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Matt Berninger: «Sono anni che mi sento emotivamente in lockdown»

Negli ultimi anni il frontman dei National ha fatto un sacco di cose: film, dischi, il ‘Cyrano’. Ora torna col disco solista ‘Serpentine Prison’ e dice che i concerti col distanziamento sono come il sesso su Internet

Matt Berninger

Foto: Chantal Anderson

Nell’estate che ci siamo appena lasciati alle spalle Matt Berninger è finito in un podcast erotico. In un episodio di Dirty Diana – serie in formato audio scritta da Shana Feste, recitata dalla superstar di Hollywood Demi Moore con le colleghe Andrea Riseborough, Gwendoline Christie e Lena Dunham, e dedicata alle fantasie più spinte delle donne – una delle protagoniste della sceneggiatura confessa di impazzire per il frontman dei National. «Cazzo, è così sexy», si sente dire, e il resto si può intuire. Questione di gusti, ovvio, ma di certo Berninger vanta quell’aria da intellettuale dell’indie rock che ha ormai soppiantato il fascino delle rockstar maledette di una volta e altrettanto di certo possiamo immaginare che comparire in un podcast come Dirty Diana sia il sogno promozionale di ogni musicista, figuriamoci se quel musicista è in attesa di pubblicare il suo primo album con nome e cognome in copertina. Serpentine Prison, questo il titolo dell’esordio solista di Berninger, uscirà il 16 ottobre per Book Records, nuova etichetta fondata dal cantante dei National con il polistrumentista Booker T. Jones, figura di spicco del soul americano anni ’60 e ’70 con i Booker T. & the M.G.’s, qui anche produttore artistico.

Un disco non così inaspettato: sono anni che Berninger si divide tra più fronti e se nell’ultimo decennio, da High Violet in avanti, i National hanno conquistato classifiche e Grammy, lui si è dedicato anche al suo progetto parallelo EL VY con Brent Knopf dei Ramona Falls, un annetto fa è apparso nel film Between Two Ferns: The Movie con la canzone Walking on a String, in coppia con Phoebe Bridgers. Non bastasse, ha scritto i testi dell’adattamento teatrale del Cyrano de Bergerac interpretato da Peter Dinklage, il Tyrion Lannister di Game of Thrones. Come dire: già prima della pandemia aveva capito che essere poliedrici è il modo migliore per sopravvivere da musicisti oggi. Serpentine Prison non è che l’ennesimo passo, il più personale, in questa direzione: un’opera intima e malinconica che, muovendosi sullo stesso terreno dei National ma con toni meno epici, accosta un cantato profondo a trame sonore delicatamente raffinate e testi enigmatici come quel titolo che il songwriter originario dell’Ohio commenta così: «Significa un sacco di cose, l’elenco di riferimenti è lungo».

Uno lo hai svelato e riguarda un tubo di scarico, giusto?
Esatto, da un po’ di anni vivo in California e mi piace andare in bici lungo la costa. È una cosa che faccio spesso e durante una di queste pedalate ho notato un tubo fognario che si infilava serpeggiando nell’oceano, dalle parti dell’aeroporto di Los Angeles. Ci hanno piazzato sopra una gabbia di fili attorcigliati per impedire alle persone di arrampicarvisi in mare ed è osservando quella strana struttura che mi è venuta in mente per la prima volta l’espressione “serpentine prison”, poi diventata anche il titolo di una traccia del disco.

E gli altri riferimenti?
Il più autobiografico c’entra con la Serpentine Wall di Cincinnati, la città dove sono cresciuto. Lì c’è una scalinata “ondeggiante” che scende verso il fiume, ci ho trascorso parecchio tempo da ragazzo. Ma Serpentine Prison rimanda anche al Serpent Mound, monumento storico degli indiani d’America nell’Ohio, un tumulo a forma di serpente con una coda attorcigliata. E poi alle band in tour, che con le loro carovane di tour bus e camion serpeggiano sulle autostrade del mondo. Insomma, avevo quest’immagine del serpente che mi girava in testa, ma non intesa in senso negativo: mi piace pensare che i serpenti non si possano ingabbiare e lo stesso vale per le persone.

Foto: Chris Sgroi

Con la pandemia il termine “prigione” evoca ben altro: ci hai pensato?
La mia speranza è che questo disco piaccia indipendentemente dal momento che stiamo vivendo. Un po’ come le opere di Andy Warhol o i film di Miranda July: per me hanno un valore assoluto. Del resto, mentre eravamo chiusi in casa per il lockdown, Serpentine Prison era già stato scritto e registrato, mancava solo la parte finale del mixaggio, in sostanza non c’è nessun verso in questo album che abbia a che fare con la pandemia. Ma sai una cosa? Io mi sento emotivamente in lockdown da anni.

Ok, parliamone. Da quando?
Sicuramente da quando Trump ha vinto le elezioni presidenziali nel novembre 2016, ma forse è una sensazione che ho cominciato ad avvertire sin dall’attacco alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001. Ora che vado per i 50 (li compirà il prossimo 13 febbraio, nda) mi rendo conto di avere vissuto una serie di accadimenti che mi hanno fatto cambiare la prospettiva su me stesso, sul mio Paese, sull’intero pianeta, e questa pandemia non è che l’ennesimo evento del genere. Quanti ce ne sono stati negli ultimi 20 anni? È stato un periodo durissimo per tutti, un susseguirsi di fatti negativi che hanno provocato incubi e spinto molti a immaginarsi la fine del mondo, ed è comprensibile, anche se sono genuinamente convinto che, contrariamente a quel che sembra e che molti pensano, negli ultimi mesi abbiamo dato il la a un periodo di radicale guarigione, come se ci stessimo curando le ferite. Sì, noto un risveglio delle coscienze, vedo sempre più gente impegnata a tirare giù il sipario, a smontare la facciata.

Sei ottimista, quindi? Eppure l’album tratteggia un certo disagio esistenziale.
Sono fiducioso. I peccati degli Stati Uniti, del capitalismo e delle religioni istituzionali – mi riferisco alle persecuzioni religiose che si sono susseguite nel tempo – sono ora esposti alla luce del sole, si sta combattendo una battaglia contro l’ostilità infestante di chi diffonde odio, contro il razzismo che scuote non solo l’America, ma tutte le società trasversalmente. È così, sento che si sta pian piano tornando a quell’ideale di uguaglianza e di rispetto per l’altro – il celebre non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso – che in fondo è il valore fondamentale del cristianesimo. E lo dico da cattolico che probabilmente non sarebbe considerato tale dalla chiesa cattolica in quanto istituzione, quella che si è trasformata in una sorta di multinazionale… Ma io so cosa sono. E mi fido delle belle idee contenute nella Bibbia, ma anche delle buone cose che ci ha trasmesso la nostra Costituzione, per cui no, non prevedo la fine del mondo, anzi, credo che siamo all’inizio di una fase migliore, in cui le donne avranno gli stessi diritti degli uomini, i fedeli di diverse religioni si rispetteranno a vicenda, il razzismo diminuirà sempre più.

Non è la prima volta che citi la Bibbia, ho letto su Kickstarter un tuo contributo recente in cui dici che non è esattamente la tua cup of tea, ma che la consideri un testo ricco di saggezza profonda.
È il mio modo di considerarla, avendo ricevuto un’educazione cattolica che da adulto ho scelto di vivere a modo mio. Io ho fede in Dio, ma cos’è Dio per me? Sono un panteista, credo nella presenza di un elemento divino dentro ciascuno di noi e dentro il tutto che ci circonda e penso che quell’elemento ci connetta tutti reciprocamente e con quel tutto. Non è che non sia triste o frustrato per quel che non va su questa Terra, lo sono, ma ripeto, non sono pessimista.

Il movimento Black Lives Matter ha indubbiamente dato uno scossone alla scena politica statunitense, tu che per questo album hai lavorato con Booker T. Jones ti sei confrontato con lui sulla questione della discriminazione razziale?
Sì, ne abbiamo parlato molto, io e lui. Tra l’altro il 4 luglio di un anno fa eravamo insieme e lui indossava un vestito nero, in segno di protesta nel giorno dell’indipendenza americana. Mi ha raccontato cos’avesse significato negli anni ’60 e ’70 fare parte di una band come i Booker T. & the M.G.’s, costituita per metà da bianchi, per metà da afroamericani come lui. Mi ha spiegato che sin dal primo istante in cui il gruppo si è formato in quel di Memphis, l’intento era proprio di dare alla gente un simbolo di armonia interrazziale nel sud degli Stati Uniti. E pazienza se la sede della Stax Records, punto d’incontro della band vicino al motel dove Martin Luther King Jr. fu assassinato nel ’68, fosse di frequente bersaglio di minacce: volevano essere un esempio di integrazione. Parliamo di musicisti e persone che hanno affrontato di petto la questione razziale e non posso che stimare Booker per questo. Dopodiché lo considero un collaboratore fantastico, un uomo aperto che sa comprendere e perdonare.

Matt Berninger in studio con Booker T. Jones. Foto: Chris Sgroi

Per questo tuo primo disco solista hai avuto un diverso approccio alla scrittura?
No, non ho modi differenti di scrivere, quando scrivo scrivo: ho versi e idee appuntate ovunque, se poi qualcosa di ciò che ho scritto sta bene con le musiche dei National rientra in quel materiale, altrimenti va diversamente. Per questo album ho anche coinvolto musicisti che conosco da tempo e con i quali c’è un rapporto di amicizia – penso, per esempio, a Matt Barrick dei Walkmen e ad Andrew Bird –, ma a parte questo ciò che faccio solitamente è buttar giù qualsiasi cosa mi venga in mente sul cellulare, su un blocco per gli appunti, non importa dove, e a quel livello l’ispirazione è sempre la mia vita.

Più la tua vita interiore, direi, e a questo proposito ho una curiosità: in che senso hai occhi come magliette, citando una delle tracce dell’album, My Eyes Are T-Shirts?
Ho scritto quella canzone con Scott dei National, è venuta fuori molto velocemente, al pianoforte. Cosa significa? Che non sono capace di raccontare bugie. Sono un libro aperto, tendo a condividere troppo, mi confido facilmente con gli altri e questo a volte mi mette nei guai. Ma sono fatto così, non posso nascondermi, né riesco a celare i miei sentimenti, la mia rabbia o il mio dolore. E anche se non so vivere in altro modo e non ritengo questa mia caratteristica un difetto, ammetto che a volte mi piacerebbe sapermi proteggere di più. Un po’ con le interviste ho imparato, prima ero più impulsivo, adesso ci rifletto su.

Il Nick Cave di Into My Arms è chiaramente uno dei tuoi riferimenti in questo album, ma mi pare lo sia anche nel modo in cui stai portando avanti il tuo percorso: vuoi diventare una di quelle figure iconiche che si propongono come un punto di riferimento a 360 gradi, non solo per la musica?
Più che altro sono stato fortunato, ho avuto l’opportunità di fare così tante cose che non avrei mai sognato di poter fare… Pochi mesi fa sono stato al Late Show di Stephen Colbert in collegamento con l’astronauta Jessica Meir dallo spazio. Negli ultimi anni ho incontrato Obama quattro volte; non posso dire di conoscerlo, ma ci siamo parlati quattro volte, cinque se conto anche una telefonata, e non posso ancora crederci. Non so come sia successo, è sorprendente, così come lo è aver potuto trascorrere del tempo con Michael Stipe dei R.E.M. Semmai un problema è che tendo a dire di sì a tutto, sono un po’ maniacale e a volte finisco per sentirmi esausto. Forse è per questo che questo periodo di stand-by dai concerti mi sta in parte aiutando, anche se pure ora ho tanto da fare… Sono a casa con mia moglie, mia figlia, il mio giardino e a volte sono comunque sopraffatto dai troppi impegni. È andata così anche durante il lockdown, di certo non mi sono annoiato, ma sì, ogni tanto penso che dovrei rallentare. Il fatto è che, come ha dimostrato questa pandemia in cui tanti artisti ci hanno dato conforto, l’arte salva sempre.

Sarà per questo che per concentrarti sulla carriera musicale hai lasciato un lavoro da graphic designer nel settore della pubblicità; era l’inizio degli anni ’90.
Già, anche se ancora oggi capita che pensi a me stesso più come a un graphic designer che a un cantautore, perché è su quel tipo di attività che ho costruito la mia identità personale. C’entrano anche alcuni ricordi d’infanzia, i miei genitori ogni volta che disegnavo qualcosa mi dicevano che lo adoravano e lo appiccicavano al frigorifero, e secondo me hanno fatto bene: dobbiamo sempre trasmettere ottimismo e sicurezza in se stessi ai nostri figli, mai dire “cosa stai facendo?!”, no, ai bambini bisogna sempre dire che sono dei geni. Dite loro che saranno il prossimo Andy Warhol, la prossima Nina Simone, la prossima Billie Eilish, il prossimo Barack Obama, dite questo ai bambini, perché altrimenti non ci proveranno mai. È nostro dovere aiutarli a credere in se stessi, i miei genitori con me l’hanno fatto, mi hanno sempre appoggiato e supportato per qualsiasi cosa, sono sempre stati al mio fianco, anche quando ho cambiato vita per dedicarmi alla musica. Anche in questo sono stato fortunato, e da quando sono diventato padre e ho capito quanto sia duro il mestiere del genitore ne sono ancora più consapevole.

Foto: Chantal Anderson

Fake Empire dei National è stato l’inno della campagna elettorale di Obama. Che accadrà con Biden?
Spero solo che vinca e che pianifichi un nuovo sistema sociale. Sono anche terrorizzato, perché Trump è un criminale sociopatico, ma in questi anni ha fatto così tante cose terribili che dubito ci siano ancora così tanti americani che si bevano le sue cazzate tossiche. Hai presente quando sei coinvolto in una relazione tossica senza nemmeno rendertene conto? Ecco, secondo me gli americani hanno intrattenuto per troppo tempo un rapporto tossico con se stessi, con le loro paure, con la loro salute, con la loro fede, e Trump ha sfruttato tutto ciò contro di loro riempiendoli di bugie.

Nel frattempo il Covid-19 ha imposto molte limitazioni al settore dei concerti: tu che hai rivelato che hai impiegato anni per arrivare a goderti il palco senza ansie, come stai vivendo questa situazione? Prima hai detto che un po’ questo stop ti sta facendo bene…
Però i concerti mi mancano tantissimo, mi manca stare sul palco davanti al pubblico così come in mezzo alla folla. Quello che non mi manca sono gli aerei, gli hotel, il fatto di essere continuamente in viaggio. Ho nostalgia, invece, del contatto con i fan, vorrei sentirli cantare in coro le canzoni, vorrei sentirli urlare, e non potrei nemmeno immaginare di fare un concerto con i National senza queste cose, senza la fisicità. Del resto, il momento in cui sono riuscito a superare l’ansia da palcoscenico è stato proprio quello in cui sono riuscito a creare un contatto con il pubblico là sotto: lì sono riuscito a liberarmi e a trasformare la paura in uno sfogo. In fondo si tratta sempre di imparare a essere a proprio agio con il fatto che non sei a tuo agio.

Stai dicendo che per un nuovo album dei National dobbiamo attendere che l’attività live torni a pieno regime?
Non ho nuove notizie da dare, per ora, stiamo tutti quanti lavorando a un sacco di cose. È anche vero che negli ultimi anni abbiamo tenuto ritmi serrati ed è giusto ogni tanto rigenerarsi. Parlando di dischi, penso ce ne sarà uno nuovo dei National quando saremo nuovamente pronti. Ma non vorrei fare concerti col distanziamento, sarebbe come fare sesso su Internet e non fa per me: preferisco il sesso reale.

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