Metallica is back. La band ci racconta della nuova vita e del nuovo album | Rolling Stone Italia
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Metallica is back. La band ci racconta della nuova vita e del nuovo album

Con "Hardwired... To Self Destruct" sono stati capaci di reinventarsi e sono pronti a pestare ancora parecchio forte nei loro infiniti live. Ecco il racconto di un incontro e di un concerto esclusivo

I Metallica sono, da sinistra, Robert Trujillo, James Hetfield, Lars Ulrich e Kirk Hammett. Si sono preparati duramente per l’uscita del disco Hardwired... To Self-Destruct, il 18 novembre, e all’avvio del nuovo tour mondiale - Foto Ross Halfin

I Metallica sono, da sinistra, Robert Trujillo, James Hetfield, Lars Ulrich e Kirk Hammett. Si sono preparati duramente per l’uscita del disco Hardwired... To Self-Destruct, il 18 novembre, e all’avvio del nuovo tour mondiale - Foto Ross Halfin

Subito, senza indugiare. Please, INVITO a guardare-ascoltare il video Moth Into Flame dei Metallica. E a perdervi in musica, ritmo e parole. Puro metal, Metallica is Back. Sono due giorni che sono sulle spine, perché non so ancora se me li faranno intervistare. Di conseguenza, non so nemmeno come programmare le 5 “W” – who-where-what-when-why – che regolano ogni pezzo scritto da un giornalista che si rispetti.

Poco importa visto che, essendo anarchico (letteralmente), mi fido sempre del mio istinto e, di conseguenza, le cose importanti per me prima di un’intervista sono, oltre alla ricerca, fucking fondamentale, chi paga hotel/aereo, che se magna, che tempo farà (Crocs o Vans) e, soprattutto, se in aereo riuscirò ad avere il posto corridoio, visto che stare per ore tra due motherfucker yankees che non ti faranno mai appoggiare i gomiti non lo auguro a nessuno.
Dopo qualche giorno di attesa, arriva il fatidico We Are a Go (pollice alzato) tipico dei lanci-partenze space shuttle e tutti i vari Apollo da Cape Canaveral-Houston. Si va, tutto ok, adrenalina a mille. (who) METALLICA, (what) American Airlines, (where) Electric Lady Studios, nel mezzo del Greenwhich Village NY, (when) red-eye, occhi arrossati perché si vola di notte, (why) in occasione del lancio-ascolto del nuovo doppio album Hardwired… To Self-Destruct, prodotto da Greg Fidelman e distribuito per la prima volta dalla loro stessa indie label, la Blackened Recordings.
Dopo sei ore di volo, diversi film (vi consiglio Demolition con Jake Gyllenhaal, un film bellissimo, dolce, struggente, reale e meritevole sulla depressione da XXI secolo, quella che ci portiamo dietro tutti, indipendentemente dal fatto di avere un lavoro o meno), due cuba libre (Lemmy docet) e una notte passata insonne, arrivo al JFK alle 6:30 a.m.
La Bestia in completa tenuta californiana sotto il diluvio universale che si riversa su New York City. Nella prossima ora, tanto ci metto da Jamaica Station all’hotel, scopro il vero significato della frase tanto cara a Spike Lee “in a New York minute”: il ritmo frenetico di questa città, tanto diversa dalla “laid back palme&infradito di L.A.”. Nessuna indecisione, zero dubbi, zero tempo da perdere, solo certezze, scale salite e scese di corsa, gente che ti sfreccia accanto senza manco guardarti, ciclisti veloci come motorini, persino l’iconico fumo che esce dai tombini sale in fretta, vorticosamente, come se anche lui avesse qualcosa da fare, posti dove andare, gente con cui parlare. This is New York City. Fuck you New York City, sono appena arrivato e già mi metti in ansia. Come in una puntata di Survivor (non è L’Isola dei Famosi!), apro il programma: playback di due ore dell’album, foto opportunity, incontro con la band, interviste il giorno dopo. Fantastico.
Metallica! 35 anni di carriera, 120 milioni di dischi venduti, concerti sempre sold-out, e 8 Grammy vinti, anche se il segreto è che si reinventano sempre, cambiano pelle come camaleonti, si danno totalmente ai fan, suonano per ore e ore, e i loro tour mondiali durano mesi, se non anni. This is Metallica, e il 18 novembre uscirà Hardwired… To Self-Destruct, 11esimo album in studio, disponibile in varie edizioni, doppio cd, digitale, vinile e un’edizione deluxe con i famosi riff originali creati alla nascita dell’album.
Arrivo ai mitici studi Electric Lady Studios (studio di registrazione inaugurato nel 1970, voluto da Jimi Hendrix e disegnato per lui dall’architetto specializzato in acustica John Storyk, nda) e capisco subito l’importanza dell’occasione, visto il numero di giornalisti rock&roll (una sessantina) mandati da tutto il mondo: giovani pronti a firmare col sangue, vecchi lupi di mare, fighe spaziali, un paio di vichinghi, dj radiofonici, roadies sukkiacazzi. Ci sono proprio tutti! Sorpresa gradita, all’esterno dello studio, la presenza e la sagoma inconfondibile di Marky Ramone, due parole e selfie di rito. Poi si entra e qui, come scritto sul programma (e in sintonia con la filosofia della band “nothing for free“), veniamo messi in fila e, a uno a uno, ci tolgono telefono, computer, iPad, GoPro e qualsiasi altro oggetto che possa registrare. In compenso, ci regalano un quadernetto rilegato in cuoio nero, con loghi di chitarre nere, penna nera, il tutto chiuso da elastico nero.
Nessuno si lamenta, mentre ci sediamo nella sala di ascolto, perché con la coda dell’occhio vediamo Lars, James, Rob e Kirk entrare dal retro e presentarsi davanti a noi. Saluti di rito, presentazione e via con l’ascolto. Una, due, tre canzoni e tutti che scrivono… Dopo quattro pezzi, il rumore è assordante, anche se Moth Into Flame sottolinea il romanticismo latente della band. Altre due ore di ascolto, molte canzoni abbastanza ripetitive. Peccato essere in studio: fossimo in concerto, spaccherebbero. Perché? Perché la musica è soggettiva, ognuno la sente dove cazzo vuole! Halo on Fire è fucking fantastica! Cambia direzione diverse volte, cambia ritmo, tempo, non finisce mai di sorprenderti. Così come comincia, tutto finisce e, sorpresa sorpresa, danno a ognuno una busta con tanto di nome-giornale, La Bestia-Rolling Stone Italia. La apro e c’è un biglietto per il concerto segreto al Webster Hall, 8:30 p.m. prima “puntata” del Tour Mondiale Metallica 2016. Eccitato, decido di rientrare a riposare. Sono esattamente 38 ore che non dormo.

STACCO TEMPORALE. È sera. Suona il telefono della mia stanza, e lo sento come fosse lontano, poi, mi sveglio all’improvviso, isterico, cuore a mille, colto da quel senso di colpa che ti attanaglia e che ti dai del coglione, visto che non ti sei svegliato in tempo. Sono le 8:15. Il concerto è alle 8:30. Scendo in metro, West 34th. Prendo la N-Q Train (che porta a Ground Zero), due fermate e sono a Washington Square, East Village. Salgo gli scalini, sfreccio fra la gente, schivo passanti e macchine e, ansimante, svolto sulla East 11th Street, dove vengo letteralmente fermato da un muro di gente, fan, rockettari, poliziotti, cacciatori d’autografi in coda, assiepati fuori dalle mura di mattoni rossi del famoso Webster Hall, il club più grande (2500 persone), più storico (primi concerti nel 1886) e famoso di NY, specialmente dal punto di vista del rock&roll (Perry Como, Belafonte, Elvis Presley, Dylan, Clapton, Prince, Guns N’ Roses…). Dopo aver mostrato il braccialetto-pass, vengo perquisito e fatto entrare. Salgo le scale, entro nella main hall, altro muro di persone, tutte in religioso silenzio, in attesa di sentire di nuovo, dopo otto lunghi anni, the magnificent four: Rob, James e Kirk sul palco, e Lars, alla batteria. Il momento religioso viene interrotto dall’attacco della band. Non essendo un hardcore fan del trash metal, devo ammettere che non capivo, non sapevo. Adesso sì. Quattro ore dopo, senza smettere un attimo, senza respirare, sempre in movimento, all’unisono con i fan, suono ritmato da calata delle onde barbariche, con tanto di ciondolare di teste, dando tutto quello che si ha dentro. Attenzione: lo scambio tra fan e band è reciproco, vero, sentito, sincero. Tutti cantano Breadfan, Harvest of Sorrow, Fade to Black, Master of Puppets, Enter Sandman, Hardwired and Seek & Destroy, persino la nuova Moth into Flame… Concerto del secolo! Che mi ha dato l’opportunità di osservare da vicino i fan. Tutti di una certa età, dai 35 fino ai 50/60, capelli lunghi, ricci, curly, tutto cuoio, tutti bikers à la Sons of Anarchy, tutti con la voglia di non mollare mai, di ritrovarsi sotto ai fasci di luce, a cantare insieme. Pochi i ragazzini, devono ancora vivere e soffrire, forse. Colore predominante nero: neri i pantaloni, neri i capelli, nera la barba, t-shirt, baffi, tutto nero, ma non un nero in vista. Anzi sì, uno al bar. Avvolto dal buio e vestito di nero, ecco perché non lo vedevo. Altra cosa che spicca, le due diverse estrazioni sociali dei fan: dreamer e realizzati. Quelli che pagano la birra con la Black American Express e quelli che tirano fuori una banconota tutta accartocciata dalla tasca dei jeans, neri anche quelli. Esperienza fantastica, anche perché Rob, James, Kirk e Lars si sono veramente divertiti a suonare! Subito dopo tutti a nanna, domani le interviste.

METALLICA IS FUCKING EASY! È FACILE RILASSARSI IN ALBERGO BEVENDO CHAMPAGNE. CRESCERE I PROPRI FIGLI È IL VERO LAVORO!


Questo è il primo album in studio dal 2008. Perché avete aspettato tutto questo tempo?
LARS Ci sono state parecchie digressioni. Abbiamo fatto un album con Lou Reed; prodotto e interpretato il film Metallica Through the Never, siamo stati in tour, abbiamo suonato in Antartide, cresciuto i nostri figli, abbiamo viaggiato, letto, scritto e suonato altro. Le distrazioni fanno bene, devi provare cose nuove, sperimentare, solo così ti puoi reinventare. Fare un disco è un processo lungo, ci vuole pazienza, fortunatamente non abbiamo pressioni, possiamo prenderci tutto il tempo che ci serve.
ROB Io ho anche prodotto un documentario su Jaco Pastorius, uno dei miei idoli. Lo definivano il Jimi Hendrix del basso, ha reso il basso uno strumento importante. Negli anni ’70 era all’apice della sua carriera con i Weather Report, poi negli anni ’80 il suo disturbo bipolare gli ha rovinato la vita, da leggenda capace di riempire gli stadi è finito a vivere per strada. È morto giovane, a 35 anni lo hanno massacrato di botte perché voleva entrare in un club senza pagare. La prima volta che lo vidi in concerto fu a Santa Monica nel 1979. Nel 1996 sono diventato amico del figlio Johnny e abbiamo deciso di fare il documentario, dedicandoci sei anni.

Qual è il processo creativo di questo album?
LARS È sempre lo stesso, non c’è nessun metodo preciso, qualsiasi cosa può far nascere una canzone, un riff, un’idea di titolo, un soggetto, un testo, una parola. Un paio di anni fa Greg Fidelman (loro ingegnere del suono da 10 anni e produttore dell’album, ndr) mi ha dato tutto quello che era avanzato da Death Magnetic, più di 1500 bozze di idee e riff, che ho selezionato fino ad averne 50 su cui poter lavorare. Così sono nate le 12 nuove canzoni. Questo album è diverso dagli altri. È coinciso, stringato, essenziale. Death Magnetic era un lavoro più collettivo, questo invece è più Lars e James. Con James inizio a fare i primi mix, assembliamo un collage di elementi che ci piacciono, idee nuove, vecchie, e poi iniziamo a lavorarci separatamente. Una settimana dopo ci ritroviamo e cominciamo a costruire un puzzle, siamo come ingegneri in una torre di controllo che devono far atterrare vari aeroplani nel più breve tempo possibile e quindi cercano di trovare il giusto incastro. Lavoriamo così da anni. Devo dire che non conosco band che lavorano in questo modo, ma per noi funziona. Molti dei gruppi che conosco entrano in studio e iniziano a suonare e prima o poi trovano la canzone che vogliono. Per noi è meno istintivo, più organizzato, costruito.
ROB James scrive i testi, le parole sono spesso sue, Lars è fantastico negli arrangiamenti, poi facciamo brainstorming, raccogliamo idee, proviamo sempre qualcosa di diverso, finché troviamo quello che ci piace. Io sono spesso il mediatore del gruppo, sono un po’ come un’ancora che interviene nel caso ci sia una bufera!

È cambiato qualcosa?
LARS L’unica cosa che è cambiata è la tempistica. Prima entravamo in studio, scrivevamo, registravamo ed era l’unica cosa che richiedeva la nostra attenzione. Adesso, visto che ognuno di noi ha una famiglia e vari figli, registriamo in modo completamente diverso: entriamo in studio per due settimane e poi facciamo altro, magari suoniamo a un festival, o passiamo tempo in famiglia. Questo è il primo album che abbiamo registrato completamente ai nostri HQ di San Rafael (i famosi Head Quarters che custodiscono tutta la memorabilia di 35 anni di carriera, con tanto di stanze segrete di registrazione, ndr) nella California del Nord. Ogni altro album è stato registrato in diverse parti del mondo, NY, Danimarca, Los Angeles, Malibu, isolati per conto nostro, 12 ore al giorno. Questa volta la famiglia era la nostra priorità. Se non fosse stato così, nessuno della band avrebbe fatto un altro disco, per noi è l’unico modo per darci una stabilità. Tutti mi chiedono come faccio a continuare questo regime dopo tutti questi anni. Mi dicono: Metallica is hard! Ma se devo essere sincero Metallica è la mia valvola di sfogo, crescere una famiglia, sì, che è duro! Alzarsi al mattino alle 6, preparare la colazione, portare i figli a scuola, andarli a prendere, poi le varie attività sportive, calcio, nuoto, tennis, danza, seguirli ovunque, controllare i compiti, andare alle feste di compleanno! Metallica is fucking easy, dude! È facile rilassarsi a Parigi in una camera d’albergo, bevendo champagne! Crescere i propri figli, quello è il vero lavoro!

METAL È UNA MENTALITÀ, UNO STILE DI VITA TERAPEUTICO, UNA FORMA D’ARTE CHE DOVREBBE ISPIRARE CHIUNQUE A CAMBIARE IL MONDO


Cos’è il Metal oggi?
ROB Anche se Metal è una definizione troppo vaga, direi che Metal è un comportamento, una mentalità, uno stile di vita terapeutico, una forma d’arte che dovrebbe ispirare chiunque a creare, a stimolare energia positiva, a cambiare il mondo. Puoi trovare Metal ovunque, Jimi Hendrix era metal, i Led Zeppelin, Black Sabbath, i “nuovi” Gojira, Crosses †††. Metal è potere, ritmo, groove, funk, swing.
LARS Metal è quello che ti muove, che ti interessa, un’attitudine mentale. È un termine molto più grande di ogni singolo individuo, è quasi un’ideologia collettiva, ci dà un senso di appartenenza, per me è libertà, non nel senso patriottico del termine, ma un modo per fuggire la realtà, un luogo dove rigenerarti, dove esiste energia creativa.

Fate sempre le prove prima del tour, anche con canzoni che suonate da 20 anni?
LARS Per noi le prove sono un check per capire quanto siamo in forma, è un modo per toglierci un po’ di ruggine, per rilassarci e per ritrovarci. Sul palco siamo sempre più bravi di quanto siamo in studio, quindi se facciamo bene faremo benissimo dal vivo. Il nostro potere sta nella band, il gruppo viene prima dei singoli. Siamo bravi musicisti, insieme diventiamo eccezionali. Scriviamo la nostra musica, perché è quello che vogliamo sentire, là fuori ci sono poche cose buone e la maggior parte sono sotto la soglia del passabile…

Dove vedete il futuro dei Metallica?
LARS Faremo sempre un altro disco. Gli artisti non vanno in pensione! Amiamo suonare insieme, siamo costantemente stimolati dal nostro amore per la musica. Io ho paura di ripetermi, vedo la stagnazione creativa come il nostro più grande nemico. Fortunatamente siamo una band prolifica, abbiamo sempre molte idee, quello che ci ha salvato finora è stata la flessibilità che abbiamo trovato nella diversità. Ci divertiamo a suonare dove vogliamo, negli stadi, per qualche causa benefica o alle feste di compleanno dei nostri figli. Questo è uno dei lati positivi del successo, non certo la fama, ma poter fare quello vogliamo.
ROB I giovani sono il nostro futuro. Nessuno di noi vuole che Metallica muoia. Mio figlio Tye ha 12 anni, è un bravissimo bassista, scrive canzoni bellissime e ha capito esattamente come mantenere viva la musica trash metal. La sua band, The Helmets, ha aperto anche un concerto dei Red Hot Chili Peppers. La musica è la sua vita e spero che seguirà le nostre impronte.

Tecnologicamente parlando, che sorpresa avete in serbo?
LARS Vorremmo portare a casa vostra l’esperienza del tour, del palco. Virtual reality, i fan che provano l’esperienza di un concerto Metallica, seduti sul divano di casa loro, non sarebbe male, vero? Questo è il futuro.

La canzone Murder One è un tributo a Lemmy Kilmister dei‎ Motörhead. Chi era per voi?
ROB Ho avuto la fortuna di diventare amico di Lemmy in questi ultimi anni. Lemmy era un outlaw, un fuorilegge, amava il sesso, le donne e i Cuba Libre. Era un purista della buona musica, un intenditore con un orecchio finissimo, un uomo leggendario come Lou Reed, due pirati, fedeli alla propria arte, al pari di Jimi Hendrix. È stato molto triste quando ci ha lasciati, ma ha vissuto la vita che voleva, fino all’ultimo respiro.
LARS Sono cresciuto in Danimarca ascoltando Deep Purple, Status Quo, Sweet, Slade, Rainbow, Iron Maiden, e ovviamente Motörhead. Lemmy per me era Dio. Ho sempre voluto un gruppo, proprio perché lo ammiravo tantissimo. Pochi sanno che era un intellettuale, leggeva almeno tre libri la settimana. Aveva un motto straordinario: “If you think you are too old to rock ‘n roll, then you are”. (Se pensi di essere troppo vecchio per il rock ‘n roll, lo sei di sicuro, ndr). Anche Lou Reed è sempre stato grande fonte di ispirazione. Per lui non esistevano gli errori in una canzone, viveva di emozioni e sentimenti. Una volta abbiamo suonato al Madison Square Garden e dopo lo show è venuto a trovarci: “Siete grandi, mi piacerebbe fare un disco con voi”. E noi: “Certo, quando vuoi”. Mai ci saremmo aspettati la sua chiamata. È stata un’esperienza incredibile, abbiamo prodotto un album bellissimo. Era un poeta, un istrione, un selvaggio. Siamo stati la sua band, a sua disposizione. Era molto istintivo, non era un perfezionista come noi, viveva nel momento, faceva due o tre take a canzone ed era soddisfatto, noi volevamo sempre rifare un pezzo. Ci ha insegnato ad apprezzare l’attimo fuggente.

Suonate sempre intensamente: come vi mantenete in forma?
LARS Se non siamo in perfetta salute, non possiamo suonare la nostra musica. Ogni nostro concerto dura almeno 2/3 ore. Siamo irruenti. Per me ci vuole un’ora di stretching prima di ogni show. Ho 52 anni, devo correre ogni giorno, almeno 30 minuti. E seguo la dieta di Pierre Dukan. Mangio almeno 20 dei suoi pancake ogni giorno, con albume, avena, yogurt magro e stevia. Sono gli unici carboidrati che mangio, pura energia per stramazzare la batteria.
ROB Il mio workout preferito sono le scale. In 45 minuti faccio parecchio, cardio intensiva. 200 scalini, corsa leggera e flessioni tra le pause. Quando ho iniziato a suonare con i Metallica, mi sono reso conto che fare pesi inibiva la mia agilità muscolare, suonavo per mezz’ora e mi bloccavo sul più bello. In questa band non c’è un attimo di pausa, suoniamo per ore. Sono nato e cresciuto fra Venice Beach e Santa Monica, ho iniziato a fare surf prima di camminare. Sin da bambino, ho sempre fatto skate e snowboard. Kirk fa yoga ogni mattina e prima di andare sul palco. James cammina e fa bici, sempre esercizi low-impact, perché ha problemi di schiena. Sul palco, però, è un animale, spinge tutti oltre i propri limiti. E poi facciamo tutti insieme frisbee & football, per reggere ai movimenti improvvisi che facciamo con gli strumenti.

Anche se non verrete a suonate in Italia, cosa vi aspettate dal tour?
LARS Vorrei che la gente si divertisse ai nostri concerti. Abbiamo suonato a Milano l’anno scorso e a Roma nel 2014. Non abbiamo organizzato un vero tour europeo dal 2009, ma succederà presto. Spero che chiunque venga ai nostri concerti abbia un’esperienza positiva e che ci apprezzi come band, come musicisti e come esseri umani. Il viaggio per essere arrivati dove siamo non è stato semplice, spero che i fan supportino i nostri sacrifici. Non credo al detto: “Tutto accade per un motivo”. Credo che ognuno di noi crei il proprio destino, le scelte che facciamo hanno delle conseguenze. Ho deciso di diventare musicista non solo perché amo suonare, ma perché sono ispirato da tutto quello che mi circonda: arte, cibo, sport, cinema, moda. Per me è interessante il sistema di impollinazione incrociata, dove temi musicali e lirici si fondono con il resto del mondo, con le mie esperienze di uomo.
ROB In Italia, anni fa, stavo per fare una rock opera al Vaticano, poi non se n’è fatto nulla, ma uno dei miei desideri sarebbe quello di fare un concerto al Colosseo, da veri gladiatori (ce li vedo benissimo, nda). Quello che vogliamo dal tour è semplice. We need Love, man! Give us some Love!

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di novembre.
Potete leggere l’edizione digitale della rivista,
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