andarono fuori di testa, tutti con i pugni alzati! Alla fine ci fu un’ovazione incredibile.

Gli Osanna in quel periodo furoreggiano nei tanti festival, eravate sempre presenti, uno lo avete anche vinto, giusto?
Era il Festival di musica d’avanguardia e di nuove tendenze di Viareggio, sempre nel ’71. Lo vincemmo insieme alla PFM e a Mia Martini. Da lì le case discografiche cominciarono a farci la corte, fino a quando firmammo un contratto favoloso con la Fonit Cetra. Tra giugno e luglio 1971 registrammo e mixammo e il 10 agosto uscì L’uomo.

Rispetto a PFM, Banco, Orme e altri sinfonici dell’epoca gli Osanna hanno avuto sempre una spiccata propensione verso il folk, l’hard rock, il blues… un po’ come i Jethro Tull.
Quello fu un caso perché il flautista Elio D’Anna non conosceva per niente Ian Anderson, semmai si rifaceva a Roland Kirk, al jazz, all’r&b, di prog non sapeva nulla. Il suo modo di suonare era totalmente istintivo e chiaramente per inserire uno strumento come il flauto nel rock devi usarlo in un certo modo. Per il resto è vero, noi eravamo più proiettati verso il rock, spesso duro, e per noi i testi erano importantissimi. L’uomo è un album concept con temi sociali e politici, con riferimenti a Jean Paul Sartre e all’esistenzialismo… gli altri gruppi invece si ispiravano alla mitologia, alla fantasia.

C’era anche il fatto che provenivate da una città in perenne fermento come Napoli.
A dire il vero ci abbiamo messo un po’ a inserire la nostra napoletanità nella musica, all’epoca ci vedevamo come dei rivoluzionari, eravamo contro certa cultura napoletana da cartolina, odiavamo il dialetto, volevamo essere contro il sapere dei padri. C’è voluto del tempo per recuperare questa nostra favolosa identità. L’idea in realtà ha cominciato a solleticarci quando Renzo Arbore scrisse le note introduttive de L’uomo, lui disse che noi eravamo i Pulcinella rock. Noi non capimmo subito quella frase, rimanemmo interdetti perché l’idea di fare i Pulcinella era ben distante da come ci sentivamo. Evidentemente però Renzo aveva avvertito un qualcosa di profondo che veniva dalla nostra terra, anche se non usavamo il dialetto. Questo ci fece incuriosire alla cultura napoletana che conoscevamo ma avevamo rimosso. La cosa troverà sfogo in Palepoli dove uniamo questi stimoli al nostro discorso politico. Quando cantiamo Fuje ‘a Chistu Paese ci rifacciamo a Edoardo de Filippo che una volta disse “fujtevenne”, riferendosi a una Napoli amministrata dalla destra, rappresentata nel film di Francesco Rosi Mani sulla città. In realtà noi non abbiamo mai lasciato la nostra città che è meravigliosa, il problema era starci dentro e dare il nostro segnale di controcultura.

Prima di Palepoli c’è l’incontro con Luis Bacalov per la colonna sonora di uno dei cult del nostro cinema, Milano calibro 9. Come foste coinvolti in questo progetto?
Dopo L’uomo stavamo lavorando a Palepoli che quindi avrebbe dovuto essere il nostro secondo album. Accadde però che dopo il successo di Concerto Grosso dei New Trolls, realizzato appunto con Bacalov, ci fosse la possibilità di lavorare a una nuova colonna sonora. E Bacalov, insieme al produttore-paroliere Sergio Bardotti, fece la proposta a noi per continuare la contaminazione tra classico e rock. Chiaramente per gli Osanna fu come vincere un terno al lotto: a 20-21 anni ci ritrovavamo già ad avere L’uomo che era andato in classifica, aveva avuto 11 passaggi televisivi alla Rai e aveva vinto il Premio della critica discografica italiana. Ed era la prima volta che l’album di un gruppo si accaparrava un premio così ambito, i Pink Floyd lo vinsero come gruppo straniero e noi come gruppo italiano. Così andammo a Roma per lavorare alla colonna sonora propriamente detta, che contiene anche brani che non appaiono sul disco. Dopodiché Bardotti ci portò a Milano per re-incidere il materiale e adattarlo all’album. C’erano due temi portanti e tutta una serie di variazioni nelle quali ci lanciammo a tirare fuori tutta la nostra follia psichedelica. E poi c’era la canzone There Will Be Time che purtroppo nel film non appare. Successe infatti che Bacalov, durante la lavorazione per la colonna sonora, avrebbe dovuto farci avere per tempo il brano. Purtroppo era in ritardo con gli arrangiamenti e il regista Fernando di Leo necessitava del pezzo che avrebbe dovuto inserire in una scena d’amore tra Barbara Bouchet e Gastone Moschin. Così decise di usare ancora una volta l’Adagio dei New Trolls che già appariva in Concerto Grosso e There Will Be Time la includemmo solo nel disco. La canzone tra l’altro era stata pensata da Bacalov apposta per la mia voce e Bardotti aveva rielaborato per l’occasione uno scritto di Thomas Eliot da usare per il testo.

Tu oltre a cantare suonavi anche le tastiere, eravate un gruppo prog decisamente atipico, vista la mancanza di un “vero” tastierista…
Siccome ho una musicalità molto spiccata mi destreggiavo tra vari strumenti, ma lo facevo in maniera istintiva e non tecnica. Poi ero affascinato da questi aggeggi che all’epoca rappresentavano gli ultimi ritrovati in fatto di tecnologia musicale: il Mellotron, il Moog… Così li comprai entrambi e iniziai a suonarli. Non ero certo all’altezza di Flavio Premoli della PFM o dei fratelli Nocenzi del Banco, però mi ci approcciavo in maniera particolare. Avendo capito ad esempio pregi e difetti del Mellotron lo suonavo seguendo le sue peculiarità e non trattandolo come una “normale” tastiera. Poi mi adoperavo anche alla chitarra acustica a 12 corde e a vari altri strumenti. Facevo, come si dice a Napoli, il pazziariello.

Arriviamo quindi a uno dei capisaldi del prog italiano: Palepoli. Di questo disco conosciamo il suo carattere di concept, ma quale è la storia che racconta?
Anzitutto c’è da dire che Palepoli sarebbe dovuto essere un doppio album con un lavoro grafico fantastico: un anello che tirato permetteva alla copertina di diventare un cubo con tutta una scenografia interna. La Fonit Cetra però non ebbe il coraggio di spendere tanti soldi e ci obbligò a ridimensionare tutto in un album singolo che poi è diventata una sintesi dell’idea originale, che era una vera opera teatrale. Raccontava di tutta una serie di personaggi che ruotano intorno alla figura di Pulcinella, una sorta di corte dei miracoli, un popolo povero che cercava in tutti i modi di conquistarsi un posto e sconfiggere il potere. Si partiva nel ‘600 attraverso tutta una serie di immagini di popoli che si erano ribellati e si arrivava al presente. Tutto questo fu anche rappresentato sul palco in una specie di concerto-happening con la regia di Tony Newiller che aveva formato con Mario Martone e Toni Servillo un gruppo teatrale che si chiamava Teatri uniti. Lui mise su questa rappresentazione fortemente simbolica, con immagini che davano appunto l’idea di tanti popoli che si ribellavano al potere.

Non hai mai pensato di rimettere in piedi questo spettacolo?
Ci ho pensato e anche molto, ma c’è un grosso problema economico. Purtroppo al momento non abbiamo un seguito tale che ci consenta un progetto del genere. Non c’è chi crede e ci investe. Tutto quello che ho fatto negli ultimi anni l’ho fatto a spese mie: 20 anni fa sono arrivato al punto di vendere il mio appartamento per finanziare gli Osanna, investimento che non è mai rientrato. Ma non me ne frega niente, sono felice di avere riportato in auge il gruppo.

Al contrario di altre grandi band del prog italiano gli Osanna non hanno mai avuto delle hit clamorose, forse all’epoca non volevate scendere a compromessi?
È vero, ad esempio con There Will Be Time avemmo modo di arrivare al Festivalbar, ma rinunciammo perché il brano non era rappresentativo di ciò che eravamo, era una canzone basata sulla mia voce e sull’orchestra nella quale il resto della band rimaneva un po’ in ombra. Successivamente ci siamo, come si dice a Napoli, mangiati il cazzo, per l’occasione persa, perché fossimo andati avremmo comunque fatto colpo su una grande audience televisiva e questo ci avrebbe portato un po’ di successo in più.

Con Palepoli nasce il cosiddetto Neapolitan Power, questa incredibile fusione tra rock, musica della vostra terra, blues, jazz… Arrivaste prima dei Napoli Centrale, prima di Pino Daniele…
Siamo stati indubbiamente dei precursori… E pensa che la prima persona a cui Pino Daniele ha chiesto aiuto per la sua carriera sono stato io. Abbiamo lavorato insieme per sei mesi: Pino veniva da me, registrava le sue canzoni e io gli davo suggerimenti, dritte… Ho ancora dei provini fatti nel 1975 col mio registratore a quattro piste, tutto materiale inedito che non ha nemmeno suo figlio. Gli ho fatto anche il primo servizio fotografico, con foto scattate da me che poi finirono sulla copertina di Ca calore, il suo primo 45 giri. A un certo punto però litigammo perché teneva nu carattere di merda (ride) e lui fece un’altra strada. In ogni caso era talmente un talento e sarebbe stato impossibile non ottenesse il successo che ha ottenuto, era veramente un grande.

Foto: Riccardo Piccirillo

Un altro colosso della scena è James Senese, hai mai suonato con lui?
No, siamo amici ma non è mai capitata l’occasione, poi James è una persona un po’ strana, particolare. Grande musicista però schivo. Napoli è piena di talenti straordinari: James, Enzo Avitabile, Enzo Gragnaniello… però non c’è unione, ognuno vive nel suo mondo, a volte criticando gli altri… Pensa che qualche giorno fa sono andato alla commemorazione per Franco Del Prete, il batterista originario dei Napoli Centrale mancato l’anno scorso. Il figlio ha messo su una grande maratona musicale, c’era anche il sindaco, un sacco di gente. James però non è venuto. Così ho cantato io Campagna dei Napoli Centrale, con dei musicisti degli Avion Travel e altri.

Voi Osanna all’epoca produceste anche i Cervello di Corrado Rustici, fratello di Danilo e futuro produttore di fama mondiale. Dico bene?
In realtà li produssero Danilo ed Elio, che erano sempre stati come cane e gatto, ma che in quel momento stranamente unirono le forze per questo progetto. Io mi dedicai a fare un servizio fotografico per il gruppo e gli prestai il mio Mellotron.

A quel punto arriva un momento interlocutorio con Landscape of Life del 1974 e quattro anni dopo Suddance, un altro momento di grande fusione di stili, con molta Napoli dentro, ancora di più che in tutti gli altri dischi.
Suddance parla di emarginazione ed è tutto dedicato al nostro dialetto. Non c’erano più Elio D’Anna e Lello Brandi, erano entrati Enzo Petrone, bassista dei Volti di Pietra, e Fabrizio D’Angelo alle tastiere. A quel punto ci eravamo spostati in una direzione più legata al jazz-rock, che all’epoca andava per la maggiore. Anche Suddance ha vinto il Premio della critica discografica e quello dell’Annuario Discografico, un premio all’epoca molto ambito che oggi non esiste più, come migliore gruppo rock del 1978. Il tour successivo fu però funestato da problemi, non ultimo il delitto Moro. C’erano teatri chiusi ovunque per ragioni di sicurezza, poi tante altre vicissitudini, compresi diversi problemi con la droga da parte di alcuni di noi. A questo aggiungici tutta una serie di guai economici, nel 1979 quindi ci sciogliemmo definitivamente.

A questo punto c’è un buco di 20 anni esatti. Bisognerà attendere il 1999 perché tu e Danilo Rustici torniate su un palco sotto il nome di Osanna.
Sì, fu al Neapolis Rock festival, insieme ai Jethro Tull e alla PFM. Da lì abbiamo inciso Taka Boom nel 2001, per la mia personale etichetta discografica Afrakà, la rivisitazione di una serie di brani del passato con un unico inedito. Poi Danilo si è ammalato e io sono rimasto solo a gestire la band con tutta una serie di nuovi musicisti, tra cui mio figlio Irvin e David Jackson, ex Van Der Graaf Generator.

Nel 2015 un regalo inaspettato per tutti i fan di vecchia data: la ri-registrazione di Palepoli con nuove parti musicali e un suono che porta a galla diverse parti, specie quelle vocali, che nell’originale erano un po’ offuscate.
Sai, all’epoca registravamo con un otto piste, tante cose andavano perse nel mixaggio. Nel rifare Palepoli abbiamo aggiunto delle sezioni che derivavano dall’idea iniziale di doppio album, inoltre ho aggiustato un piccolo errore che era presente nella versione CD e in alcune ristampe in vinile. Chi ha riversato il master per quelle pubblicazioni infatti vi aveva inserito un pezzo che non appartiene al disco, un frammento con registrazioni al contrario di There Will Be Time e Oro caldo. Non andando ad ascoltare il disco originale chi ha fatto il transfer ha inserito questa traccia facendola diventare Stanza città, che invece è parte di un’unica suite insieme a Oro caldo.

Nei concerti attuali avete anche ricuperato la presenza di Gianni Leone.
È una cosa che mi fa molto piacere, io e Gianni siamo praticamente fratelli e la sua presenza è un valore aggiunto.

Cosa mi dici del docufilm e del libro sulla vostra carriera?
Il film si chiama Osannaples e lo abbiamo già presentato in due festival molto importanti. È diretto da M. Deborah Farina, giovane regista romana che conosce gli Osanna meglio di me. La pellicola non si occupa di… osannare gli Osanna, ma si sofferma anche sulla controcultura di quei tempi, sulla rivoluzione giovanile della Napoli del post ’68, una città che all’epoca stava praticamente morendo e che noi giovani abbiamo completamente ribaltato. Ci sono un sacco di documenti storici, spesso inediti, e tanti relatori che hanno raccontato la nostra storia. Il film sarà allegato al nostro nuovo album in formato DVD e poi sarà presentato in molti altri festival a carattere internazionale. Il libro è scritto dal giornalista Franco Vassia, si intitola L’uomo: sulle note di un veliero, sarà pubblicato da Jacobelli Editore e descrive la mia vita, la controcultura napoletana e tutta la mia verve politica. Poi chiaramente tutta la storia della band con una nutrita serie di aneddoti, fotografie e molto altro.

Cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo album?
Abbiamo voluto percorrere una strada che partisse da quei mitici anni ’70, da quella rivoluzione culturale che dava spazio a una nuova dimensione di controcultura. Ho voluto riprendere anche diverse citazioni a noi stessi, citazioni di atmosfere più che musicali in senso stretto, come il brano Tu, dedicato a Danilo Rustici, scomparso nel febbraio di quest’anno, che si riallaccia a There Will Be Time. Il disco si chiama Osanna 50: il Diedro del Mediterraneo e contiene viaggi a carattere hendrixiano, omaggi a Woodstock, a Bob Dylan, ai King Crimson, il recupero della nostra tradizione napoletana, testi impegnati… Insomma, cerchiamo di tenere a bada la banalità offrendo un disco pieno di spunti che guardino al passato per proiettarsi verso il futuro.

Altre notizie su:  Lino Vairetti Osanna