Melancholia: «X Factor ti porta in alto, ma poi ti getta a terra» | Rolling Stone Italia
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Melancholia: «X Factor ti porta in alto, ma poi ti getta a terra»

La puntata dell'eliminazione che ancora non riesce a vedere. La rescissione del contratto. Ora un EP per fare le cose nel modo giusto. Benedetta racconta cosa succede quando esci dal gioco dei talent

Melancholia

Foto press

Il primo X Factor ai tempi della pandemia ha visto i Melancholia tra le band in gara. Amatissimi da Manuel Agnelli, quando sono stati fatti fuori da Hell Raton è successo un casino. Ora, archiviata l’esperienza e con l’EP What Are You Afraid of alle spalle, sono tornati con Sleep Mode, progetto discografico zeppo di atmosfere cupe ed elettroniche nel pieno stile della band. Il 7 maggio partirà il tour da Perugia con finale il 29 a Milano. È l’occasione per fare il punto sulla situazione con Benedetta, la frontwoman.

Perché un EP e non un album?
Siamo concentrati a fare singoli, a ruota, che magari entreranno in un CD. Siamo per collezionare molte più canzoni, optando per una via di mezzo, con una durata di un quarto d’ora e molto fruibile. Anticipa una trilogia o più capitoli che, messi insieme, possono spiegare una storia diluita nel tempo, in modi più interessanti, non solamente tramite la musica.

Perché il titolo Sleep Mode?
Ci siamo trovati spesso a parlare, davanti a una camomilla, dei nostri sogni e dei nostri incubi. Credevamo fosse interessante trattare il mondo onirico in maniera personale, con la voce delle persone che parlano della loro modalità riposo. Noi, nonostante la pandemia, non ci siamo mai fermati: abbiamo fatto X Factor, suonato nei live estivi, facendo 22 date. Per salvarci abbiamo deciso di esprimerci il più possibile, tenendoci in movimento almeno col cervello che, anche nella modalità riposo, non si ferma.

I pezzi sono parecchio cupi. Specchio dei tempi?
La cupezza ce l’abbiamo da quando siamo nati. Abbiamo la tristezza infusa. La pandemia ha solo influito maggiormente sul nostro umore, sempre nero. Spero che ognuno stia cercando un modo per sfogare questo male, noi lo abbiamo trovato, ce lo teniamo stretto e non smettiamo di suonare.

Non vedete nemmeno un barlume di luce?
La speranza della luce è l’unico motivo per cui continuiamo a vivere. Più ci esprimiamo più l’umore si sbianca. Viviamo per suonare. Non c’è null’altro che occupa le nostre menti.

La canzone che rappresenta il progetto?
Difficile da dire. Il nostro progetto discografico si evolve e sviluppa crescendo, toccando il mondo con mano, che influenzandoci ci fa cambiare faccia. Non definirsi è un punto a favore. Ma nell’EP ci sono facce della stessa medaglia, importanti per noi. Tra tutte, quella che racchiude maggiormente quello che ci piace è What’s the Point: ha diverse sfaccettature e inquadra in modo sommario il nostro spirito e il nostro modo di fare musica.

A X Factor avete fatto il botto e suscitato parecchio clamore. Dopo che è successo?
Si sono allontanate da noi tante realtà che ci facevano del male e si sono avvicinate opportunità che ci stanno facendo del bene. Abbiamo avuto l’occasione di creare una crew con cui lavoriamo nel modo giusto, intraprendendo un percorso che non è quello del fenomeno che fa salire e poi scendere a picco, come quello di X Factor. Nel talent hai tanta visibilità e poi ti senti cadere. Noi non vogliamo cadere e ci teniamo vicine le persone con le quali si può imbastire un discorso a lungo termine. Per questo abbiamo fatto un EP: non è un pasto unico, ma la portata di una lunga cena.

Quali erano le realtà che vi facevano male?
Ne parlo a fatica. X Factor è stata una dissociazione dal mio corpo e dal mio spirito. Non siamo una band che va bene dentro una macchina che corre. Dobbiamo essere noi la macchina che corre. Sentirsi dentro un meccanismo che macina e tu devi macinare con gli altri non è il nostro modo di intendere la musica. Ci va bene prendere la nostra macchina percorrendo la strada con le persone che ci seguono. Se potenziamo la macchina non allineandola, senza cambiamenti, allora a quel punto possiamo fare parte del gioco e romperlo.

Quindi a farvi male era X Factor.
Sì, possiamo dire così, ma per una nostra abitudine. Tra noi e Little Pieces of Marmelade eravamo quelli che c’entravano meno col programma, questo aspetto l’abbiamo particolarmente sofferto.

Però se fai uno show tv di quel tipo, un po’ ti aspetti di essere dentro una macchina che corre.
Non è stata una sorpresa, la macchina era grande e noi abbiamo fatto di tutto per restare al passo, non credo si sia percepito il malessere. Noi eravamo lì per un nostro scopo.

Quale?
Trovare un modo per suonare. Abbiamo lavorato duramente e ci siamo messi in gioco.

Una volta fuori le aspettative, anche economiche, sono state disattese o no?
Economicamente vogliamo campare di musica e crediamo che questo sia il nostro lavoro, ma sappiamo che gli emergenti non possono guadagnare chissà quanto. Non immaginavamo di fare un tour, visto il Covid. C’erano persone che volevano salire sul nostro treno, che si sono fatte anche otto date di fila. Vorremmo farci conoscere più a larga a scala, anche all’estero. Ce lo aspettiamo e vogliamo raggiungere l’obiettivo.

Cosa non si è avverato invece?
Un contratto incredibile non è arrivato. Perché non funziona così. È il momento in cui senti di essere stato preso, portato in alto e poi gettato a terra. Senti che i contratti in essere si interrompono, che le persone con le quali potevi instaurare un rapporto non ti rispondono più. È nella normalità delle cose. X Factor crea il tipo di fenomeno che a noi non piace essere.

Sony mette tutti i concorrenti del talent sotto contratto.
Sì, esattamente. Si firma un contratto legato a loro e ci sono dei premi. Il nostro primo EP era il premio: non doveva uscire, ma è uscito quando ancora X Factor era in corso, grazie a quell’estensione e con distribuzione Sony, ma poi ci hanno mandato la lettera di rescissione.

E voi?
Ci ha fatto male, lì per lì. Volevamo continuare a stare all’interno di un qualcosa che poteva darci di più. Ci siamo detti «Ok, adesso ci mettiamo a lavorare», siamo ripartiti, ma non da zero. Da zero era nel 2015, quando ci siamo conosciuti. Ci siamo guardati e abbiamo capito come eravamo e come siamo. Ed è stato più importante di una lettera in cui c’era scritto che non volevano più lavorare con noi.

Agnelli lo avete più sentito?
Abbiamo un po’ interrotto i rapporti: lui si sta concentrando sui Little Pieces of Marmelade. Ogni tanto sentiamo Rodrigo D’Erasmo. Gli abbiamo mandato l’ultimo EP e ci ha fatto i complimenti. Li abbiamo incontrati a cena, siamo stati una sera insieme, ma poi lavorativamente parlando non abbiamo continuato a collaborare.

Altra delusione, quindi?
Lavorare con gente come loro è un’opportunità grandissima, ma per quello che stiamo facendo non so se avrebbero investito su di noi.

Però era arrabbiato quando vi hanno eliminati.
X Factor è una partita e ognuno cerca di tutelare al massimo la sua squadra. Quella puntata non riesco ancora a rivederla…

Come mai?
Un po’ è stata triste, è stato tutto molto strano, è una partita che abbiamo perso, ma non ci influenza così tanto da non voler rivedere più nessuno. Noi abbiamo avuto come premio tanta visibilità. Senza X Factor non avremmo raggiunto certi ambienti.

Con Hell Raton vi siete chiariti?
Mai più sentiti, così come quasi nessuno di X Factor. Siamo in contatto solo con la stylist Veronica, con Fabrizio Ferraguzzo ed Emma. Da parte di Manuelito non c’è stato alcun chiarimento. È stata una sua scelta. Se vuole dirci qualcosa siamo sempre qui.

E un duetto con lui lo fareste?
Perché no, se vuole potrei anche scrivere qualcosa di quella serata in cui ci siamo guardati molto intensamente negli occhi.

Ha sostenuto lo sguardo?
Quando sono andata a cantargli davanti ha detto una cosa che, lì per lì, mi ha fatto scaturire rabbia ma poi ho pensato che, forse, c’era qualcosa che non avevo compreso.

E che ti ha detto?
«Ti voglio bene, Bene».

Ah.
Ancora non riesco a capirla.

Ti sei sentita presa in giro?
No, X Factor è un gioco, come Risiko.

Gaia ha fatto X Factor e poi, non vincendo, ha tentato la carta di Amici, dove ha trionfato. Voi?
Non crediamo di essere portati a quel percorso. La sensazione di cadere ci lascia senza fiato. Non ci iscriveremo mai più a un altro talent. Sono molto, molto sicura di questo. Non è un fallimento, ma è come abbuffarsi, abbuffarsi e poi non avere più fame?

A Sanremo ci andreste?
Ci stiamo pensando. Dobbiamo raggiungere una mentalità tale da arrivare anche a questo, spingerci oltre.

Cantando in italiano, però.
Sì, ma so che il testo deve essere per l’80% in italiano e io quel 20% in inglese lo voglio mettere.

Lo hai visto quest’anno?
Sì, mi ero anche stampata le pagelle. Ho amato La Rappresentante di Lista e Ditonellapiaga con Rettore.

Chi non ti è piaciuto?
Achille Lauro.

Come mai?
Per la canzone in sé e lo trovavo ripetitivo nei pezzi portati a Sanremo. Il brano l’ho trovato ridondante, il coro gospel lo avrei sfruttato in altro modo. Poteva essere veramente una cosa bella. Mi aspettavo avrebbe stupito, ma non c’è riuscito.

E degli evergreen che mi dici?
Appena ho visto Morandi ho pensato che aveva spaccato più di tutti. Si vede l’esperienza sul palco. Ha un appeal incredibile da performer. Se a 77 anni arrivassi a saltare come lui, mi sentirei comunque vincitrice di qualcosa.

Dopo tutto questo tempo, dopo le delusioni e le ripartenze, come vi sentite?
Tre ragazzini di merda che cercano in tutti i modi, con i gomiti altissimi, di tentare qualcosa di pericoloso, ma che vogliono fare veramente troppo. Senza abbassare la guardia, con convinzione, la tristezza che ci contraddistingue e la voglia di correre, suonare e spaccare i palchi.

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