Ventitré anni di assenza non sono pochi, ma Mauro Pagani non se ne è stato certo con le mani in mano, impegnato in vari modi e mondi. Poi, a un certo punto, il suo Fuggiasco ha deciso che era giunto il momento di rifarsi vivo in maniera evidente, almeno momentaneamente. Ha raggruppato gli appunti e si è messo al lavoro su Tutto è già qui, il nuovo album. Forse il più intimo di Mauro. Ma anche il più incazzato.
Le nuove canzoni si muovono tra brumose nostalgie e l’analisi di un presente che non può non far ribollire il sangue. Tra questi due estremi prendono vita una serie di brani che da una parte invitano ad affondare in una dolce malinconia, dall’altra guardano al mondo, chiedendo di alzarsi e muoversi per cambiare le cose, prima che sia troppo tardi. Ciò viene rispecchiato anche musicalmente: Tutto è già qui mette in fila una serie di pezzi che prima cullano in un soffuso intimismo pianistico, poi fanno fare un balzo dalla sedia con le sferzate rock, con Pagani che non dimentica di essere stato tra i primi in Italia a creare quel mix tra pop e world music che avrebbe fatto la fortuna di personaggi come Peter Gabriel. E poi ci sono i profumi PFM: quando canta, suona, compone, Pagani non può non tirare in ballo certe atmosfere care a un’esperienza mai rinnegata ma anzi riportata con orgoglio tra le pieghe del nuovo album.
Reduce da un problema neurologico che gli ha provocato una temporanea amnesia generale ma che non ha certo intaccato il suo animo artistico e battagliero, allo scoccare degli 80 anni Mauro Pagani ha ancora moltissimo da dare e da dire.
Come mai una pausa così lunga?
Ho fatto un sacco di cose: cinque o sei colonne sonore, ho scritto due libri, ho prodotto dischi… Il tempo è volato.
Da quanto tempo lavoravi a questo disco?
Quando un’idea mi gira in testa, solitamente prendo degli appunti sonori, li archivio disordinatamente e dico: prima o poi serviranno. Facendo ordine mi sono reso conto che gli appunti erano parecchi. Era ora di lavorarci per farne un disco.
L’album ha un’atmosfera particolare, tra nostalgia e pessimismo.
Non ci sono molti motivi per essere ottimisti in questo periodo storico. Ci si guarda in giro, si prova a contenere il pessimismo, ma non si riesce a far finta di nulla. Ahimè, la stupidità degli esseri umani non riesco a farmela scivolare. Così mi impongo quotidianamente di viaggiare alla ricerca del candore dell’animo umano, che tanto bene ci fa.
Sia nella tua autobiografia Nove vite e dieci blues che nel docufilm Andando dove non so, hai parlato del tuo alter ego, il Fuggiasco. Nel primo brano, Lunedì, parli di “trovare una tana più lontano che puoi”. Il Fuggiasco è sempre in fuga?
È in perpetuo movimento. Frequenta luoghi a lui familiari, e contemporaneamente desidera esplorare, lontano da tutto e da tutti. È piuttosto faticoso avere a che fare con lui.
Lunedì ha un’atmosfera nebbiosa, sospesa, con un ritornello che arriva dritto al punto.
Lo trovo un bel racconto, equilibrato, apparentemente leggero, ma molto profondo. Mi piace molto, e piace anche ai miei discografici, chissà…
Paesaggi brumosi che possono ricordare quelli di Impressioni di settembre.
Sono proprio loro. Sai, quei paesaggi sono la fotografia della mia infanzia, trascorsa tra i campi di granturco e i gelsi. Ovunque c’erano piante di gelso, contadini e poche industrie. La domenica mattina, per la messa delle 8, arrivavano in paese i contadini, in bicicletta, vestiti di marrone, con le gote del viso rosse per il freddo. Un ricordo indelebile.
In Almeno tu canti “Non so più imparare” e “Se sapessi volare di nuovo”. È quello che senti dopo quello che ti è successo nel 2020?
Diciamo che ho fatto un bel doppio carpiato. Penserai che sono pazzo, ma questa avventura mi ha fatto riscoprire il buon umore. Ho scritto un brano dal titolo Vivi per caso, ecco, mi sento proprio così. Ho chiari alcuni versi del poeta Emanuel Carnevali nei quali sì parla della fine della Prima guerra mondiale, della gente che si guardava intorno, incredula di essere viva, per caso, felice, benedetta dalla sorte. Nei giorni in cui sono stato in ospedale, guardandomi intorno ero quello messo meglio, alcuni non erano più capaci di parlare, altri avevano dimenticato l’italiano… Mi sono sentito travolto da un vento forte, che ha messo in gran disordine la mia testa. Poi è arrivata la quiete, dopo la tempesta, a rimettere tutto in ordine.
Proprio in Vivi per caso c’è un bell’impianto rock che sembra far capire che vivo lo sei, eccome.
Nonostante tutto, io lo penso un racconto positivo. Mi piaceva inserire nel brano la sensazione della forza, della voglia di ricominciare. E anche riferimenti a cose che hanno riempito di gioia la mia vita. Gli anni con la PFM, ad esempio, sono irripetibili, abbiamo vissuto in una dimensione che non immaginavamo. In quegli anni la PFM era considerata uno dei migliori gruppi prog, europei. Lo trovo un regalo della sorte bellissimo.
Secondo te, come mai quella musica è uscita fuori proprio in quel frangente? Da dove è scaturita tutta quella voglia di libertà?
Sono stati anni in cui la nostra curiosità di musicisti veniva saziata dai diversi generi musicali in circolazione. Eravamo attirati dal blues, dal rock, dalla musica classica, dalla world music, da quella etnica… L’ascolto era paragonabile a un’esperienza psichedelica, sembrava tutto possibile in quegli anni. Era come fare dei bagni, lunghi e ristoratori, nelle acque del mare infinito della musica.
Come mai è durato così poco?
La mia idea è che, nel prog, a un certo punto, abbiamo cominciato a suonarci addosso, con assoli infiniti e ridondanti. La libertà espressiva che questo genere musicale ci permetteva, ci ha fatto pensare che tutto ci fosse concesso e perdonato. Negli anni ho imparato che la tanta libertà non deve distrarti dal trattenerti. La libertà va meditata.

Dal vivo con la PFM a Reading nel 1973. Foto: Fin Costello/Redferns
Pensavo che tu e Peter Gabriel, negli stessi anni, avete abbandonato due gruppi importanti e avete cominciato a guardare alla world music.
Ho cominciato a frequentare o, meglio, a divorare la musica del mondo alla fine degli anni ’70. Quei suoni del Mediterraneo che si portano dietro storie e culture. La musica dei Balcani, gli incessanti ritmi africani. Nutrimento per l’anima e per il cuore. Nel mio primo disco solista, Mauro Pagani, pubblicato nel 1978, si colgono i frutti della mia ricerca nella musica del mondo, evoluti, poi, nelle mie produzioni musicali successive: una per tutte Creuza de mä.
La tua ampia visione deriva dalla tua educazione?
Sono stato fortunato, ho frequentato il Liceo classico, in collegio, dai Salesiani: educazione severa, esigente, ma approfondita e colta. Ho fatto la maturità nel ’64, quando era ancora in atto la prima riforma Gentile. I programmi di latino, greco, storia e filosofia erano programmi con cui, oggi, potresti prendere due lauree. A studiare così ho sviluppato uno spiccato senso critico, ma anche una grande senso di ribellione, che mi ha accompagna da tutta la vita.
Cosa ricordi del ’68?
Quando è arrivato ero iscritto da quattro anni alla Statale, geologia, la frequentavo a piccole dosi, diciamo, avevo cominciato a suonare. Ma quello che mi stava accadendo intorno non potevo ignorarlo, soprattutto vivendo in una città come Milano. Ho imparato tutto in quegli anni, quello che sono oggi lo devo a ciò che ho vissuto in quegli anni. Stare con gli altri, condividere, discutere, ascoltare, approfondire, riflettere, conoscere, incazzarsi…
Oggi si parla molto del fatto che per gli artisti sia importante schierarsi. Mi viene in mente quando con la PFM partecipaste a un concerto per la Palestina nel 1976. Se non è stato uno schierarsi, quello.
In quegli anni la questione israelo-palestinese era già evidente, ma non immaginavo si arrivasse a quanto stiamo assistendo oggi. L’articolo che venne pubblicato su Billboard non lo definirei un esempio di giornalismo costruttivo, il titolo era “PFM support PLO” (ovvero l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina guidata all’epoca da Arafat, ndr), ma non raccontò la verità, scrissero che volevamo raccogliere armi da inviare in Palestina. Noi avevamo aderito al concerto perché volevamo che si parlasse del problema palestinese e non eravamo gli unici, tanta opinione pubblica italiana giovanile ne parlava. Questo ci costò la tournée nella West Coast. Pazienza. Mai baratterò il mio senso di giustizia per una tournée.
Non posso non chiederti cosa pensi di quello che ha detto De Gregori qualche tempo fa.
Francesco, già negli anni ’70, non si schierava facilmente. Semplicemente, è stato coerente con il suo passato. Lo considero troppo intelligente per pensare fino in fondo quello che ha dichiarato, per questo lo perdono (ride).
Tu ti sei sempre schierato.
Come si fa a non schierarsi? Tanto di quello che ci circonda è ingiusto e inaccettabile, non sono a mio agio a fare lo spettatore passivo.

Foto: Chiara Mirelli via Paole & Dintorni
La musica può ancora smuovere gli animi secondo te?
Lo spero tanto. Molta musica di successo, di oggi, la reputo merce da banco. Mi pare si dia poco peso a quello che si scrive. Basterebbe volgere uno sguardo su quel che ci circonda, trovi da un lato la Palestina, dall’altro Trump… Mi chiedo: come si fanno a scrivere interi dischi sulla minigonna della propria fidanzata? Mi piacciono molto i nostri tanto, troppo criticati giovani. Il loro senso del sociale, la loro battaglia per l’ambiente, il loro schierarsi, opporsi alle ingiustizie deve esserci d’insegnamento. Non possiamo cavarcela dicendo: scusateci per il mondo che vi stiamo lasciando. Dobbiamo provare a cambiarlo insieme a loro. Riaccendiamo gli interruttori delle nostre anime.
Ci potrà di nuovo essere un momento di libertà artistica come nel progressive?
Beh, sarebbe interessante riaccendere l’energia creativa e la libertà compositiva di quegli anni. Servirebbe anche per archiviare un po’ di musica attuale, che spesso trovo noiosa.
Alle Officine Meccaniche avrai visto e vedrai di tutto.
Di musica e di musicisti in studio ne circolano parecchi. Ci sono delle giornate in cui condivido, con dei colleghi, alle Officine, tempo, chiacchiere, opinioni, cazzeggio, ozio creativo. Ce ne sono altre nelle quali ci sono clienti con i quali abbiamo davvero poco da dirci. Nulla di male, non si può piacere a tutti.
Alla fine del disco canti “Tutto mi manca, ma tutto è già qui”. Quindi forse quelle cose che sembrano perdute in realtà ci sono ancora.
Non posso ignorare l’imperversare di movimenti di estrema destra che fioriscono nel mondo. Però, mi sento circondato e protetto da una giovane generazione che sempre più esercita il senso critico, che alza la voce quando serve. Sento l’odore di un nuovo ’68, diverso, un po’ meno dogmatico, più curioso e determinato. Non possiamo ignorare che le nuove generazioni stiano facendo di tutto per provare a stare in piedi, sono portatori di luce viva, il loro parere conta. E spero che questa rivoluzione passi anche attraverso la musica, che quest’arte meravigliosa si possa liberare dalle catene in cui è imbrigliata. La musica è la nostra seconda lingua, ci aiuta a costruire la nostra identità: non possiamo accettare che venga usata per produrre merce, dobbiamo rispettarla.
Se posso aggiungere una cosa, ho amato molto il tuo libro Foto di gruppo con chitarrista. Penso che tu abbia un’ottima penna.
Amo molto quel libro. È stata la mia prima prova in veste di scrittore.
È scritto da dio.
Ti ringrazio. «Scritto da dio» mi sembra il più bel regalo che ho ricevuto oggi e, se ci penso bene, anche ieri.















