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Maurizio Abbenda è l’ispiratore dei vostri cantanti itpop preferiti

Ci sono personaggi che nel pop italiano non vedono l’ora di stare sotto i riflettori a ricordarci che sono dei big, e poi c'è Maurizio Abbenda: anche se non lo sapete, molte cose che ascoltate in radio negli ultimi anni sono figlie sue

Ci sono personaggi che nel pop italiano non vedono l’ora di stare sotto i riflettori a ricordarci che sono dei big, che hanno un sacco di soldi o che sono dei geni e fesserie del genere, anche se sono nati ieri. Altri che invece fanno la storia e se ne stanno dietro il sipario, facendo quello che devono fare senza tante strombazzate al megafono. Uno di questi è Maurizio Abbenda: cantautore di Latina che ha alle spalle una storia di musica che dagli anni Novanta lo porta direttamente a essere uno dei pionieri dell’itpop. Sì, perché molte cose che ascoltate in radio negli ultimi anni sono figlie dirette del Nostro: che nella sua miscela tra pop, psichedelia, esotismi e una poesia semplice sintetica e diretta fatta di quella che è la favola del quotidiano, è un assoluto caposcuola.

In questa intervista capirete perché, e capirete anche perché dopo tutti questi anni a giocare a nascondino abbia deciso che è finalmente l’ora di uscire allo scoperto. O meglio, il brano di punta del suo prossimo album in lavorazione si chiama Circeo, è uscito il 24 luglio, e vede come interpreti i colleghi di Latina Giammarco e MasciaTi (quest’ultima salita agli onori di cronaca del nuovo cantautorato italiano nel 2018, col suo Ep Svegli Sempre). È un brano fresco dal sapore estivo, richiama le colonne sonore delle feste al mare degli anni Novanta, quelli che oggi gente come Fedez o Achille Lauro ha improvvisamente riscoperto.

E il video di Circeo, uscito su YouTube lo stesso giorno, si basa sugli stessi contenuti che ne fanno una hit istantanea. Ha preceduto, di una sola settimana, il nuovo singolo Africa, cantato sempre da MasciaTi: una canzone che parla di una notte d’amore mentre fuori il caldo è torrido – come se fossimo in Africa, appunto. Un modo per evadere da un mondo che sta diventando sempre più provincia e sempre meno continente: meno male che le canzoni possono tutto e quelle di Maurizio, in particolare, sono più efficaci in quanto fanno quello che possono.

Maurizio, finalmente esce qualcosa a tuo nome dopo tanto tempo, ed era tanto che i fan aspettavano. Perché li hai fatti soffrire così?
“Soffrirò ogni sera pensando a te”, citando i Pentothal. Sì, è così, ci ho messo tanto. Ma spero che quello che uscirà sia apprezzato nonostante questo ritardo.

Parla un po’ a chi non ti conosce della tua storia musicale oramai più che decennale. 
Ho cominciato a suonare con i Pentothal negli anni Novanta, con Gilberto Capurso, ex Rodion, Eliano Zomparelli, SenzaBenza, e Stefano D’Angelo, poi nei Toilet, che sono il mio unico gruppo cui sono ancor oggi molto legato e che ha probabilmente ricevuto meno risposta di quanto meritasse. Poi, sciolti i Pentothal, ho continuato a scrivere canzoni, suonando e registrando con diversi musicisti tra cui Calcutta, Sebi dei Senzabenza, Steve Pepe aka Manuel Cascone, MasciaTi. Cercando sempre di trovare il giusto equilibrio tra la mia idea di musica e quello che effettivamente richiedevano i brani, senza però riuscire sempre a trovarlo. Adesso, invece, ho la sensazione che questa ricerca sia finalmente finita.

Quindi sei particolarmente attento ai dettagli. Qual è la tua tecnica di scrittura?
Non ho una tecnica, credo siano solo emozioni che prendo e ai quali do la forma di una canzone, e ritengo di essere fortunato nel saperlo fare anche non essendo per niente bravo a suonare. A volte le canzoni sono così diverse tra loro proprio perché non ho una tecnica. Scrivo quello che esce fuori, di getto, senza cercare un filo logico, che sia testo o tipo di composizione musicale o di genere. Sono impressioni, attimi, frasi, note, espressioni che si cristallizzano. A volte invece è come entrare nella testa di altre persone e vivere le sensazioni dal loro punto di vista.

A questo proposito, so che spesso sei ispirato dalla tua prole, cosa che dà ai tuoi brani quella patina di eterna fanciullezza.
Direi di sì. Le mie bambine Alice e Valeria mi hanno dato un fortissimo impulso creativo. La loro nascita è stata per me e mia moglie Federica un evento straordinario. Ti stravolgono la vita sul serio, e a volte per divertirmi e farle divertire scrivo per loro. Alcuni brani tra cui Pesca o I dinosauri sono nati così. C’è un brano, L’ alieno, che è stato scritto perché, dopo un film di fantascienza, mia figlia più piccola aveva paura. E allora ho pensato “scrivo una canzone che parla di un alieno amico”. Credo che presto farò un Ep per bambini ribelli. E forse lo canterò io, ovviamente con Alice e Valeria.

Raccontami questa storia dei dieci singoli che usciranno tra il 2020 e il 2021. Mi sembra un’operazione quasi da greatest hits istantaneo, o sbaglio?
Eh, vediamo. L’idea in effetti è proprio questa, sicuramente ambiziosa considerando i miei tempi biblici. Però vorrei far uscire quanti più brani possibile.

Intanto partiamo da quei pochi che sono già usciti. Mi vuoi raccontare la storia di questo singolo, Circeo? Vedo che a cantarlo c’è un giovane cantautore di Latina, Giammarco, accompagnato da un’altrettanto giovane MasciaTi, altro nome di punta della scena e tua storica collaboratrice. Come mai non sei tu a interpretare il tuo pezzo direttamente?
Guarda, Circeo era un brano scritto tempo fa, lasciato un po’ in disparte. Poi durante il lockdown ho ricevuto un messaggio da Edoardo Calcutta nel quale mi chiedeva: “ma come faceva quel pezzo, ‘le feste, il Circeo’?”.  forse è stato un segno. Fatto sta che proprio qualche giorno dopo Giammarco mi scrive chiedendomi di quel brano. Gliel’ho inviato con un vocale, e lui il giorno dopo mi ha rimandato il pezzo arrangiato. Una cosa molto veloce. Sul discorso del cantare io direttamente: forse lo farò, ma solo sui brani giusti. Solitamente sono molto complicati da interpretare, almeno così mi dicono, e come ti dicevo forse l’ Ep per bimbi ribelli psichedelici potrebbe essere la volta buona per provare di nuovo l’ ebbrezza di stare di fronte a un microfono.

E invece il singolo Africa? vedo che è composto insieme a Mascia. Come è nato?
Sempre durante il lockdown. Avevo scritto delle piccole parti che ho inviato a Mascia, e lei è stata bravissima a costruirci intorno la canzone. C’era la necessità di liberare la mente da quello che succedeva intorno a noi, e nel brano credo si senta.

Come è nata la simbiosi con questi due giovani cantanti? Mi sembra che calzino perfettamente col tuo immaginario. Mascia ad esempio, come già hai ricordato, aveva a suo tempo interpretato Pesca. Raccontaci un po’ di come vi siete trovati. 
Mascia l’ho conosciuta musicalmente perché mi inviò una sua versione di Pesca che poi è stata pubblicata sul suo Ep Svegli sempre. Mi piacque la semplicità con cui interpretava il brano e le chiesi di collaborare ad altri brani che avevo scritto. Poi circa un anno fa abbiamo cominciato a vederci insieme a Manuel Cascone per cercare di dare forma ai brani, e da lì è nata una vera collaborazione artistica che ha portato anche alla scrittura di alcuni brani insieme, come ad esempio Africa che è uscito in questi giorni.  

La collaborazione con Giammmarco è stata piuttosto casuale, nata  proprio con Circeo e con l’idea di farne un brano a duetto. Ci è sembrato un qualcosa di interessante. Scegliere Mascia per la parte femminile è venuto spontaneo. Vediamo se replicare l’ esperimento anche su altri brani.

Chi sono gli arrangiatori? Ho letto che sono molto diversi tra loro, e per un prodotto pop è piuttosto strano che non ci si affidi solo a un team: non hai temuto che il risultato fosse, se non incoerente, dispersivo?
Non so se il risultato sarà dispersivo: l’importante è che ogni brano esprima le sue potenzialità. Sto collaborando con Flavio Scutti (ex Le Rose, Nastro e produttore di Tab_Ularasa), con Andrea Parascandolo e con Giammmarco. Ho avuto il piacere di lavorare anche con Manuel Cascone aka Steve Pepe (coproduttore di Forse… di Calcutta) come già detto. Stiamo ragionando con loro e con Mascia per capire a chi affidare ogni singolo brano.

Gli appassionati e gli intenditori sanno che tu sei uno dei punti di riferimento del cantautorato pontino DOC, di quella che possiamo chiamare la “scuola latinense”. Calcutta ad esempio, è uno dei tuoi “discepoli”, se possiamo dirlo, e ha appunto registrato una sua versione de I Dinosauri sul suo disco d’esordio, che ha fatto il giro d’ Italia e dell’ Europa. Anche uno come Polysick, ora su Mondo e già su Planet MU, ha iniziato proprio suonando con te le tue canzoni. Ecco, nonostante tu appaia su molti libri dedicati sia al fenomeno Calcutta sia alla scena indie italiana, sei sempre rimasto dietro le quinte. Come mai? C’è un motivo preciso?
Non amo essere al centro dell’attenzione in generale, sono introverso. Calcutta e Polysick nei diversi ambiti musicali sono gli artisti di maggior talento che ho incontrato. Ecco, fare qualcosa con il mio amico Polysick sarebbe una gran bella cosa, la vedo dura ma mai dire mai.

Edoardo venne la prima volta alle prove dei Pentothal perché Gilberto Capurso, amico nonché estroso batterista, mi aveva segnalato questo ragazzo. Lui arrivò, prese la chitarra, e al secondo accordo avevo capito che era diverso dagli altri: geniale e talentuoso. Abbiamo suonato tanto insieme, anche soli io e lui in sala prove, credo ci sia stato uno scambio equo tra noi.

Sei ancora in buoni rapporti con Edoardo, a quanto pare. Visto che vi sentite spesso, c’è stato un approccio per registrare insieme il disco o no?
Be’ sì, ultimamente ci sentiamo, ma soprattutto per scambiarci idee di cucina. Io, almeno in cucina, sono più bravo di lui, lo chiarisco subito. Registrare qualcosa insieme a lui sarebbe per me un grande traguardo e onore considerando il suo talento, glielo chiederò senz’altro.

La caratteristica dei tuoi brani è quelli di essere completamente pop ma mai stucchevoli, si lanciano sempre verso il baratro ma c’è sempre una rete sotto a farli rimbalzare sulla fune. Quali sono i tuoi punti di riferimento compositivi?
I miei brani sono un taglia e cuci sia musicalmente sia come testi. Non amo seguire una singola storia, e difficilmente scrivo un brano intero tutto insieme, per cui all’interno di un singolo brano ci sono tanti stati d’animo, visioni diverse, emozioni che si rincorrono. Sono paludi dove entri e non ne esci facilmente.

A proposito di paludi (bonificate), Circeo è un pezzo che parla di feste al mare, un senso di libertà che è quasi anacronistico vista la situazione corrente, particolarmente repressiva. L’ hai fatto uscire apposta come per tirare su il morale alla gente o solo per creare un salto temporale tale da rendere il brano come scritto sempre e scritto mai? Confesso che il ritornello ti rimane nel cervello volente o nolente, e non è cosa scontata.
Sì, ma perché Circeo è un brano semplice e diretto. Reso cosi anche grazie all’arrangiamento di Giammarco, è un brano nato con un’idea cupa in realtà, che poi si è trasformata in energia positiva. Ho la fortuna di vivere accanto al Circeo di vederlo dal balcone di casa. È un posto dove ho trascorso tante serate e tante giornate di sole, un posto che merita una bella canzone. In generale è vero, credo che i miei brani siano cosi. Scritti da sempre, scritti da mai. Sono emotivi, e le emozioni ci sono sempre e mai. 

Ecco, le emozioni di una canzone: secondo te che cosa è o deve essere il pop oggi? hai detto che “l’obbiettivo principale rimane quello di realizzare una musica che non segua i canoni del mainstream o l’hype del momento, ma che sorvoli territori inesplorati,” puoi spiegarci meglio questo concetto?
Intendo che non voglio farmi condizionare dai suoni o dalla modalità compositiva in voga oggi. Sperimentare vuol dire approcciarsi ai brani senza avere la necessità di accontentare qualcuno, ma solo te stesso.