Meat Loaf ricorda Jim Steinman: «Eravamo una cosa sola» | Rolling Stone Italia
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Meat Loaf ricorda Jim Steinman: «Eravamo una cosa sola»

Il primo incontro, i problemi con le etichette, il successo, la malattia e tutti i momenti più importanti della lunga amicizia fra i due. «Se non si fosse ammalato avremmo fatto 'Bat Out of Hell III'»

Jim Steinman (a sinistra) e Meat Loaf nel 1978

Foto: Michael Putland/Getty Images

Jim Steinman era una figura talmente importante per Meat Loaf che raccontare la loro carriera in una sola telefonata, fatta a pochi giorni dalla sua morte, è stato impossibile. Ci sono volute due chiamate, in due giorni diversi. Alla fine della prima, Meat Loaf è esploso in un pianto incontrollabile. «Mio Dio, non avevo ancora pianto. È come se me ne fossi reso conto ora. È orribile».

Nel il resto dell’intervista è rimasto invece estremamente calmo. Ha raccontato tutta la loro storia, dal primo incontro in un teatro di New York nel 1973 fino alla nascita dell’incredibile Bat Out of Hell e agli anni difficili che l’hanno seguito, per arrivare agli ultimi momenti vissuti insieme quest’anno. «Da quando l’ho incontrato è sempre stato il centro della mia vita. E io della sua. Jim non poteva fare niente senza di me. Ogni cosa che faceva, finivano per parlare di me. A me succedeva la stessa cosa. E non mi importava. Anzi, lo volevo».

Ecco come il cantante racconta la sua relazione personale e artistica con Steinman.

Ho incontrato Jim Steinman al Public Theater di New York. Ero lì per l’audizione del suo musical More Than You Deserve. Ho cantato una canzone in stile Motown intitolata (I’d Love to Be) As Heavy as Jesus. Non lo conoscevo e lui non conosceva me. Ma quando ho finito, si è avvicinato e mi ha detto: «E comunque, pesi almeno quanto due Gesù».

Poi mi ha detto di aspettarlo lì. «Mi serve altra gente». Mezz’ora dopo, è tornato con 16 persone, tra cui il casting director e Joe Papp, il capo del teatro. Mi hanno chiesto di partecipare a una preview del musical. Mi pagavano 125 dollari a settimana, abbastanza per l’affitto e la spesa. Abbiamo iniziato esibendoci davanti a un centinaio di persone a sera. Quando cantavo la canzone di Jim, tutti si alzavano in piedi e andavano fuori di testa. E questo ogni sera, tutta la settimana. Alla fine mi dono detto: forse dovrei lavorare con questo Steinman, la gente dice che so cantare, ma non l’ho mai fatto così bene.

Quando lo spettacolo ha debuttato, il pubblico andava fuori di testa per More Than You Deserve. Il direttore musicale era Paul Shaffer. Una sera il pubblico ha chiesto il bis: io ero paralizzato, ma Paul si è girato verso di me e ha mimato la parola “ritornello”. Sono uscito sul palco e l’ho cantato. Nel cast c’era anche Mary Beth Hurt, che mi ha detto che non aveva mai visto niente di simile.

Tutti dicevano a Jim che avrebbe dovuto lavorare con me e ovviamente a me dicevano la stessa cosa. A me andava di farlo, ma c’era questo tizio, si chiamava Kim Milford. Avevamo lavorato assieme al Rocky Horror Picture Show e al musical Rockabye Hamlet. Era di bell’aspetto, magro, con i capelli lunghi e biondi. Sembrava una rockstar. Io no. Jim all’inizio voleva lavorare con lui, ma alla fine l’hanno convinto a provare con me.

In quel periodo ho trovato lavoro nel National Lampoon, facevo il sostituto di John Belushi. Sono riuscito a far entrare anche Jim, come pianista. Gli ho detto: «Già che stiamo in tour mettiamoci lì e scriviamo un pezzo pop». Ci incontravamo di pomeriggio in qualche teatro, perché c’era sempre un pianoforte. È così che abbiamo scritto Words Right Out of My Mouth. Io suggerivo idee per l’arrangiamento, qualche parola qua e là. Dovevo assicurarmi che la canzone fosse a fuoco, un po’ come si fa con i personaggi. Ogni canzone era un personaggio. Convincevo Jim ad aggiungere una parola, a cambiare la melodia.

Nessuno lo sa, ma Paradise by the Dashboard Light era un mio pezzo. Parlava di una ragazza, Renee Allen, con cui uscivo. Andavamo in giro sulla mia auto, una Red Galaxie decappottabile del 1963 che avevo comprato coi soldi del lavoro, e ci fermavamo in qualche parcheggio. Ho raccontato a Jim questa storia una volta che eravamo nel suo appartamento.

Poi mi sono fidanzato con Ellen Foley, volevo che cantasse e che Jim scrivesse un duetto. È così che è nata Paradise. In ogni caso, dopo quel musical ho detto: «Jim, non posso fare altri spettacoli e tu nemmeno. Dobbiamo lavorare al disco». Era l’inizio del 1975. Avevamo abbastanza soldi per tirare avanti qualche mese. Speravo che per maggio avremmo trovato un contratto discografico, ma non è successo.

Facevamo audizioni ovunque, ma dicevano sempre la stessa cosa: «Siamo disposti a ingaggiarti, ma devi liberarti di quel tizio». Nel frattempo, per fare qualche soldo, suonavamo in piccoli club di New York di fronte a poche decine di persone. Abbiamo suonato più volte al Reno Sweeney, a downtown. Hanno tirati giù la serranda e messo le casse per strada, non c’era abbastanza posto per contenere tutta la gente. Abbiamo fatto sold out anche alla Carnegie Hall.

La gente continuava a dire di mollare Steinman, ma io rispondevo: «Non capite nulla. Siete nell’industria discografica e fate discorsi del genere? Non sapete di chi state parlando. Quel tizio è un genio e insieme siamo inarrestabili». Clive Davis era il peggiore. Ci ha convocati nel suo ufficio per dirci che eravamo pessimi, che non sapevamo scrivere canzoni. Volevano scritturare solo me. Mi hanno fatto registrare le voci per il disco di Ted Nugent, volevano che passassi con lui e i REO Speedwagon, gente così. Ma io dicevo: «Piantatela, non succederà! Non mollerò Jim!». E loro: «Così non farai mai un disco».

Non ho mai raccontato questa storia, ma Jim se n’è andato ed è arrivato il momento. Era il 1975, avevamo finito le demo del disco e una sera mi ha chiamato. Diceva: «C’è un tizio qui, al Bottom Line». Non ha detto il nome “Bruce Springsteen”, era solo un tizio. Erano le 11 di sera. Mi fa: «C’è un tizio che fa la nostra roba al Bottom Line. Devi venire a sentire il secondo show». Io gli ho detto di no, non volevo andar lì nel bel mezzo della notte. Alla fine sono rimasto a casa. Jim invece è rimasto per entrambi i concerti. Credo che Springsteen gli piacesse. Pensava che Roy Bittan, il tastierista della E Street Band, fosse uno dei pianisti migliori del mondo e voleva che suonasse sul nostro disco. «È meglio di me», diceva.

Insomma, facciamo il disco, alla produzione c’è Todd Rundgren. Il progetto è decollato perché Walter Yetnikoff di CBS credeva in noi. In più, John Belushi ci ha aiutato ad arrivare al Saturday Night Live a maggio 1978.

Grazie al SNL è cambiato tutto, Bat Out of Hell è arrivato in tutto il mondo. Siamo passati da non vendere nulla a cinque dischi di platino. Da quel momento sono diventato una macchina. Mi svegliavo, andavo alla radio del mattino, facevo il soundcheck, le interviste, il concerto, a volte dopo lo show andavo in un’altra radio. Cercavo di portarmi sempre dietro Jim. All’inizio accettava, poi si è stancato. Io invece ho continuato.

Adesso però vorrei prendermi un secondo per parlare di Jim. Era generoso oltre ogni limite, ma anche egoista. Comprava dozzine di ciambelle e non le condivideva con nessuno. Poi però un giorno ho detto che mi sarebbe piaciuta una tv di quelle col grande schermo e il giorno di Natale me la sono ritrovata a casa. Un giorno, sarà stato il ’74 o il ’75, ho pranzato con sua madre. Mi ha guardato, ha messo la mano sul braccio e ha detto: «Conosci mio figlio meglio di me». Io ho risposto: «Non credo proprio». Ma ora? Forse aveva ragione.

La gente scrive sempre dei nostri litigi, ma abbiamo litigato solo una volta. André De Shields aveva cantato For Crying Out Loud prima di me. Non gli ho mai chiesto di cosa parlassero i suoi pezzi. Lui non mi ha mai detto come cantarla. Ma quel giorno mi parlò di come l’aveva cantata André De Shields. Eravamo in un hotel tra la 74esima e Broadway, in una sala prove. All’inizio non ho detto nulla. Poi ho preso il piano e l’ho ribaltato. Lui è rimasto lì, coi pedali ancora sotto ai piedi: «E ora?». Io: «Ho del chewing gum». L’abbiamo rimesso a posto, la pedaliera era incollata con la gomma da masticare, e ce ne siamo andati. Ho detto: «Jim, non parlarmi più di come gli altri cantano un pezzo!». E lui: «Adesso lo so».

Comunque, sono ancora pronto a litigare con chiunque non sia d’accordo con me su una cosa. Li sfido. Crying Out Loud è la migliore canzone d’amore della storia. Per favore, discutiamone. Vi convincerò tutti.

Ho cantato tutte le sue canzoni come se interpretassi un personaggio. Non ero me stesso. Ma non stavo neanche recitando con il metodo. Non avevo bisogno di trovare qualcosa nel mio passato che mi permettesse di cantare quelle canzoni. Io diventavo le canzoni e lui sapeva che potevo farlo.

La critica ci detestava. Ogni volta che qualcuno scriveva un articolo negativo su di noi, come Dave Marsh per Rolling Stone US, per lui era un colpo al cuore, ma non lo dava a vedere. Si teneva tutto dentro. Se gli facevano un complimento, faceva finta di niente, ma lo aiutava a guarire la ferita provocata dalle critiche.

Più delle critiche, era difficile gestire il successo. Dopo che Bat Out of Hell è esploso ho avuto un esaurimento nervoso. Ho perso la voce mentre lavoravamo ai pezzi del disco successivo. Io mi sentivo abbandonato da Jim e lui si sentiva abbandonato da me. Voleva fare un disco tutto suo. Voleva essere una celebrità. Non voleva abbandonarmi, ma era convinto che la gente non sapesse chi fosse l’autore di Bat Out of Hell. Insomma, quando la corista Karla DeVito ha iniziato a ottenere un po’ di fama, anche lui voleva la sua parte. Voleva che il mondo sapesse che quella era roba sua.

Il suo disco solista, Bad for Good, è uscito nel 1981. Non è andato bene e per farlo si è fatto un sacco di nemici. Quando ho registrato il mio disco Midnight at the Lost and Found, nel 1983 con il produttore Tom Dowd, ci hanno spiegato che non potevamo fare pezzi di Jim. Aveva scritto Total Eclipse of the Heart per me, ma non siamo riusciti a inciderla. L’ha data a Bonnie Tyler. Non ho niente contro di lei, non ne sapeva niente. Ha capito il pezzo e ha fatto un lavoro fantastico.

Barbra Streisand e Barry Manilow (che hanno cantato i pezzi di Steinman Left In The Dark e Read ‘em and Weep), invece, non hanno capito che per cantare i pezzi di Jim Steinman non basta avere una gran voce. Devi diventare la canzone. Non puoi limitarti a cantarla. Devi essere una cosa sola con il pezzo.

In ogni caso, io e Jim ci siamo ritrovati nel 1984. Io registravo per la RCA al Power Station, Jim lavorava a qualcos’altro lì, abbiamo iniziato a chiacchierare. Mi ha detto: «È il momento di fare un altro disco». Ero d’accordo. Per riuscirci abbiamo aspettato fino al 1993, ma va bene così. Non scordiamo di quanto tempo c’è voluto per arrivare a Bat Out of Hell. Quando abbiamo finito, l’etichetta ci ha detto che Rock and Roll Dreams Come Through sarebbe stata il singolo. Ci siamo girati e abbiamo detto: «Siete impazziti? I Would Do Anything for Love è il singolo». Ce n’è voluta per convincerli.

Non potevo dire nulla, ma prima della malattia avevamo in mente di fare Bat Out of Hell III. È stato malato per molto tempo, più di quanto la gente immagini. Tredici anni fa ha avuto un infarto. Ha subito un’operazione a cuore aperto, triplo bypass, non poteva fare un disco.

Ma anche quando eravamo lontani, non lo eravamo davvero. Non ci siamo mai persi. Non ci siamo neanche mai fatti causa, al contrario di quanto scrive qualcuno. È una menzogna. Non ho mai denunciato Jim e viceversa. I nostri manager l’hanno fatto. Ma il mio cuore non avrebbe mai fatto niente del genere, così come il suo.

Mentre la malattia peggiorava, mi cercava sempre più spesso. Volevo andarlo a trovare, ma lui era in ospedale o io in tour. Cercavo di guadagnarmi da vivere, di sostenere la famiglia. Sono sempre on the road perché con i diritti non guadagno nulla. Quando la mia salute è peggiorata, negli ultimi anni, ho incontrato Jim. Vedermi l’ha reso felice. Lo facevo ridere. Durante il Covid, l’infermiera mi chiamava e parlavamo su FaceTime. Era ancora lucido, intrappolato dentro quel corpo. Per essere in quelle condizioni aveva ancora grande spirito. Resisteva. Ma era dura, perché era molto debole.

Nell’ultimo anno abbiamo parlato su FaceTime una dozzina di volte. Non sono riuscito a incontrarlo perché aveva paura del Covid, e io faccio fatica a spostarmi per i miei problemi alla schiena.

Dopo la morte, la sua infermiera Mary Beth mi ha scritto un messaggio per dirmi quanto lui mi volesse bene. Diceva che era una delle persone a cui teneva di più in assoluto. Non voglio morire, ma potrebbe succedere quest’anno a causa di Jim. Sono sempre stato con lui, e lo sento qui accanto a me adesso. Sono sempre stato con lui e lui è sempre stato con me. Condividevamo i nostri cuori e le nostre anime. Non ci limitavamo a conoscerci, eravamo una persona sola.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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