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MC50, mezzo secolo di rock e politica

Arriva in Italia il tour celebrativo della band che ha anticipato il punk. Wayne Kramer ci racconta perché il messaggio degli MC5 è ancora necessario

Wayne Kramer (al centro) e la super band di MC50

Detroit, 1968. Un ragazzo di nome Wayne, con lunghi ricci e una chitarra appesa al collo, sale su un palco e urla “Kick out the jams, motherfuckers!”, dando il via a una selvaggia ribellione proto-punk carica di messaggi politici e rivoluzionari. La fiammata degli MC5 – una band tanto istintiva da essere costretta a registrare dal vivo il disco d’esordio, perché incapace di replicare in studio la propria esplosività – come è capitato spesso nella storia del rock è bruciata in fretta: lo scomodo passaggio a una major, il flop del secondo album e l’accusa da parte dei fan e del Movimento di essere dei venduti – il loro manager, John Sinclair, era il fondatore delle White Panther, corrispettivo bianco del movimento di liberazione afroamericano. Tre album, quindi l’inevitabile scioglimento. Segue un periodo buio, con l’arresto per droga del fondatore e chitarrista Wayne Kramer e la detenzione in una prigione federale. Ma dopo qualche anno, la rivelazione: gli MC5 hanno ancora un pubblico, e Kick Out the Jams, il loro esordio fuori dal tempo, è cresciuto fino a diventare un disco di culto.

Oggi della band originale sopravvive solo Wayne Kramer, un signore di 70 anni che ha perso qualche pelo ma di certo non l’atteggiamento punk di quando aveva 20 anni. Abbiamo scambiato due parole con lui in vista della tappa milanese (il 21 novembre, all’Alcatraz) di MC50, il tour celebrativo dei 50 anni di Kick Out the Jams, che Kramer sta portando in giro per il mondo insieme a una band composta da gente come Kim Thayil dei Soundgarden, Brendan Canty dei Fugazi, Marcus Durant degli Zen Guerrilla, Dug Pinnick dei King’s X, Don Was – bassista dei Was (Not Was) e presidente di Blue Note Records – e, per finire in bellezza, Matt Cameron di Soundgarden e Pearl Jam.

Prima di tutto, come sta andando il tour?
Non potrebbe andare meglio! C’è un grande pubblico, molto entusiasmo, i ragazzi stanno suonando come se avessero il fuoco dentro.

Come hai messo insieme questa band? È incredibilmente cool.
Beh, 50 anni sono un’ottima occasione per riunire dei bravi musicisti e fare un po’ di musica. Mi sembra che gli MC5 abbiano più rilevanza oggi di quanta ne avessero allora, con il loro messaggio di autodeterminazione, di resistenza verso l’establishment. Volevo fare questo tour insieme a delle brave persone. Era la cosa più importante, che fossero dei buoni compagni. Curiosi e con senso dell’umorismo. E il fatto che tutti siano dei maestri in quello che fanno, dal punto di vista musicale, è un bonus. Sono molto fortunato, con questa band ho vinto la lotteria.

Pensando alle origini di molti di loro (membri di Soundgarden, Fugazi, Zen Guerrilla, ecc.), mi pare che condividano con te un certo orgoglio di essere outsider.
Sono d’accordo. Penso che tutte queste band abbiano qualcosa in comune con gli MC5, e siano state ispirate da loro. Quindi il fatto che oggi possiamo stare insieme e suonare le canzoni degli MC5 non è un fatto banale, ma serve un’ideale superiore.

Trovi ironico il fatto che gli MC5 abbiano suonato sotto un presidente come Nixon, e oggi, 50 anni dopo, stanno suonando ancora sotto un presidente come Trump?
Sì. (Ride, ndr). L’ironia della cosa non mi sfugge.

Cosa hai pensato all’epoca di fronte al successo di band chiaramente debitrici degli MC5, come Stooges e Ramones?
Ho sempre sentito una forte connessione con gli Stooges, perché provenivamo dallo stesso luogo e dallo stesso momento storico. Eravamo amici, suonavamo insieme, avevamo le stesse ragazze, fumavamo la stessa marijuana. Ma se devo indicare una band che secondo me ha raccolto l’eredità degli MC5 dirò che sono i Clash, molto più sperimentali. Un aspetto fondamentale degli MC5 era di avere cercato di spostare i confini musicali, e non ho mai trovato questo nel punk rock, che spesso è stato conservatore, dal punto di vista musicale. Preferisco musica più avventurosa.

E allora in quali band hai riconosciuto o riconosci oggi questi tratti?
Ci sono un paio band che oggi trovo importanti: la prima si chiama Tank and the Bangas, da New Orleans (una band funk-soul-rock, ndr), e gli altri sono i Dirty Projectors, da Brooklyn. Entrambe hanno un loro stile unico, diverso da quello di tutti gli altri, e secondo me è la cosa più importante per una band. E sono dei veri perfezionisti, non fanno le cose in maniera sciatta. Lavorano duro. Vengo da Detroit, e trovo che ci sia della nobiltà nella fatica e nell’impegno.

Parliamo del periodo in cui sei stato arrestato, dopo la fine degli MC5. Qual è stato il tuo primo pensiero, una volta uscito di prigione? Cosa aspettavi dalla vita, dopo quell’esperienza?
Beh, il primo pensiero una volta uscito di prigione è stato fare sesso!

Ovviamente. Il secondo pensiero, allora.
(Ride) Il secondo è stato di reinserirmi nel mondo, è sempre difficile farlo quando sei stato in prigione. Rispetto agli standard di oggi, la mia detenzione è stata piuttosto breve, tre anni, mentre oggi la gente sta in prigione dieci, quindici, venti anni, per i miei stessi reati. Ma anche dopo questo periodo relativamente breve, per adattarmi alla vita nella società mi ci è voluto un po’ di tempo. La mia nuova sfida quindi è stata questa: riaprire un conto in banca, ottenere la patente, trovare un posto in cui stare, un lavoro. Rimettere insieme una band. Uscire di prigione senza nulla e ricostruire una vita è molto difficile.

C’è stato un momento preciso, una volta uscito di prigione, in cui hai realizzato che gli MC5 avevano ancora un pubblico?
Sai cosa? Quel momento sta succedendo proprio adesso. Quando incontro i fan negli Usa e in giro per il mondo, durante questo tour per il 50° anniversario. Solo adesso sto comprendendo l’impatto che gli MC5 hanno avuto nella vita delle persone, dopo tutti questi anni. Incontrare le persone ai concerti è stato illuminante. L’esperienza mi rende più umile.

Considerate le affiliazioni politiche della band e del suo manager John Sinclair, è possibile che all’epoca foste monitorati dal governo americano?
Di sicuro. Abbiamo prove incontrovertibili del fatto che fossimo controllati dal governo. Grazie al Freedom of Information Act è stato possibile accedere ai documenti che lo dimostrano. Faceva tutto parte del piano della Casa Bianca e dell’FBI per opporsi al dissenso interno alla nazione. Gli MC5 e le White Panther, i Movimenti contro la guerra e quello per i diritti umani, ovviamente le Black Panther, la Weather Underground (un’organizzazione della sinistra radicale), alcune organizzazioni ambientaliste, erano tutte monitorate, quando non direttamente sabotate, dal governo americano. Gli arresti e i processi erano frequenti. Alla fine fummo costretti a rivolgerci alla Corte suprema, perché la nostra Costituzione non prevede che il governo possa ascoltare le conversazioni telefoniche senza un mandato. E vincemmo. Fecero cadere tutte le accuse.

Se si pensa a quanto poco gli MC5 sono stati attivi, si potrebbe definirli una delle band più influenti della storia del rock?
È possibile, sì. Il messaggio della band non ha scadenza. Ma stavamo solo portando avanti un’idea nata molto tempo prima, quella che un solo individuo può fare la differenza. E un gruppo di persone può fare una grande differenza. Le migliori band hanno questo: predicano che il futuro è ampio, non è ristretto.

Quindi sei ottimista rispetto al futuro dell’umanità, anche in questi tempi un po’ grami?
In un certo senso sì. Ma la speranza è ingannevole. Ha senso solo se è supportata dal duro lavoro.

Vorrei finire parlando di Jail Guitar Doors, il programma per portare strumenti musicali nelle carceri americane creato insieme a Billy Bragg. Come procede?
Prima di tutto, se non ci fossero così tante persone in prigione negli Usa non ci sarebbe bisogno di questo programma. In America ci sono oltre 2,3 milioni di persone in galera, più di qualsiasi altro Paese nella storia del mondo.
So per esperienza che la prigione non fa bene alle persone. Quando escono, si ritrovano in un mondo fatto di violenza, razzismo, risentimento, amarezza, sconfitta. La società non è più sicura, dopo che ha trattato male i detenuti. Bisogna allora fare qualcosa per cambiare in modo positivo le persone mentre sono in prigione. Non possiamo rimetterle in strada e aspettarci che diventino bravi cittadini. La vita non funziona così. Quindi cerchiamo di sfruttare il potere della musica per permettere a queste persone di entrare in contatto con i propri sentimenti e le proprie memorie. Per imparare abilità cognitive che serviranno loro nella vita fuori dalla prigione. In ogni genere di attività umana bisogna essere in grado di comunicare le proprie sensazioni, collaborare con gli altri ed esprimersi in modo positivo. Scrivendo canzoni possono imparare tutto questo. Jail Guitar Doors è un programma molto efficace, oggi siamo presenti in 119 carceri americane.

Portate ai detenuti soltanto chitarre?
Principalmente chitarre. Ma lavoriamo anche con gli Youth Camps. Sai, in America mettiamo in prigione anche i bambini. E i ragazzini oggi più che chitarre vogliono turntable, microfoni e drum machine. Sono tutti rapper! Non gliene frega molto delle chitarre! (Ride). Ma sai che c’è? I miei amici alla Fender mi dicono che oggigiorno le chitarre vendono da matti! Sono soprattutto le ragazzine, oggi, a comprarle. Mi pare una bella notizia.

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