Max Casacci ti fa ballare (e pensare) col rumore dei tram | Rolling Stone Italia
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Max Casacci ti fa ballare (e pensare) col rumore dei tram

Torna l'intonarumori umano. 'Urban Groovescapes' è basato su suoni e beat prodotti non dagli strumenti, ma da registrazioni sul campo, dal montaggio dei tubi di ferro in un cantiere allo sferragliamento dei mezzi pubblici. È anche un gesto politico: leggete qui

Max Casacci

Foto: Paolo Ranzani

Era poco meno di due anni fa che usciva Earthphonia, curiosa digressione di Max Casacci rispetto al moloch-Subsonica: un lavoro creato solo campionando rumori della natura, sviluppato poi addirittura non solo come disco ma addirittura come storytelling testuale sotto forma di libro.

Interessante, curioso, particolare. E uno pensa: bene, bello, ma finisce qui, ci sono i Subsonica, alla peggio ci sono pure i Deproducers. Invece, l’affaire sentimentale tra Max e il campionamento (ri)processato non si è per nulla fermato: si è spostato dalla natura più pura ai suoni più metallici ed urbani (tolta qualche eccezione, vedi Monica Bellucci, sì, lei), ed ecco qui che salta fuori abbastanza materiale per dare vita a Urban Groovescapes, in uscita per 35mm, la sublabel “cinematica” della reginetta indie 42 Records. Disco sorprendentemente convincente ed intrigante.

Max, ci stai prendendo gusto. All’inizio questo progetto Earthphonia sembrava un po’ un divertissement o comunque una libera uscita abbastanza isolata (per quanto articolata, con tanto di album e libro assieme): una digressione momentanea e concettuale rispetto al lavoro coi Subsonica e coi Deproducers. Invece siamo arrivati già al secondo capitolo sulla lunga distanza. E ti dirò: mi sembri sempre più a tuo agio.
In parte è vero, mi ci trovo sempre meglio. Guarda, non è mai facile costruire un brano lavorando solo con dei rumori e non con degli strumenti musicali, ci metto ancora il mio tempo, non è un processo immediato e semplice. Ma in effetti, rispetto agli inizi, ora ci metto la metà: sì, un po’ ci ho preso la mano, hai ragione. Però non sarà mai facile, costruire un brano con le regole che mi sono dato per Earthphonia. Men che meno se con una musica fatta solo da rumori e campionamenti dal mondo reale decidi di darti un obiettivo supplementare ben preciso oltre a quello del comunicare un messaggio, ovvero far ballare la gente. Un obiettivo, credimi, che rende tutto più complicato e lungo da lavorare. Fosse anche solo in fase di mixaggio. Tuttavia ammetto: ho passato da un pezzo la fase in cui ero lì e mi chiedevo «ma cosa cazzo sto facendo?».

Perché c’è stata, questa fase, per Earthphonia.
C’è stata sì. Soprattutto quando dopo i primi episodi architettati assieme a Daniele Mana mi sono ritrovato a lavorare invece da solo. Sai, quando sei da solo ti vengono molti più dubbi… Però davvero: aver individuato nel dancefloor il contesto d’appartenenza finale di questa materiale sonora mi ha aiutato parecchio a dare una direzione più definita, una prospettiva precisa. Altrimenti rischiavo di perdermi, di incartarmi.

Però: ci sono i dancefloor degli anni ’90, dove la musica poteva anche essere un po’ sperimentale (e ad esempio già allora uno come Matthew Herbert giocava sul flirt tra house e campionamenti estrapolati dalla quotidianità, con tanto di sottotesto concettuale); e invece ci sono quelli di oggi. Come sono, questi ultimi? Sono tanto diversi? Secondo me, un po’ sì.
In effetti un tempo potevi permetterti di lavorare pensando solo alla musica per la musica.

Cioè?
La musica era centrale. Di musica si parlava parecchio fra le persone, e parlarne creava anche un forte senso d’appartenenza. Questo si è un po’ perso per strada. Ma è anche vero che questa fase a un certo punto ha avuto anche una declinazione molto rigida, con l’elaborazione di codici strettissimi: chi amava la cassa dritta non poteva accettare le ritmiche più spezzate, e viceversa. Questa cosa si è trascinata anche nel nuovo millennio. Quando magari la musica non era più vista come qualcosa di quasi religioso – questa cosa è scomparsa direi con gli anni ’90 – ma comunque le differenze di ambito e di attitudine restavano nette. Ora non è più così.

Ora, e ti direi soprattutto dopo la fase pandemica, ho veramente l’impressione che ai ventenni non interessino gran poco queste divisioni e contrapposizioni: sono enormemente più aperti. Al tempo stesso, sono tornati comunque ad avere voglia di una fruizione “fisica” del suono, del ritmo. Io sono uno molto curioso e ficco il naso un po’ dappertutto, anche in posti in cui apparentemente non dovrei c’entrare anagraficamente – tant’è che ogni tanto ho il sospetto di essere visto come uno della Siae che è venuto a controllare sia tutto a posto nel locale, agli ingressi – e ti assicuro che i diciottenni, ventenni di oggi sono molto, molto aperti. Questo significa una cosa molto bella: coi tuoi set, come dj e come producer, puoi spaziare. Tanto.

Sì?
Devi ovviamente mantenere salde le coordinate narrative: dare una impronta a quello che stai facendo (e questo è doppiamente importante quando presenti una musica che non ha testi, è solo strumentale), ed avere anche una coerenza sonora. Perché non è che vada bene tutto, assolutamente. Ma hai più libertà. Resta comunque la regola principale: il viaggio sonoro che offri deve avere una direzione. Deve essere un viaggio. Devi, per dire, saper costruire dei crescendo. Non puoi fare le cose a caso. Non potevi farlo prima, non puoi farlo ora: nonostante la ricettività stilistica enormemente aumentata.

Il primo album era legatissimo ai temi della natura, era davvero poco “urbano”. Qui l’inversione di tendenza concettuale e, come dire, “ambientale” è netta. E non è una inversione casuale, a occhio: nella nota stampa dai infatti un valore quasi politico a questa scelta. Anzi, va’, toglierei il quasi.
Perché in questo momento il luogo col maggior potenziale di trasformazione del mondo è proprio la città. Più di qualsiasi altro contesto. Pensa anche solo al problema dell’inquinamento: è nella città che si fa drammaticamente evidente e immediato, più che in altri ambiti. Quindi, se devi lanciare il messaggio della drammatica urgenza di un cambio di paradigma, e questa urgenza c’è eccome, ancorandolo alla città ed alle sue declinazioni esso diventa ancora più forte ed immediato, anche se stai parlando di ambiente. In realtà, non è solo l’ambiente…

No?
Di un cambio di paradigma ne abbiamo bisogno in più ambiti. E questo cambio può arrivare solo ed unicamente se tutti insieme iniziamo ad imparare a superare ostacoli, abitudini, luoghi comuni, rinunciando ogni tanto anche a routine lunghe anni se non decenni, e ad una serie di piccole comodità.

A un modo vecchio e conservatore di vedere la realtà urbana. E di gestirla.
Esatto. Attenzione: non voglio attribuire una eccessiva importanza a quello che faccio intonando il rumore del montaggio dei tubi di ferro in un cantiere o i rumori del tram, però è vero che chi svolge un’attività creativa deve sentire il peso della responsabilità del far capire a più persone possibili che sì, c’è bisogno più che mai in questa fase storica di fare un salto di qualità, c’è bisogno di ragionare più ad ampio raggio… Perché l’alternativa è il disastro. E questo è un discorso che oggi puoi fare ancora più cristallinamente e lucidamente rispetto al passato.

Come mai?
Perché non sei più obbligato ad ancorare tutto a discorsi ideologici. La questione climatica, che è cruciale, ci pone di fronte a sfide che sono completamente non ideologiche. Pensaci: non esiste un sovranismo nel clima, non può esistere, non avrebbe senso. Ora, non voglio fare il solito piemontese moralista, musicista espressione di un Novecento che ormai manco c’è più, che si mette a pontificare. Però la necessità di un cambio di passo è evidente, la possibilità di farlo c’è, e per giunta senza fardelli ideologici: è una grande opportunità, davvero. E, per giunta, può rendere la musica che c’è in giro ancora più interessante.

Un tempo buttarla sull’ambientalismo era un modo per sfuggire a un concreto impegno politico lacrime & sangue; ora invece mi pare di capire che sia per te la battaglia per eccellenza su cui sarebbe il caso di buttarsi, se si ha un po’ di coscienza civile.
Esattamente. E questo nel dibattito politico italiano continua ad essere invece completamente trascurato. Questo però solo perché noi più anziani, che teniamo in mano tutte le leve del potere, continuiamo ad arrogarci il diritto di decidere su questioni che, in realtà, non appartengono al nostro futuro ma a quello di oggi ha vent’anni. Però l’Italia è un Paese bloccato: questo perché anche solo demograficamente siamo una nazione dove i giovani sono relegati a un ruolo profondamente minoritario, e quindi percepito come poco rilevante. Le cose cambieranno quando ai bottoni del comando arriveranno persone delle nuove generazioni, i ventenni o i trentenni. Generazioni che tra l’altro al momento di affacciarsi alla vita adulta sono passate già attraverso quattro crisi: quella economica prima, quella climatica, quella pandemica, ora anche quella bellica con la guerra della Russia all’Ucraina. Mi sembrano ben forgiati.

D’accordo su tutto. Ma non posso fare a meno di pensare che stiamo qui a dirci queste belle cose noi due, io che di anni ne ho quasi 50 e tu che li hai pure superati. Siamo credibili?
Nessuno è al di sopra della responsabilità di attirare l’attenzione su problemi assolutamente fondamentali. Né io né te. Tocca o toccherebbe a tutti. Semmai, dobbiamo accettare l’idea che probabilmente non saremo noi i protagonisti di questa trasformazione. Lo sarà gente molto più giovane di noi. Ma è un problema? Non credo proprio. Avere un ruolo attivo nella società non significa per forza giocare sempre e solo sul piano del protagonismo e dell’autoaffermazione. Anche se spesso tentano di farcelo credere.

Che poi, parlando di protagonismo ma tornando alla musica, tu avresti potuto vivere benissimo di rendita facendo il produttore conto terzi, nei tuoi momenti di libera uscita dai Subsonica. Invece, hai deciso di (ri)metterti in gioco in prima persona, esponendoti come artista, pure con un progetto abbastanza atipico.
È la continuazione di una storia e di una attitudine mia personale che è anche precedente alla mia vita coi Subsonica, c’era già prima. Sono sempre stato attraversato da una specie di dinamismo nomade: quello che ad esempio mi ha portato ad essere nei primi anni ’90 un agente patogeno all’interno di un gruppo, gli Africa Unite, che in quel momento si stavano già affermando come il gruppo più credibile all’interno di una scena molto ortodossa e dai canoni ben precisi come quella reggae.

Già, prima di fondare i Subsonica entrasti come chitarrista negli Africa Unite.
Lo racconto anche nel libro legato alla prima release di Earthphonia, il come entrai a far parte degli Africa; e spiego come catalizzai tutta una serie di elementi che, negli Africa Unite, erano peraltro già presenti. Perché ricordiamoci che Madaski era anche e soprattutto una dalla fortissima preparazione classica, coi suoi studi al Conservatorio e la sua passione per la musica del ‘900, oltre ad avere un rapporto strettissimo con la new wave, il post punk, il dark: altro che canoni e limiti. Insomma, il risultato fu un reggae molto personale, diverso dai dalle regole e dalle abitudini, un reggae che peraltro ci porterà in ogni caso ad esibirci proprio in Giamaica guadagnando il rispetto di tutti.

Vero.
E questo mio voler cercare una dinamica da agente patogeno è una caratteristica che resterà, ed è restata in tutti questi anni. Nonostante l’importanza della parabola dei Subsonica.

Nonostante?
Non dico che mi dispiaccia stare con loro: fare dischi e dividere il palco tutti assieme resta una esperienza bellissima, preziosa.

Ma?
Ma il passo di un gruppo è diverso dal passo che si potrebbe avere stando da soli. Trovare una cadenza comune, cosa che è necessario fare, significa anche rinunciare a una serie di accelerazioni personali in favore di una marcia più costante ed accomodante.

E la cosa ti può risultare un po’ stretta.
Anche. Ma non sono due cose in conflitto fra loro, sia chiaro: possono serenamente convivere entrambe. Dico solo che a livello di sensibilità personale a un certo punto ho percepito che le cose interessanti, in musica, stavano accadendo o nel rap (e nei suoi vari sottogeneri) o nell’elettronica da ballo più colta – quella che Simon Reynolds ha chiamato conceptronica, se vogliamo usare questa definizione, l’elettronica che ad esempio puoi sentire in festival come Club to Club. È lì che negli ultimi 15 anni si sono concentrate le novità, quelle cose che ti fanno sobbalzare sulla sedia e che ti danno l’impressione che in qualche modo l’asticella si stia alzando o anche solo spostando di nuovo: una sensazione che negli anni ’90 era continua. Lì, non nel mondo della canzone.

Ok.
Novità profonde a livello tecnico, a livello espressivo; e anche novità a livello di fruizione del pubblico, ad esempio nella compenetrazione con le arti visive. E quindi, non ho potuto fare a meno di essere attratto da questo tipo di mondo.

Max Casacci. Foto: Paolo Ranzani

Attrazione pericolosa? Voluta, inseguita?
È successo tutto in modo molto spontaneo e naturale. Ma, guardando retrospettivamente, sono contento di poter dire che mi sono impegnato parecchio per trovare una chiave d’accesso corretta e rispettosa verso quel mondo. Il rischio di passare per quello dei Subsonica che si gingilla e viene a fare il fenomeno era assolutamente alto.

In effetti.
Questa identità che mi porto sulle spalle può anche essere una identità pesante: ed apre molte meno porte di quello che si potrebbe pensare. Anzi, qualche volta tende addirittura a chiuderne.

Dici?
Perché al grosso del pubblico dei Subsonica interessano le canzoni, in linea di massima, e stop. Sì, c’è una piccola parte del nostro pubblico che ci segue fedelmente e con interesse anche in quello che facciamo da soli, perché sono curiosi, ma il grosso – che è quello che fa i numeri – a noi cinque Subsonica chiede di essere i Subsonica. Non altro. Ed anzi: se vede questo altro, può anche esserne un po’ infastidito. Al tempo stesso, altra faccia della medaglia, quando vai a varcare la soglia di contesti musicali a cui apparentemente non sembri connesso, beh, il rischio di sembrare quello che presuntuosamente invade terreni che non gli spettano è forte.

Effettivamente.
Forse anche per questo al momento di sviluppare Earthphonia ho voluto complicarmi la vita rinunciando del tutto a suonare degli strumenti, che sono un po’ il mio pane e la mia storia, affidandomi invece solo a campionamenti presi dalla vita reale. Ho dovuto imparare da zero a farlo nel modo giusto. Ma questo è appunto lo spirito da dinamismo nomade che ti dicevo: uno spirito che intravedo anche in un certo tipo di elettronica odierna, per questo le sono voluto andare incontro. Sai, il punto è che io ho il privilegio di potermi occupare di musica 24 ore al giorno: sento un dovere proprio morale di essere attento, di avere le orecchie aperte, di sapermi mettere in gioco, di cercare ciò che è più dinamico. È normale invece che chi nella vita oggi deve fare altro possa finire coll’ancorarsi invece alle emozioni di quando aveva vent’anni, quando cioè poteva vivere la musica in modo totalizzante. È anche giusto che lo faccia. Tant’è che quando abbiamo fatto Microchip temporale – che per me resta un esempio riuscito di un tentativo di creare un dialogo fra generazioni, è un lavoro che ci ha dato vera soddisfazione – c’è chi ha gridato al sacrilegio, come se in qualche modo quel disco rovinasse l’esperienza-Subsonica, l’identità-Subsonica. Ma quando inizi a dire troppo spesso «noi sì che c’eravamo, noi sì che sappiamo, altro che quelli di ora» forse questo nasconde anche un po’ di pigrizia nell’andare a cercare nuovi linguaggi, linguaggi magari anche giustamente refrattari nel farsi capire e inscatolare subito.

Il rischio tra l’altro è il moralismo in musica. Il moralismo dell’appassionato.
Esatto. Anche per questo ho scelto per il progetto Earthphonia di seguire dei codici espressivi vicini al mondo dei dancefloor o legati comunque a codici visivi ed espressivi non convenzionali: è un modo per non diventare didascalici o appunto moralisti. Perché soprattutto la musica che si può ballare è in grado di superare certe barriere, certe rigidità, certi automatismi. È quindi un’esperienza molto bella. Che sono davvero contento di portare avanti. Anche se…

Anche se?
Inizio a sentire che si sta avvicinando il momento di iniziare a concentrarsi sul prossimo album dei Subsonica. Che sarà il decimo.

Un traguardo importante.
Sì. Anche se ancora ieri sono passato vicino a un cantiere…

E?
E c’erano questi operai che tiravano su dei tubi Innocenti facendoli sbattere sulle impalcature, generando un rumore molto interessante. Mi sono messo subito a registrare col cellulare. Gli operai si sono pure incazzati. Pensavano fossi uno dell’Arpa venuto a misurare i decibel per capire se stavano facendo troppo rumore lavorando…

Li hai placati?
Diciamo che ho fatto in tempo a registrare un po’ di materiale buono. E poche ore dopo, ero già in studio a processarlo.

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