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Metal Carter è la Bocca della Verità dell’hip hop italiano

Perché non ha paura di dire cosa pensa, non ha filtri e una storia unica. Qui racconta il nuovo ‘Musica per vincenti’, la passione per i b-movie, il TruceKlan. E ai critici dice: «Se non vi piaccio ascoltate Gigi D’Alessio»

Foto press

«Scrivo tutti i giorni, penso al rap tutti i giorni». Un’affermazione che non colpisce particolarmente in una giovane leva, ma se a pronunciarla è un veterano classe 1978 fa riflettere. D’altro canto, Metal Carter non è mai stato uno qualunque: co-fondatore di leggendari collettivi romani come Truceboys e TruceKlan, è una sorta di guru per una piccola grande legione di fan, che lo chiama affettuosamente «il Sergente» e lo segue con una stima immutata negli anni. Nonostante il suo sia un rap decisamente più grezzo, ruvido e quadrato rispetto a quello che va di moda oggi, la sua carriera underground non ha mai perso smalto, ancora ammantata dalla leggenda che lui e i suoi storici soci di crew – Noyz Narcos, Gel, Chicoria, Gemello, tanto per fare alcuni nomi noti – hanno alimentato a colpi di live epici, citazionismo horror e vita selvaggia (per approfondimenti, vi rimandiamo al documentario Dope Boys Alphabet). Era un periodo in cui quel tipo di poetica di fatto non esisteva, nel rap italiano, e chi se ne faceva portavoce destava scandalo. Un’epoca che appare lontanissima e fa quasi tenerezza, vista con gli occhi di oggi.

Ma a fare affezionare così tanto i fan a Metal Carter è stata soprattutto la sua aura da personaggio sopra le righe, da Bocca della Verità dell’hip hop italiano: quello che pensa lo dice. E lo dice esattamente come lo pensa. Per non parlare del fatto che da lui non sai mai esattamente cosa aspettarti, tant’è che quando qualche giorno fa ha pubblicato un pesce d’aprile in cui annunciava la sua partecipazione al Grande Fratello Vip, molti hanno abboccato come dei tonni. Non che abbia bisogno dei reality, sia chiaro: nel frattempo si è costruito una lunga carriera solista, il cui ultimo capitolo è uscito venerdì scorso sotto forma di album dal titolo Musica per vincenti, interamente prodotto dall’amico Santo Trafficante, altro nome molto noto nel sottosuolo romano e non solo. «Era un periodo in cui ci vedevamo spesso, ed era in un momento particolarmente felice del suo beatmaking, così è venuto spontaneo lavorare insieme. Nella mia musica accade tutto in modo molto naturale» racconta Metal Carter al telefono. «Mi piaceva l’idea di fare un album dal sound oscuro, perché richiama gli inizi della mia carriera. Era tanto tempo che non usavo questo mood, a livello di beat. Credo di avere trovato il connubio perfetto». Come spesso accade ai rapper della sua generazione, molti degli ascoltatori di oggi non erano neppure ancora nati, quando lui ha cominciato.

Se dovessi spiegare ai neofiti qual è la differenza tra te e tutti gli altri rapper?
Ho un background diverso dalla maggior parte dei rapper. Ho un lato street che mi ha avvicinato al rap: vengo da un quartiere difficile e da una famiglia difficile. Crescendo ero perennemente per strada, purtroppo, perché avevo problemi a casa e lì non ci potevo stare. Allo stesso tempo vengo da un ambiente un po’ diverso: da ragazzino suonavo la batteria in un gruppo death metal (gli Enthralment, nda). Era un genere appena sbarcato in Italia, tant’è che sono stato un po’ un pioniere. E poi, per mia lucida scelta, non seguo le mode: non l’ho mai fatto. Sono sempre stato molto anticonformista. Per tutte queste cose, il mio stile musicale si è sviluppato in modo originale. Mi faccio influenzare dai libri che leggo, dai film che guardo (i b-movie sono una mia grande passione), dalla musica di tutti i generi che ascolto, dal tipo di vita che ho vissuto.

Negli anni sei diventato un personaggio di culto. Ad oggi, quest’aura che ti circonda è un peso o un punto di forza?
Guarda, io do sempre il massimo in ciò che mi sta a cuore. Quando decido di registrare un disco, ci metto tutto me stesso. Ormai ho anche una grande esperienza: sono oltre vent’anni che faccio rap, quindi riesco a capire in pochi secondi cosa funziona e cosa no. So che Metal Carter ormai si è imposto: a livello tecnico e di songwriting sono indiscutibile. Al limite posso piacere meno a chi preferisce i rapper spensierati, quelli che parlano d’amore o di vestiti. Ci sta e lo capisco benissimo, ma è innegabile che, ti piaccia o non ti piaccia, Metal Carter spacca, è iconico, è unico, dal sound alle rime, dalle copertine degli album al look. Questa è la verità, e per me è un grande goal, perché creare un proprio stile e lasciare un segno profondo nella scena è uno degli obbiettivi principali dell’hip hop. Anche gli artisti più mainstream mi conoscono e mi rispettano, con molti di loro ho anche collaborato in passato.

Il titolo Musica per vincenti si lega a questo?
In realtà mi piaceva soprattutto il fatto che andasse un po’ in contrasto con la copertina, che sembra la locandina di un b-movie. Da una cover così ti aspetti un titolo più oscuro, un lettering più horror, e invece c’è questo slogan che suona quasi paradossale, in confronto. Secondo, è un titolo che sottointende un’esclusione: come a dire «È musica per te, ma non per te». Terzo, mi sono stufato di sentire gente che si piange addosso. Vincente non vuol dire che vado al bar a giocare a briscola e vinco sempre: è una mentalità, un mindset. È non abbattersi e cercare il lato positivo in tutto.

Il rap in Italia potrebbe essere considerato una musica per vincenti: perennemente in testa alle classifiche, molto muscolare e sborona nei temi e nei modelli di vita. Sembra lontana anni luce da quello che facevate voi col TruceKlan…
Mi fa molto effetto: è come se fosse diventato un altro genere, rispetto a quando ho iniziato io. Ho la grande fortuna di avere sviluppato un percorso personale, e porto avanti quello, ma molti ormai pensano di doversi adattare, se vogliono andare avanti. Io ho creato un filone di successo e posso permettermi di essere me stesso, semmai sono gli altri a copiarmi. Comunque sì, lo scarto generazionale comincio a sentirlo, non mi rispecchio molto nel rap di oggi. Vale più il gossip del messaggio, perché per molti (non per tutti, è sempre sbagliato generalizzare) l’obbiettivo principale è fare soldi. Cosa che non mi è mai appartenuta, né agli inizi né adesso. Se fossi stato ragazzino adesso, probabilmente non avrei fatto rap.

Tu e la tua crew siete diventati famosi per la vita da vere rockstar: sei ancora wild come agli inizi?
No, assolutamente. Non ti fare ingannare, comunque: è vero, c’era un po’ quel mito lì, ma nel TruceKlan eravamo in tanti, e ognuno era diverso. Non so se è stata una scelta consapevole o è stata forzata dalla vita: sono cambiato, sono diventato più selettivo e preferisco starmene più tranquillo. O forse è solo una questione di età: quelle cose le reggi bene a 25/30 anni, dopo un po’ rischi di diventare un po’ ridicolo.

A molti resta la curiosità di sapere com’è oggi la tua vita quotidiana, cosa fai nelle pause tra un album e l’altro…
Scusa, questa è una domanda troppo personale. Preferisco lasciare il mistero, anche perché funziona di più.

Nel ritornello di Fiducia tradita, uno dei pezzi più incisivi dell’album, dici «Fiducia tradita, una lama impazzita / una vita affidata a chi non l’ha capita». A cosa ti riferivi?
Anche in questo caso, non mi piace mai svelare precisamente cosa c’è dietro a una canzone. Preferisco che la gente non sappia cosa è reale, cosa è romanzato e cosa invece è una metafora. Sicuramente quella canzone rispecchia il tipo di rap che mi preme fare, e sicuramente io sono una persona non troppo fiduciosa nei confronti degli altri; mettiamola così.

In Per te, invece, dici “adesso più di prima sono esaltato”. È effettivamente così che ti senti?
Beh, sicuramente nell’ultimo periodo lo sono. Non parlo di un periodo breve: sono parecchi anni che mi sento così. Sono degli anni molto fighi per me, senza grandi sbalzi o problemi. Quel verso, però, è anche riferito al fatto che, come dicevamo prima, sono riuscito a imporre il mio stile, ho il rispetto di tutti: ho seminato molto agli inizi, e ora raccolgo i frutti. Insomma, ci sta che per questioni di gusti qualcuno non gradisca quello che faccio, ma questo è Metal Carter: se non ti piace, ‘sta zitto e ascoltati Gigi D’Alessio.

Last but not least: se dovessi dare un consiglio a un ragazzo che inizia ora con il rap, cosa gli diresti?
Calcola che questa cosa in privato me la chiedono spesso. Purtroppo, o per fortuna, nel rap non esistono maestri: neanche io ne ho mai avuti, ho imparato tutto da solo, a mie spese. Quindi per me ispirarsi troppo a qualcun altro è sbagliato. Certo, oggi il rap è anche una questione di marketing: se hai già le capacità e investi bene 50 mila euro sulla tua musica, probabilmente in qualche modo riesci a spiccare nel mucchio. Ma anche così è difficile, perché ormai il mercato è saturo. A un ragazzino consiglierei di parlare di cose che gli stanno a cuore, e non di argomenti che vanno di moda. Di sviluppare un suo stile, nei minimi dettagli: devi essere riconoscibile fin dalla copertina. Tutto dev’essere unico, in te: temi, metrica, estetica. Io ho sempre osato, non ho mai avuto paura di diversificarmi, e ha funzionato. Ma anche per una questione generazionale, forse non sono la persona migliore per parlare dei trend di oggi: io seguo il mio percorso e mi faccio i fatti miei.

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