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Melissa Reese, la millennial con l’orecchio assoluto che ha conquistato i Guns N’ Roses

Quando le hanno chiesto di suonare col gruppo, ha risposto: «Una donna nei Guns? È uno scherzo?». Qui racconta le sue esperienze. Come quando ha ingoiato il suo vomito sul palco, suonando 'You Could Be Mine'

Melissa Reese

Foto: Jessica Lehrman per Rolling Stone USA

Un paio di settimane prima che i Guns N’ Roses partissero per il reunion tour del 2016, Melissa Reese ha ricevuto una telefonata da Caram Costanzo, il produttore di Chinese Democracy. «Siamo alla ricerca di una tastierista», le ha detto. «Non pensavo che lo stesse chiedendo a me. Poi ha aggiunto: che impegni hai per i prossimi anni?».

La testa le si è riempita di pensieri. Primo, Reese aveva solo 25 anni e non sapeva nulla del catalogo dei Guns N’ Roses al di fuori dei super classici come Sweet Child O’ Mine e Welcome to the Jungle (entrambe pubblicate prima che nascesse), e suonare negli stadi con dei veterani del rock non era una possibilità a cui aveva pensato. Secondo, conosceva abbastanza il gruppo per sapere che anche per gli standard del rock anni ’80, i Guns erano roba per maschi (fino a quel momento, le uniche donne ad aver suonato col gruppo erano coriste, tastieriste e la sezione di fiati del tour di Use Your Illusion. Nessuna è diventata un membro ufficiale della band).

«Sai che sono una ragazza, vero?», ha chiesto scherzando. «Una donna nei Guns N’ Roses? Sei serio?».

Costanzo era serio. «Si sono presentate determinate circostanze», le ha detto, «per cui abbiamo bisogno di una persona con delle capacità specifiche, e mi domando se quella persona sei tu».

Aveva ragione. Reese non conosceva le parti di tastiera di Paradise City, o come doppiare la voce di Axl in Nighttrain, ma era una musicista super dotata, benedetta dall’orecchio assoluto e dalla tendenza a lavorare incessantemente. In più, aveva passato anni in progetti musicali complessi in cui era l’unica donna nella stanza. «Tutte quelle esperienze mi hanno fatto venire una voglia incredibile», dice. «Mi hanno insegnato cose diverse e come farle meglio di chiunque altro, e magari sarò io a rompere alcuni pregiudizi».

Reese, che ora ha 29 anni, mi racconta questa storia nel giardino della zia a Central Los Angeles, settimane prima che la pandemia renda impossibili interviste come questa. I suoi capelli sono blu neon, ma non indossa più il completo Nike multicolore in stile Ritorno al futuro II che vedete nelle foto, e si rilassa vicino alla piscina con addosso una vecchia tuta. Ha passato gli ultimi quattro anni in giro per il pianeta con i Guns, suonando 175 concerti, e questa è una delle poche occasioni di rilassarsi prima di quello che pensava sarebbe stato un altro anno di live senza sosta.

Dalla telefonata di Costanzo a oggi ha imparato parecchie cose sui tour. «Quando sei nel bus con un gruppo di uomini, non devi andare in bagno senza scarpe, perché il pavimento potrebbe essere ricoperto di piscio», dice. «Cerco anche di non mangiare prima di un lungo viaggio, perché in quel bus è meglio evitare di fare quella grossa».

«E se devi vomitare durante uno show, non devi ingoiare», dice. «Devi vomitare in un secchio. Prima del concerto al MetLife Stadium, in New Jersey, avevo mangiato South Patch Kids e bevuto una Diet Coke, e mentre suonavamo You Could Be Mine è venuto tutto su all’improvviso. Mi sono vomitata in bocca, per un attimo sembravo uno scoiattolo e poi ho ingoiato. Ho guardato i tecnici. “Qualcuno porti un secchio”, ha detto. Da allora ne ho sempre uno a portata di mano».

Ingoiare vomito suonando un pezzo di Terminator 2 davanti a 50 mila persone non assomiglia molto ai sogni che faceva mentre cresceva nei sobborghi di Seattle. Reese era la figlia più piccola di un biologo e un’agente immobiliare, e dice di aver passato gran parte dell’infanzia dai nonni materni, perché i genitori erano troppo impegnati col lavoro. «Vivevamo tutti insieme, era una casa di pazzi», dice. «Ero un po’ la figlia del villaggio, erano tutti più vecchi di me, anche le mie due sorelle».

È stata la nonna, una cattolica devota emigrata in America dalle Filippine, a farle conoscere la musica. La sorella maggiore suonava il piano e il violino. «Odio dirlo, perché sembro una deficiente», racconta, «ma un giorno le mie sorelle stavano studiando alcuni esercizi di Bach per principianti: i miei genitori sentivano suonare ed erano conviti che fossero loro, io avevo solo tre o quattro anni. Sono entrati nella stanza e hanno scoperto che avevo imparato il pezzo a orecchio». I genitori hanno così messo in piedi quello che Reese definisce un «campo scuola musicale mobile», dove ha studiato canto, ballo, recitazione e pianoforte fino a 14 anni. «Era tosta», dice. «E non sempre divertente. Odio dirlo, ma era una situazione alla Joe Jackson. Dovevo fare esercizio. Dovevo».

Durante gli anni dell’infanzia, Seattle era la culla del rock, ma Reese preferiva ascoltare il soul di Aretha Franklin e le leggende del jazz come Miles Davis, John Coltrane ed Ella Fitzgerald. Quando i suoi genitori hanno provato a spingerla a studiare in una scuola d’arte, il Curtis Institute of Music o il conservatorio di Boston, ha trovato il coraggio di ribellarsi. «Ho detto che avrei fatto tutto tranne quello», dice. «Ho scoperto Pro Tools, Logic e ho iniziato a produrre. Mi volevo ribellare».

A 13 anni ha incontrato il cantautore Tom Whitlock. Quando è entrata a casa sua e ha visto l’Oscar per Take My Breath Away – la canzone di Top Gun – ha capito che la cosa era seria. I due hanno iniziato a lavorare a delle demo. «Io volevo essere come Beyoncé o Alicia Keys, suonavo ma aspiravo a una carriera nell’hip hop o nel pop», racconta. «Ho sempre gravitato attorno alla musica urban». Whitlock aveva idee diverse, la vedeva come la nuova Taylor Swift. «Non partecipavo alla scrittura», dice. «Mi diceva: sei tu l’artista. Canta questo pezzo. Fai così. Le intenzioni erano giuste, e anche mio padre era felice. Diceva cose tipo: mia figlia diventerà una star!».

L’esperienza non non è andata secondo i piani, ma le ha cambiato la vita, perché le ha dato modo di capire che cosa significa fare musica in uno studio professionale. Ha anche trovato un manager. «Gli suonavo segretamente delle piccole cose che avevo scritto io», racconta. «Lui mi diceva: ehi, questa roba è meglio di quella di Tom. Mi ha fatto capire che ce l’avrei potuta fare».

Foto: Jessica Lehrman per Rolling Stone USA

Nel frattempo, nel mondo lontano dei Guns N’ Roses, il batterista Bryan “Brain” Mantia si annoiava a morte. Era nel gruppo dalla reunion del 2000, ma aveva passato gran parte degli anni ’90 a suonare con chiunque, dai Primus a Tom Waits, ed era pronto a cambiare vita. «Non volevo continuare con quella roba», dice. «Volevo studiare il beatmaking e comporre». Quando un amico produttore gli ha raccontato di una giovane ragazza appassionata di gospel, hip hop e jazz, ha deciso di incontrarla. «Lui era un batterista, io avevo idee melodiche», dice Reese. «Gli interessava la teoria musicale e avevamo lo stesso atteggiamento».

Lavoravano insieme alle sue canzoni pop, ma di sera se ne andavano in giro in macchina per ore per ascoltare Frank Zappa, Ornette Coleman ed Eddie Palmieri. Non ci è voluto molto perché iniziassero a scrivere come un duo. «Eravamo a casa o in un bar, tiravamo fuori il portatile e facevamo beat insieme», racconta Mantia. «Pensavo: cazzo, questa roba funziona».

Con grande sorpresa di Reese, i produttori di show come Keeping Up with the Kardashians e Gossip Girl hanno comprato la sua musica e l’hanno mandata in onda. «Volevo fare l’artista, avere una visione», dice. «Tutto sembrava sacro. Brain invece diceva: “Là fuori è dura, se qualcuno ti offre migliaia di dollari per un pezzo che hai scritto in cinque minuti, devi dire di sì. Tu sei meglio di così, fidati”».

Il lavoro e i guadagni aumentavano, ma erano sempre interrotti dai tour dei Guns N’ Roses. «Ero a Praga con i Guns, la chiamavo e parlavamo di musica al telefono», dice Mantia. «Non avevo voglia di andare sul palco». Nel 2006, alla fine, Mantia si è stufato di far convivere i due mondi. Nine Inch Nails, Korn e Serj Tankian cercavano un nuovo batterista, e c’erano parecchi soldi in ballo, ma non accettava l’idea di ripartire in tour. «Ho ricevuto una chiamata da un’assurda compagnia di management che mi ha detto: “Ma dici sul serio? Non ti piacciono i soldi? Non vuoi fare il musicista?”. Ho pensato: certo che voglio fare il musicista, ma mi interessa fare qualcosa di diverso».

Ha spiegato le sue ragioni: «Ho trovato questa ragazza, è pazzesca, conosce l’armonia e ha una formazione classica. Io conosco il ritmo. Siamo un team pazzesco perché copriamo tutto in due. Se qualcuno vuole un beat trap, sappiamo farlo. Se qualcuno vuole il rock, sappiamo farlo. Anche la classica, o quella merda stucchevole di Hollywood».

Così i Korn hanno ingaggiato Ray Luzier, i Nine Inch Nails sono rimasti con Josh Freese e i Guns hanno annunciato che Frank Ferrer sarebbe stato il nuovo batterista. Mantia, nel frattempo, era libero di lavorare con Reese a tempo pieno. Hanno chiamato il duo Brain and Melissa, e il lavoro iniziava ad accumularsi. Hanno scritto musica per una pubblicità della Gatorade con Tiger Woods, per le finali NBA e videogame come Infamous 2 e ModNation Racers, oltre a qualche colonna sonora.

Lavoravano senza sosta, spesso senza vedere la luce del sole, come per la musica di Detention, il film di Joseph Kahn del 2011. «Avevo un top, e la schiena era piena di graffi perché ero seduta sempre nello stesso punto in quelle strambe sedie ergonomiche», dice Reese. «Sembrava che il fegato stesse cedendo».

Mantia era sempre più colpito dalle sue abilità tecniche. «Un film aveva bisogno della colonna sonora in 5.1», racconta. «Non c’era molto budget, e non potevamo permetterci un fonico specializzato. Ma lei ha preso il film, l’ha messo su Pro Tools in 5:1 e ha sistemato la cosa».

Non lavoravano molto per band rock, ma Mantia era ancora in buoni rapporti con i Guns, e Axl gli aveva chiesto di remixare alcune tracce di Chinese Democracy. Le canzoni a cui hanno lavorato non sono ancora state pubblicate, ma durante il processo Reese e Caram Costanzo sono diventati amici. «Non sapevo molto della band», dice Reese. «Ma ascoltavo le tracce di voce di Axl e le chitarre di Buckethead. Pensavo fosse fico».

All’inizio del 2016, Mantia si è ritrovato il telefono pieno di chiamate perse da un numero sconosciuto. «Di solito ci sono tre possibilità: l’Agenzia delle Entrate, Buckethead o qualcuno dei Guns», dice. «Non rispondo mai, perché Bucket mi tiene al telefono per ore, lo Stato può fottersi e i Guns… beh, diciamo che lascio che parlino con la segreteria».

Quando ha risposto, erano davvero i Guns. Volevano sapere cosa pensasse della possibilità che Reese si unisse al gruppo per il reunion tour con Slash e McKagan, all’epoca ancora top secret. Mantia ha esitato solo per un attimo. «Per un attimo ho pensato: mmm, il tour potrebbe farla diventare arrogante, farà festa tutto il tempo ed è bella, quindi sarà piena di maschi che le ronzeranno attorno, si ritroverà a vivere in una vita che non conosce per niente».

In realtà, ha detto al gruppo che Reese era perfetta. «Ho risposto: spaccherà. Fa i cori, sa programmare i suoni. Ha una formazione classica. Ha l’orecchio assoluto. Vi può aiutare in un milione di modi diversi, e voi siete alla ricerca di una musicista così».

Reese era in sala prove a Venice, in California, quando ha ricevuto la telefonata. Ne ha ricevuta un’altra pochi giorni dopo, mentre guidava per Los Angeles, in cui le chiedevano di partecipare a una prova. In più, ha detto Costanzo, Slash e Duff sarebbero stati lì. Fino a quel momento non sapeva che avrebbero partecipato al tour, che iniziava a diventare una cosa grossa. «Ricordo che guidavo e pensavo continuamente: non schiantarti con la macchina».

Quando è arrivata sul posto, Costanzo le ha presentato McKagan. «È altissimo e ha un atteggiamento tosto», dice. «Pensavo non fosse particolarmente impressionato. Mentre andava via, Caram ha detto: “Duff, Melissa è di Seattle”. Mi ha chiesto in che scuola fossi andata. “Roosevelt”. Anche lui c’era andato. Poi Caram ha detto: “Melissa è una grande tifosa dei Seahawks”. Duff si è girato e ha detto: “Sea!”. Io: “Hawks!”. Abbiamo iniziato a saltare e lui diceva: “Lei è nella band, cazzo! Nella band!”».

Poi è entrato Slash. «All’improvviso ero tornata al punto di partenza», dice. «Ma è stato molto caloroso e gentile. Mi ha detto: “Sì, ti ho cercata su Google con mia moglie, hai molto talento”. Mi sentivo fuori dal mio corpo, come se stessi rimpicciolendo sempre di più. Caram ha detto: “Se dovesse entrare nella band, che cosa ti aspetti, cosa vorresti che facesse?”. E Slash: “Non lo so, a me basta che suoni bene le sue parti”. E io: wow, okay. Posso farlo. So farlo».

Il lavoro consisteva nell’imparare 50 canzoni fino ai minimi dettagli, così da replicarle sul palco. Il che significava non solo le tastiere, ma anche decine di piccoli sample che doveva mettere su da sola, come il flauto di November Rain, parti di chitarra da trasportare su tastiera e altri suoni a bassa frequenza. «Ho dovuto fare una quantità folle di roba, in più dovevo anche cantare i cori per Axl», dice. «Non è semplice, perché uso suoni che devono evidenziare quello che suona Richard (Fortus), o un’altra parte di chitarra. Deve suonare tutto più grande, ma non devo farmi notare».

Il 1° aprile 2016 è andata al Troubadour per la prima serata del tour, e non aveva ancora davvero capito cosa stesse per succedere. «Ero immersa nel lavoro, non avevo tempo di pensare ad altro», dice. «Ho parcheggiato la mia merdosa macchina a noleggio e ho visto tutti i paparazzi e i fan. Ho pensato: “Ma che succede? Oh dio, è per il concerto. Ok, è roba grossa”».

Aveva ragione. Era una delle reunion più attese della storia del rock, e i biglietti della serata erano impossibili da trovare. Nicolas Cage, Jim Carrey, Lana Del Rey, Lenny Kravitz, Jesse Hughes, Norman Reedus, David Arquette e molti altri erano nel locale ammassati insieme a una manciata di fan abbastanza fortunati da trovare un posto. Axl Rose si è rotto un piede dopo poche canzoni, ma era talmente pieno di adrenalina che se n’è accorto solo a concerto finito.

Nel locale non c’erano telecamere, ma i video dei fan sono apparsi su YouTube a pochi minuti dalla fine del concerto. Una volta superato lo shock di rivedere sul palco Axl e Slash insieme, tutti si sono fatti la stessa domanda: «Ma chi è quella ragazza con i capelli blu?». C’è voluto poco perché la stampa capisse che si trattava di Melissa Reese.

«Mi sono svegliata il giorno dopo e dio», dice, «c’erano la CNN, Time, Billboard, People, Rolling Stone… tutti i magazine avevano trovato la mia mail. E mi dicevano: “Salve, vorremmo parlare del suo ingresso nei Guns N’ Roses”. Ho lanciato il telefono sul muro, non avevo idea di quello che stava succedendo».

Axl Rose aveva fatto del suo meglio per prepararla. «Prima dello show al Troubadur mi ha voluto parlare», dice. «Qualcosa tipo: “Se qualcuno ti rompe il cazzo o parla male di te, ti guardo le spalle”. E io: “Ok, anche io a te amico”. Volevo mettermi sullo stesso piano, perché è un tipo davvero intenso. Ho capito cosa volesse dire solo più avanti, non avevo idea di cosa stesse succedendo. Tutta quella attenzione, la gente che veniva fuori dai cespugli, i titoli dei giornali… era tanta roba da gestire».

Foto: Jessica Lehrman per Rolling Stone USA

Reese non ha risposto a nessuna delle richieste della stampa, è semplicemente tornata al lavoro. C’erano due concerti a Las Vegas da preparare, così come il weekend da headliner al Coachella. Ogni concerto era più grosso del precedente, e adesso dovevano lavorare con un frontman costretto all’immobilità.

A volte, però, andava online per leggere i commenti dei fan. Non erano tutti gentili, e alcuni traboccavano di misoginia e pregiudizi sul suo aspetto. «Credo che il 99% di chi va a vedere i Guns lo faccia per il cappello di Slash, Axl e Duff», dice Mantia. «Non capiscono quanto aggiunga al loro suono. Se togli Melissa, il riff di Slash in Brownstone non sarebbe lo stesso. La voce di Axl non suonerebbe così profonda. Ma a nessuno frega un cazzo, perché sono ubriachi e vogliono solo sentire un assolo». La reazione dei fan, quindi, non l’ha sorpreso. «Pensavano fosse lì solo per le apparenze», dice. «Insomma, è una figa. Ma sa quello che sta facendo».

Reese, in più, si è ritrovata ad affrontare un nuovo tipo di critica quando qualcuno ha iniziato a domandarsi come potesse far parte di una band famosa per il trattamento che riservava alle donne. Per non parlare di testi come “Girati troia, ecco qual è la tua funzione”, che si sentono sul palco ogni sera.

«I Guns sono ancora percepiti come roba da maschi, è un club in cui non c’è spazio per le donne», dice Reese. «Ma sono persone fantastiche. Sia la band che chi lavora con loro. Mi proteggono. Non si tratta solo di guardarmi le spalle. Siamo come una famiglia, e loro sono i fratelli maggiori». E la loro reputazione? «Non conosco bene la storia», dice. «Non ne ho fatto parte. Probabilmente non ero nemmeno nata. Mi interessano il presente e il futuro. Soprattuto con Axl, a volte ha un’aria imprevedibile e dipende dalla sua reputazione, ma con me non è mai stato così. Ho un buon rapporto con tutti, e non ho intenzione di reagire a strane storie di un passato di cui non ho certamente fatto parte».

È vero, i Guns N’ Ross dell’era moderna non hanno niente a che vedere con quelli raccontati in decine di libri e documentari di VH-1. Per cominciare, tutti i concerti del tour sono cominciati in tempo (ai tempi di Mantia, la serata iniziava all’una di notte). Rose non ha avuto scoppi di rabbia nei confronti del pubblico e nemmeno tensioni con Slash. «I racconti di Brain erano l’opposto di quello che ho vissuto io», dice Reese. «Axl era diverso. Le persone cambiano».

Reese, invece, non è cambiata quasi per niente. In più o meno tutti i momenti di pausa del tour con i Guns, si chiudeva in una stanza per lavorare al progetto con Mantia. «Ho scritto musica per una pubblicità del Super Bowl in un bagno in Giappone», dice. «A volte lavoro fino a pochi secondi prima di salire sul palco. Dopo un po’ ho iniziato a prendermi delle giornate per far riposare la mente. Eravamo in Danimarca, un giorno, mi sono svegliata e non sapevo in che Paese fossi. L’ho capito guardando il menù del servizio in camera. È stato spaventoso».

Nonostante tutto, però, sul palco è sempre una forza della natura. Alimentata da una dieta a base di snack, passa l’intero concerto a saltare da una parte all’altra. «Li mangio anche mentre suono», dice. «A volte Frank o Duff vengono verso di me e mi chiedono un assaggio».

Una sera, durante un concerto all’Aloha Stadium, nelle Hawaii, ha sentito qualcuno che le toccava i capelli. Si è girata, e ha visto Axl Rose con in mano delle forbici e una ciocca blu. «Ho pensato: ma che cazzo sta succedendo?», dice. «Ho smesso di suonare e mi sono messa a gridare. Lui è corso via, non sapevo quanto avesse tagliato».

In realtà i capelli non erano i suoi, era uno scherzo che Axl pianificava meticolosamente da settimane. Aveva persino convinto un roadie a recuperare parrucche con varie tonalità di blu, così da trovare quella giusta. «Erano pronti a tutte le mie possibili reazioni», dice Reese. «Qualcuno gli ha detto che avrei potuto prendere le forbici e pugnalarlo. Ma era davvero soddisfatto di quello che aveva fatto, ed è stato uno spasso».

Può sembrare uno scherzo di pessimo gusto da fare a una turnista, ma ora Reese è diventata un membro ufficiale della band. «Sì, suono nei Guns N’ Roses», dice. «È sempre stato così, ma non mi sono mai esposta pubblicamente. È una cosa che è meglio dire così, chiara e tonda, e le domande finiranno».

Con l’eccezione di un concerto a Città del Messico a marzo, Reese è lontana dai palchi dall’inizio di novembre. Ha avuto tempo per rilassarsi, tornare al lavoro sulle colonne sonore e pensare al futuro. Al momento la priorità è la società di produzione che ha fondato con Mantia. Si chiama Green Frog e sarà la casa della loro musica, e allo stesso tempo una linea di vestiti. Reese pensa anche a un album solista, a possibili show dal vivo e ad altre cose da sviluppare insieme.

«Sono ambiziosa», dice. «Voglio diventare la versione femminile di Trent Reznor. Lui ha i Nine Inch Nails, ma lavora con Apple e fa le colonne sonore con Atticus Ross. È il mio modello, ed è così che voglio diventare. E poi voglio essere la prima donna per metà asiatica a vincere Emmy, Grammy, Oscar e Tony Awards. Voglio puntare al massimo».

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