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Maya Hawke, sicura e sfacciata come la Thérèse di Balthus

«Ho l’ansia di dimostrare quel che valgo», dice. Forse perché è figlia di Ethan Hawke e Uma Thurman. Attrice e cantautrice, ci racconta dell’album ‘Moss’, di ‘Stranger Things’, del suo video vietato ai minori e del perché è stata folgorata da un dipinto esposto al Met

Maya Hawke

Foto: Jason Kempin/Getty Images

Se v’interessano spoiler di Stranger Things, non fate affidamento su Maya Hawke. «Non so come aiutarvi», dice in collegamento Zoom dalla casa che la madre Uma Thurman ha affittato a Sag Harbor, New York. «Il mio personaggio non è presente in molti snodi della storia che possono offrire spoiler. Io faccio parte della linea comica». Nella serie, Hawke (il padre è Ethan Hawke) è Robin Buckley, l’affascinante ragazza segretamente omosessuale che combatte i mostri insieme alla sua spalla, Steve Harrington (Joe Keery). Quando non è impegnata a salvare la città di Hawkins, Maya Hawke è anche una musicista, con un bel disco folk fresco di stampa, Moss. «A quest’album chiedo solo che mi dia l’opportunità di farne un altro. Voglio che piaccia alla gente, tutto qui».

Pubblichi l’album a ridosso dell’ultimo capitolo di Stranger Things. Lavori sempre a questi ritmi?
Tieni presente che in questo momento stai parlando con una che ha in mente una sola cosa (fa la voce lamentosa, nda): ho bisogno di una vacanza. Ma ho un cervello iperattivo, ho l’ansia perenne di dimostrare ciò che so fare, per cui voglio sempre lavorare di più e fare meglio di questa mia ipotetica rivale che in realtà non esiste.

Non è che il desiderio di metterti alla prova deriva dal fatto di essere la figlia di due celebrità?
Può essere, in parte. Credo che l’unico modo di gestire l’essere figli d’arte, cosa che effettivamente ti offre grandissimi vantaggi nella vita, sia la consapevolezza che si avranno molte opportunità servite su un piatto d’argento, ma queste opportunità non andranno avanti all’infinito. E quindi devi lavorare duro e bene. Se non fai bene, prima o poi le opportunità smetteranno di arrivare. È questa la mia filosofia.

E gli hater che ti accusano di essere privilegiata?
Non interagisco granché con gli hater, ma neppure con gli adulatori. Resto fedele a un consiglio che mi è stato dato, ovvero che le belle recensioni in parte sono vere, ma anche le cose negative lo sono. In pratica non sei un dono di Dio agli uomini, né un piccolo ratto da discarica. Non sei nessuna delle due cose e allo stesso tempo sei entrambe.

Ti senti una cantante che fa l’attrice o un’attrice che fa la cantante?
Non mi piacciono le etichette. Ma se proprio dovessi mettere da parte una delle due attività, smetterei di cantare. La recitazione è la mia più grande passione, ho passato molto più tempo a studiarla e a praticarla. Ho sempre avuto quest’idea romantica di volere eccellere in un campo. Non che ci sia arrivata con la recitazione, ma sono sulla buona strada per conoscere bene quest’arte e capirla a fondo, sia da una prospettiva storica che pratica. Sono più avanti nel mio viaggio di conoscenza della recitazione, quindi opterei per questa.

Prima di usarlo come titolo del nuovo album, hai cantato di muschio (moss) nel tuo disco precedente, nel pezzo River Like You: “Addomestico il muschio sulle rocce”. Che significato ha questa pianta, per te?
È molto bello che tu l’abbia notato. Traggo moltissima ispirazione dalla natura. Come si usa dire, su una pietra che rotola non si forma il muschio: questa metafora mi ha sempre lasciata perplessa, non ho mai capito se è una cosa positiva o meno. Credo che in ambito artistico il fatto di essere pietre che rotolano, sempre in movimento, in solitaria, sia molto apprezzato. Però penso anche che la mia generazione sia diversa dalle precedenti. Ce la spassiamo di meno. Siamo maggiormente interessati alle passeggiate nella natura, alla salvezza del pianeta. Mettiamo molta enfasi sull’avere cura di sé. È un risultato della pandemia che ha portato tutti quanti a pensare: diventerò pazza se non trovo un modo di prendermi cura di me mentre devo starmene rinchiusa qui. Il disco è nato durante la pandemia e l’ho intitolato Moss perché è stato come se sentimenti ed emozioni si depositassero su di me, mentre me ne stavo immobile.

Diversamente dai tuoi coetanei, tu non ami molto i social.
Sto su Instagram un’oretta al giorno. Certo, i social occupano una grossa porzione delle nostre vite: se sei in grado di crearti un buon seguito sono fonti di reddito e anche un mezzo efficientissimo per fare amicizie e incontrare persone affini. Per cui sarebbe impossibile eliminarli dalla mia esistenza, ma non voglio che si prendano più spazio di quello che hanno oggi. Anzi, mi piacerebbe ridurlo. Non interagisco granché con gli sconosciuti sui social: da questa dinamica mi vorrei sottrarre ancora di più.

Parte del disco è stata realizzata presso il Long Pond Studio. Sei una Swiftie?
Ho adorato Folklore ed Evermore, soprattutto il pezzo Cowboy Like Me, che non è uscito come singolo. Sentendolo ho pensato: chiunque abbia lavorato a questa canzone si occuperà anche della mia musica. Era un brano lento, ma aveva comunque una bella spinta: esattamente quel che desideravo. John Low, invece, mixa le mie canzoni fin dai tempi di Blue Hippo; era già al lavoro per il mixaggio finale dei primi 12 pezzi e mi è sembrato appropriato andare da lui a incidere le ultime due canzoni del disco e ad approvare i mix definitivi. Laggiù è bellissimo e il lago è meraviglioso: è un posto fantastico per registrare.

Hai scritto molti dei pezzi con Christian Lee Hutson. Come è iniziata questa collaborazione?
Christian è amico di Ben [Lazar Davis]. Ben l’ha contattato e sono stata fortunata, perché Christian aveva un po’ di tempo. È scattato subito un bel feeling. Ha scritto esattamente ciò che avevo in testa, solo che l’ha fatto meglio di quanto avrei fatto io. La sua è la musica che sognavo di fare. È un tipo brillante. Marshall Vore ha fatto da ingegnere del suono, lui è un altro collaboratore di Phoebe Bridgers. È successo in maniera molto casuale, ma sono una sua grande fan.

Chiudi il disco con Mermaid Bar. Di cosa parla il pezzo?
Avevo l’idea di scrivere un film, una storia di sirene. Poi mi sono detta: non lo farò mai, meglio farne una poesia. Sono sempre stata affascinata dalle sirene. Fin da bambina, andavo al mare di notte, con la luna piena, e mi sdraiavo sul bagnasciuga pregando Dio che mi trasformasse in una sirena. La mitologia era importantissima per me, da bambina. Ero molto giù, ma alcune persone vicine si sono prese cura di me e mi hanno aiutata a essere meno triste. Anche da adulta capita di trovare persone che in un certo senso ti adottano e diventano la famiglia che ti scegli. Ho immaginato che tutti loro sedessero intorno a me, in questo bar per sirene. Eravamo anime perse, avevano ucciso la nostra infanzia buttandoci, metaforicamente, dal ponte di Brooklyn. E ci ritrovavamo tutti nei canneti e in acqua e costruivamo questa piccola comunità di sirene perdute. È una canzone che racconta una storia di fantasia: ho sempre voluto scriverne una.

‘Thérèse Dreaming’ di Balthaus

Il singolo Thérèse è ispirato al dipinto di Balthus Thérèse Dreaming. Cosa ti ha colpito di quel quadro?
Da bambina andavo sempre al Metropolitan Museum of Art e, ogni volta, questo dipinto attirava la mia attenzione: lei era diversa. Le giovani degli altri quadri erano delicate, femminili, all’antica. Lei era lì, seduta a gambe larghe, le mani in una posizione che comunica sicurezza. E poi non guardava verso l’osservatore. Emanava un’aura di naturalezza priva di qualunque senso d’imbarazzo che mi ispirava tantissimo. Pensavo: mi sembra di essere come lei. Una giovane un po’ mascolina e non una principessina affettata.

E non hai cambiato idea dopo che sei venuta a conoscenza della polemica sul quadro (nel 2017 è stata lanciata una petizione per rimuoverlo dal MET con la motivazione che quell’adolescente in posa provocante sconfinasse nella pedofilia, ndt)?
Quando l’ho saputo ci sono rimasta molto male, perché non avevo mai pensato al pittore. Mi ero sempre concentrata sulla protagonista del quadro. Ovviamente se inizi a tenere in considerazione anche il creatore pensi: mmm, quella ragazzina un giorno è stata nel suo studio. Era una situazione sicura per lei? Era una cosa giusta? Ma nel mio pezzo non c’è alcun sottotesto politico. Sono solo io che descrivo le sensazioni che suscita l’arte.

Nel video che hai girato per la canzone ti si vede nel mezzo di un’orgia nella foresta e poi vieni arrestata dalla polizia. In che modo, quel dipinto, c’entra con il video?
Qualcosa nel quadro mi ha fatto pensare alla sessualità nella prepubescenza, alla curiosità dei sogni a occhi aperti, a letto, e ai giochi che si fanno con gli amici per esplorare la sessualità in modo fondamentalmente innocente. Poi arriva la pubertà e la sessualità non ti appartiene più: diventa di proprietà del mondo. Si trasforma in quest’arma che hai a disposizione, in qualità di giovane donna. Ma non è una cosa che scegli tu: è la società che ti dice che hai una pistola in tasca e devi averne cura. Le mie emozioni di fronte a quel quadro erano legate a queste sensazioni. Si parla sempre di chi lo guarda e del creatore del dipinto, ma non della ragazza: e io volevo spostare nuovamente l’attenzione su di lei, sia nella mia vita che nella canzone.

Nel video ti si vede a seno nudo e la cosa ha attirato l’attenzione di molti.
A un certo punto ho cambiato la visualizzazione dei commenti su YouTube dalla modalità “più pertinenti” a “più recenti” e ho letto cose tremende. Sono rimasta sconvolta. Poi mi sono detta: Maya, l’hai fatto proprio perché la gente si turba per questo genere di cose e tu pensi che non dovrebbe. Quindi? Credi davvero di poter piacere a tutti? Se tutti l’apprezzassero, non ci sarebbe stato alcun bisogno di farlo. Mi sono tranquillizzata facendo un po’ di meditazione.

Hai visto Giovani, carini e disoccupati? Ci recita Winona Ryder con tuo papà…
No. Conosco bene Winona e sono una grande fan del suo lavoro, come di quello di mio padre, ma alcuni film dei miei genitori non li ho visti. Certi sono così particolari che dovremmo sederci a vederli tutti assieme, ma è difficilissimo trovare il momento buono. Fino a un paio d’anni fa non avevo mai visto Pulp Fiction. Mi manca ancora uno dei due Kill Bill. Ho grosse lacune da questo punto di vista.

L’ultima stagione di Stranger Things è stata girata un po’ di tempo fa. È stato difficile mantenere il segreto per così tanto?
So che ci sono stati problemi perché qualcuno ha fatto degli spoiler nel corso di conferenze stampa, ma io non ho mai subito grosse pressioni in questo senso. E non ho mai ricevuto telefonate di rimprovero da Netflix. Forse perché di solito vado ai talk show e dico che non so proprio cosa succederà.

Millie Bobby Brown ha detto che i Duffer Brothers devono iniziare a far fuori un po’ di personaggi, perché il cast ormai è talmente nutrito da non starci più in una foto sola. Sei d’accordo?
Considerando che è l’ultima stagione, probabilmente qualcuno morirà. Mi piacerebbe morire e godermi un momento di gloria. Vorrei farlo in maniera eroica, come ogni attore desidera del resto. Ma mi piace molto il modo in cui i Duffer Brothers s’affezionano ad attori e personaggi e quindi non vorrebbero mai farli morire. Bella questa cosa.

Non sopporterei di vedere morire Robin: il mio sogno sarebbe uno spin-off su di lei e Steve, ambientato negli anni ’90.
Sì, magari dove si vede che andiamo a New York, facciamo casino nei locali e cerchiamo di capire chi siamo. Di norma non mi piacciono gli spin-off, ma se me lo facessero fare con Joe Keery ci starei subito: è divertente, meraviglioso, intelligente, versatile. Farei qualunque cosa con lui.

Ti piacerebbe vedere insieme Steve e Nancy?
A Robin piacerebbe. Perché credo che lei voglia davvero che Steve sia felice e sembra proprio che Nancy ce la possa fare. Una delle cose più belle dello show è che non è mai stato incentrato sulle storie d’amore. La gente vorrebbe veder nascere delle coppie, ma in realtà tutto ruota intorno all’amicizia. Nei media c’è un’enfasi esagerata sull’amore romantico, come se fosse lo scopo ultimo di tutti. Trovi la persona perfetta, tutto va per il meglio e fine della storia. Io preferirei di gran lunga se le storie non avessero un finale, ma è come se tutte le nostre eroine dovessero per forza giungere a un traguardo definitivo che a quanto pare coincide con la scoperta dell’uomo giusto. Mi ha proprio stufata questa cosa.

E si ricollega al discorso che facevi su Mermaid Bar e sul costruirsi una famiglia che ti scegli.
È l’essenza della vita adulta: le amicizie che stringi e tutte quelle piccole bizzarre creature marine che scopri nell’oceano del mondo, che ti proteggono e ti aiutano a diventare l’adulta che sarai. Una rete di supporto. E la serie è grandiosa da questo punto di vista, con tutte quelle amicizie meravigliose. Spero che al personaggio di Nancy, indipendentemente dal fatto che si metta insieme a Jonathan o a Steve, sia riservato un finale appagante anche da questo punto di vista.

Tradotto da Rolling Stone US.

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