Mauro Repetto, 57 anni, l’altra metà degli 883, torna a fare l’esordiente, una condizione che gli piace parecchio. Il 6 novembre esce il suo primo romanzo Election Day 2067, una distopia cyberpunk tra Roma e Parigi dove la politica è affidata a personaggi storici clonati (Giulio Cesare, Cleopatra, Tutankhamon) e le multinazionali inseguono «fregnacce sempre più enormi», perché «più sono enormi, più passano facilmente al grande pubblico». Visionario, a tratti apocalittico, ma meno lontano dalla realtà di quanto sembri. Nella protagonista, una spogliarellista che balla con il volto di un’altra, c’è molto di autobiografico. E, come Flaubert con Madame Bovary, ammette: «Monica c’est moi». Mentre in Giorgio, l’unico che la vede senza i visori, si riconosce Claudio Cecchetto, «un Disney italiano».
In questa intervista, rivendica che lui e Max Pezzali sono «due persone normalone», ma che il racconto del quotidiano, da Baudelaire agli 883, «è sempre una benedizione per la creatività». Ci racconta che Le_Ali di Max è nata da «una madeleine proustiana», oltre che la loro complicità torna «random, quando vuole lei». Ricorda che sparire dopo il ’94 è stata una sorta di «siesta come da bambino», che la provincia è sempre «una gabbia di ovatta» e perché tra la sua generazione e quella dei suoi figli «cambiano solo i tool», come canta nel nuovo singolo Generazione. Nel frattempo non perde l’entusiasmo sul presente, tanto da sostenere che «Anna mi gasa come i Run-DMC di Walk This Way». E annuncia che, dopo l’Uomo Ragno e Spider-Woman, adesso si sente più come «un Joker sul Ticino».

Foto: Lela Radulovic
Nella tua vita ti sono sempre piaciuti gli esordi. E anche questa volta debutti, nel romanzo, con Election Day 2067.
Esatto. Primo, stare tra gli esordienti è un elisir di salute e di energia che apprezzo. E asseconda la mia voglia di provare cose nuove. Secondo, rimango sempre un soggetto borderline come cultore di tutto ciò che è pop a 360°, che siano libri, fumetti, canzoni, serie tv. Poi ho la possibilità, a volte, di salire sul palco e raccontare la mia storia. È come se avessi passato molto tempo ad ascoltare, a leggere, a sentire racconti altrui che mi hanno entusiasmato e, a un certo punto, avessi preso il patentino per farlo da solo. Come raccontare il mondo del 2067 e questa elezione in cui le lobby prendono Tutankhamon per gestire il blocco mediorientale e vendere meglio i loro prodotti.
Poi c’è Cleopatra.
Se la duplichi in laboratorio, alla Jurassic Park, sei sicuro di vendere il massimo dei prodotti cosmetici, ma anche dei nuovi prodotti per l’emancipazione della donna. Come un Uber Eats, il Deliveroo del food and beverage, ma dove una donna sostituisce il marito che non la ascolta più, che non fa più le mansioni domestiche, che non è più buono a letto. Con l’app Just Because queste multinazionali, attraverso Cleopatra candidata alla presidenza del mondo, possono vendere un uomo che ti viene a casa e, non solo come partner sessuale, ma uno che stira per tua moglie quando tu non ne hai voglia, che la ascolta nel weekend mentre tu vuoi giocare a calcetto, andare a pescare o tirare con l’arco con gli amici. Ho provato a immaginare cose nuove, come quelle che mi hanno sempre fatto gioire da spettatore e che adesso racconto.
Sembri un reduce del maggio francese che tiene vivo il motto “la fantasia al potere”.
Si tratta di immaginare delle visioni del futuro, sempre collegate al dio denaro. Ci sono delle lobby che riesumano Giulio Cesare per tenere unito il blocco occidentale, che è un po’ in decadenza. Dal passato prendi uno con un curriculum talmente forte che non solo rimette in marcia l’economia, ma dà ordine e prosperità al suo popolo. Sono visioni che ho sempre goduto da spettatore e che adesso mi godo a raccontare.
Proprio all’inizio scrivi che quella che stiamo per leggere è la trascrizione di un podcast crime a cura di Retinal TV. In tanti seguono i podcast, soprattutto quelli sulla cronaca. Sembra il salto in avanti di ciò che stiamo già vivendo.
Esattamente. C’è questo influencer, un ciarlatano del 2067, che celebra la prima legge sul matrimonio che deve durare cinque anni. È contento perché l’economia riparte: se dopo cinque anni il contratto con tua moglie scade, devi spendere di più per comprarti le scarpe nuove, per andare in palestra, per stare in forma e conquistarne un’altra. Sono cose utopiche, visionarie, ma secondo me molto realistiche. Un trampolino nel futuro, forse applicabile in filigrana anche al presente. Dei nice to have visionari, però ancorati al presente. Con Retinal mi sono divertito a immaginare un influencer del 2067 e ho pensato anche a dei QR code, che secondo me sono un plus bello, originale e contemporaneo.
Nel romanzo ho ritrovato frammenti della tua storia, con i personaggi che hanno fatto parte del tuo percorso o dei passaggi autobiografici. Monica che balla con il volto di un’altra sembra un po’ il Repetto “solo ballerino” degli 883.
La protagonista è una ballerina spogliarellista che in fondo ha più maschere. Lotta tra la maschera che le dà l’algoritmo e la sua, quella dell’imprevedibilità umana. Tra il fake e la verità della carne. Mi hanno affascinato queste maschere che si devono indossare per sedurre il pubblico. E con cui poi devi fare i conti. È una protagonista che mi ha tenuto al guinzaglio per tutto il libro. Se vogliamo fare una citazione colta… sì, in filigrana, come diceva Flaubert, «Madame Bovary c’est moi». Quindi io posso dire «Monica c’est moi». Una ballerina in una quotidiana guerra con la razionalità, come cantavamo in Come mai.
Allora è vero, come spiega il libro Filosofia degli 883 di Fausto Lammoglia, che nei vostri testi, dietro la cronaca della quotidianità, c’era molto di più.
Ogni volta che ci rifletto penso che io e Max siamo due persone normalone. All’inizio il quotidiano nella musica poteva apparire una cosa di nicchia, da provinciali. Poi ci siamo tutti resi conto che ci sono 60 milioni di normaloni. E che il primo sorso di birra, la confidenza di un amico che si gasa o di una figa che se la tira riguardano tutti e 60 milioni. Trentacinque anni fa come oggi. Mio figlio ha le stesse menate che avevo io alla sua età, anche se siamo in un’altra epoca e in paesi diversi: cambiano soltanto i tool. Prima c’era un face to face costante con la compagnia in piazza, forse eravamo ancora vicini alla Grecia dell’agorà, mentre oggi quella piazza è TikTok. Cambiano solo i mezzi di comunicazione.
Fabio Volo, altro personaggio poliedrico, da scrittore vende milioni di copie raccontando la vita di tutti i giorni. È la rivincita del pop sull’intellighenzia?
Pensa a Baudelaire, che raccontava l’essere ivre, che in italiano si traduce con ubriaco, ma in realtà in francese significa ebbro. Anche lui partiva da una nicchia, era un fattone, uno che andava con le prostitute, ma in realtà raccontava il suo quotidiano. Anche Bukowski era un normalone, a suo modo. Da Omero in poi si parte sempre dal quotidiano nella creatività. Che sia l’essere ivre, fuori dalle regole e fuori di testa, o il provincialone che lotta dentro alla sua gabbia ovattata, tra la nonna, gli amici al bar e la ragazzina che gli sta al fianco per conoscere il suo amico musicista. Il quotidiano è una benedizione per la creatività, mai una maledizione.

Foto: Lela Radulovic
Torno al libro, dove un altro protagonista, Giorgio, è l’unico che vede Monica per quello che è davvero. Mi ha ricordato Claudio Cecchetto, uno che è riuscito a vedere oltre alle apparenze rispetto a molti personaggi.
In modo laterale può essere un guru del marketing. E in fondo Cecchetto è uno di questi. Hai ragione, in Giorgio si può vedere un Disney italiano. Qualcuno che sa leggerti nell’anima e come agganciarla al duro mondo dello spettacolo, dell’industria e del mercato in generale.
Roma viene descritta nel romanzo come un luna park globale. Tu che vivi a Parigi, dall’esterno l’Italia è un bel parco giochi in cui passare un po’ di tempo, ma in cui è difficile abitare?
L’Italia è cambiata, dal Paese del Bengodi è diventata multietnica. Nelle città e nelle campagne. Se vai sul lago di Varese oggi trovi la stessa multietnicità di Milano. Però provo amore per il modo di vivere in Italia, c’è una vibrazione che da piccolo, da Pavia, sentivo per Milano. Oggi non sento più solo la vibrazione delle metropoli come Los Angeles, New York e Londra. Quella italiana mi piace sempre di più, per cui adesso passo più tempo in Italia e me la godo più che all’estero. Da dreamer di vibrazioni esotiche, sono tornato ad apprezzare la bellezza di vivere in Italia, in tutti i sensi. Mi ci vedo anche ad abitare, a Varese o a Catania poco importa.
Il luna park è anche un richiamo al tuo lavoro a Disneyland Paris?
Chiaramente ci ho mescolato molto di quello che ho vissuto in questi anni a Disneyland. Ho versato questi colori da luna park disneyano in un futuro dove le multinazionali cercheranno di fare sempre più soldi usando, come in questo caso, dei cloni di politici per promuovere i loro prodotti. Ci sarà una Maria Antonietta che pubblicizza una linea alimentare dimagrante. In questo senso è un luna park: le multinazionali, come saltimbanchi dell’economia, spacceranno fregnacce sempre più enormi. Più sono enormi, più passano facilmente al grande pubblico.
Quindi quella provincia da cui tu e Max siete scappati, oggi sembra quasi poterci salvare da tutte le sollecitazioni delle piattaforme?
Noi due volevamo assolutamente partire, mentre adesso quella provincia ci accoglie ancora. L’altro giorno, per rifare la carta d’identità a Pavia hanno quasi aperto il municipio apposta per me. La provincia, e l’Italia in genere, è una gabbia di ovatta, ma come le coperte per un bambino. Mi vengono in mente le lenzuola di lino cantate da Umberto Tozzi in Ti amo. La provincia è un lenzuolo di lino in cui, come un bambino, ti rigiri volentieri. E dove in fondo trovi il cibo mentale, intellettuale e di sicurezza che a Parigi, a Londra o a New York perdi un po’.
Max ha letto il tuo libro?
Non ancora, io e Max ci vediamo per le occasioni, tipo concerti o première, come l’ultima della serie Nord Sud Ovest Est. Quando ci incontriamo sghignazziamo per ore. Però gli avevo già parlato di questa idea tanti anni fa, e di tutto il suo l’ecosistema, e lo aveva affascinato. Quindi il libro non l’ha letto, ma l’ecosistema di Election Day lo conosce da anni. Avevo condiviso l’idea e lo aveva già gasato moltissimo.
Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, che per vent’anni sono passati dai CCCP ai CSI, poi per vent’anni si sono divisi e ora si sono ritrovati, mi parlavano di una sinergia che non serve cercare con la costanza dello stare insieme, ma che ogni tanto torna, come un fiume carsico. È così anche per te e Max Pezzali?
Sono totalmente d’accordo. Non dev’essere come fare gli auguri di Pasqua alla zia. Non serve una costanza istituzionale, il «ciao, auguri!», perché poi arriva la mancetta. Non devi cercare niente, deve venire tutto da solo. E viene quando vuole. A livello random: la vita ti divide e ti riporta assieme quando vuole lei. Ci siamo visti al cinema Anteo di Milano e Sydney Sibilia, un regista bravissimo, raccontando la serie diceva che è una storia nella storia. Io ho aggiunto: «Una specie di mise en abyme», sai, la figura retorica. E Max subito: «Sì, ma è anche molto Simsalabim». Queste cazzate che nascono da sole mi riportano a Pavia nell’89, con la stessa sinergia, la stessa voglia di sghignazzare insieme.
È uscita Le_Ali, brano inedito di Max, e lì dentro ci sei evidentemente anche tu.
Sì. Immagino che gli sia venuta pensando a quando volevamo fare i Run-DMC, quando bastava una drum machine per sentirci musicisti, anche se non lo eravamo assolutamente. Ha rievocato tutto questo come una madeleine proustiana e ne è uscita una bella canzone. Quando l’ho visto gliel’ho detto: «Io ci sento dentro Bruce Springsteen che bussa alla tua porta». E Max ha risposto, come suo solito: «Sì, per vedere cosa c’è dentro» (ride). Tra di noi è sempre un cazzeggio, appunto con reminiscenze proustiane.
Dopo aver lasciato gli 883 sparisci completamente per anni. Hai continuato a vivere, a lavorare, ma senza social non si è saputo niente di te, tanto che giravano varie leggende. È stato un bene?
Assolutamente sì. È stato come fare una siesta da bambino, quando mettevi la testa sul banco, dormivi un po’, e poi tornavi in forma per la merenda. Ho avuto la necessità di astrarmi, di essere un po’ avulso, di diventare un fantasma per tornare più in forma e starci dentro nuovamente. Monica, la protagonista del mio libro, tutto questo lo porta un po’ all’eccesso. A volte per starci dentro devi chiudere gli occhi, dormire, e tornare quando è il momento.
Tra le mille cose che fai, venerdì scorso è uscito il tuo nuovo singolo, Generazione.
Naturalmente parto dalla mia, di generazione, e dalla nostalgia per le cose che ho vissuto. Poi però, come dicevamo prima, ti rendi conto che il tuffarsi in qualcosa, l’entusiasmo, l’energia sono gli stessi dei miei figli. La ragazza che all’epoca immaginavi su un poster in camera, oggi con i mezzi che ci sono, con i social, è più facile da contattare, però il sogno resta lo stesso. Con questo libro, un trampolino verso il futuro, vedo comunque un’unità tra l’energia, la passione, le menate e le sofferenze dei miei figli, della generazione dei ragazzi di 18 e 20 anni e la mia. C’è un’identità comune: a parte i mezzi, siamo la stessa cosa.
Non a caso, ancora oggi, tanti giovani cantano le canzoni degli 883.
È una sinergia tra generazioni diverse. Anche i bambini di oggi cantano Hanno ucciso l’Uomo Ragno, cantano persino Con un deca e si rispecchiano. Le storie di due adolescenti che alla fine degli anni ’80 giravano per Pavia la notte senza meta sono forse le stesse di due adolescenti di oggi, con più di 30 anni di differenza. Sento le stesse emozioni e sofferenze, la stessa energia e la stessa paura di sbagliare, di affrontare il mondo, sui social o faccia a faccia. Mi ricordo quando andavo in piazza della Vittoria a Pavia, che faceva da agorà, dove incontrare gli amici. Venivo dall’oratorio e avevo sempre paura di essere lo sfigato. Con i miei figli non si parla più di oratorio o di piazza, ma di TikTok e di Instagram, però la gioia, la paura e l’insicurezza sono le stesse. Dentro, secondo me, siamo uguali. Non vedo una gran differenza.
È così anche nella musica?
Non mi vergogno a dirlo, ma quando oggi sento una canzone di Anna mi gasa come i Run-DMC di Walk This Way. Magari cambiano un pochettino il sound e l’arrangiamento, però l’emozione che mi suscita dentro è la stessa. Nonostante io sia ormai un ultracinquantenne, c’è molta musica contemporanea che mi gasa come se fossi una ragazzina di 14 anni.
Al di là della tecnica, come ha detto Alex Britti, più che studiare spesso è meglio non «perdere l’istinto del blues».
È vero che devi allenarti ogni giorno, come Federer, Nadal o oggi Sinner, però anche studiare a modo tuo, da autodidatta, per continuare ad allenare l’anima a ricevere. Di sicuro non ti devi rompere i coglioni aggiungendo tanti suppellettili. Sono d’accordo con Alex.
Nella precedente intervista avevamo chiuso con la tua presa di coscienza: «Non ho ucciso l’Uomo Ragno, sono diventato l’Uomo Ragno». Oggi sei riuscito a liberarti anche di lui?
È bella questa domanda perché, effettivamente, con l’Uomo Ragno parlavo della coppia come amicizia, del periodo che questo supereroe ha ispirato a due compagni di banco. Poi il supereroe è stato soppiantato dalla voglia di scoprire nello spettacolo teatrale con Spider-Woman una supereroina, quindi di esplorare la coppia con il proprio partner, per accorgermi che la donna spesso è superiore. Adesso mi sento più un Joker sul Ticino. La nuova pièce teatrale che sto preparando non analizza più la coppia, di amici o di partner, ma l’io e le sue profondità. Sono sempre nel mondo pop dei comics, dall’Uomo Ragno a Spider-Woman fino al Joker, ma applicati all’analisi dell’essere umano.
Il segreto di Mauro Repetto, in fondo, resta sempre l’inesauribile entusiasmo?
Sì, quello c’è sempre, di brutto. È intatto come negli anni degli 883. Ed è l’aspetto più importante. E poi l’autostima, che ti permette di prendere dei pali in faccia ma di rialzarti ridendo. Hai presente Fantozzi? Sbatteva contro un palo, cadeva e quando si rialzava controllava se l’orologio funzionasse ancora. Entusiasmo e autostima ti permettono di avere sempre la macchina a posto, pronta a ripartire.















