Home Musica Interviste Musica

Massimo Zamboni: «Oggi chi suona non ha un’urgenza personale»

Il fondatore dei CCCP pubblica un disco che rievoca gli esordi della band e la Berlino dei primi '80, dove ha imparato «a puntare sull'incapacità». E dice la sua sulla musica di oggi, che pare essersi persa nelle ansie individuali

Foto Massimiliano Serci

Una guida sonora alla città delle macerie. Non sono quelle di casa nostra, questa volta, ma della Berlino del 1981, anno in cui Massimo Zamboni decise di trascorrere l’estate all’ombra del Muro. Lì incontrò Giovanni Lindo Ferretti – secondo cui “Carpi è la periferia estrema di Berlino, perché lì comincia l’autostrada del Brennero” – e così, da due non musicisti, nacque la storia dei CCCP. Poi quella dei CSI, e infine i diversi percorsi solisti cui gli assurdi e straordinari artisti che formarono quelle band diedero vita. 

Oggi quei giorni tedeschi ritornano in Sonata a Kreuzberg, il nuovo disco di Massimo Zamboni, che dei CCCP fu chitarrista e agitatore culturale. Assieme a lui Angela Baraldi e Cristiano Roversi, che gli hanno dato una mano a raccogliere i brani che hanno fatto da colonna sonora allo spettacolo teatrale Nessuna voce dentro – Berlino millenovecentottantuno, a sua volta tratto dall’omonimo romanzo edito da Einaudi. L’album – pubblicato da Contempo – propone cover dell’epoca, rilette in chiave minimale. Ci sono Berlin di Lou Reed, Afraid di Nico e Alabama Song di Bertolt Brecht e Kurt Weill. E poi Paul ist tot dei Fehlfarben, Allarme dei CCCP e due inediti firmati da Zamboni e altrettanti da Roversi. 

Una rievocazione musicale volutamente scarna, quanto più possibile ossequiosa verso lo spirito dell’epoca. Che così Massimo Zamboni ci racconta, al telefono dalla sua casa sugli Appennini, dove si avverte già una pungente aria di neve imminente. 

Foto Andrea Mannucci

A quale esigenza risponde questo nuovo disco?

Quella di riconfermare un percorso tracciato negli anni, da un punto di vista personale e artistico. E fare un tributo a quella Berlino, che con la sua ispirazione ha dato vita ai CCCP e a tutta una carriera. Volevo riprendere in mano quello che ho ricevuto dalla città, che è stata la guida in tutti questi anni nel mio pormi artistico.

Come dobbiamo immaginare Berlino nel 1981?

Spiazzante. Così diversa da ogni altra cosa, non solo per via del Muro, ma di tutti quegli edifici e quegli spazi bombardati, del suo peculiare mix di legalità e illegalità, case occupate, mestieri nuovi che venivano inventati ogni mattina, movimenti e gruppi artistici che nascevano per l’iniziativa di gente che non aveva studiato per fare quelle cose. La sfacciataggine che Berlino trasmetteva è stata fondamentale per il mio e il nostro percorso artistico. Non a caso in questo disco suono il basso e non la chitarra, il mio strumento: Berlino mi ha insegnato a partire dalla incapacità, non da ciò di cui si è già capaci. 

Cosa rimane di allora nella Berlino di oggi?

Gli spazi in cui esprimere te stesso in maniera piena. Ma Berlino negli anni ’80 era bianco e nero, ti poneva continuamente un “o di qua o di là”, mentre ora, come tutte le città, è diventata il regno delle sfumature. Non bisogna mai dimenticare come potesse essere anche una città torturante, però, per chi stava dalla parte sbagliata del Muro.

Che priorità ti sei dato nella scelta e negli arrangiamenti dei brani contenuti nel disco?

Anzitutto di fare rivivere, restituire anche visivamente, quella città e quello spirito. Per questo ho ridotto al minimo le parti ritmiche e concentrato tutto quanto su basso e piano, anche per fare emergere la voce cruda e versatile di Angela. Il mio obiettivo era rendere l’idea di quel bianco o nero di cui parlavo prima, come nei locali dell’epoca, che se non scoppiavano di gente sotto il palco erano completamente vuoti. Non c’erano mai le vie di mezzo. 

Da un punto di vista musicale cosa ti ha fatto innamorare di quel periodo?

La ruvidezza dei suoni delle band e dei musicisti berlinesi, la loro capacità di fare musica con pochi strumenti e una sola idea in testa. Con uno stile – e una lingua – proprio, senza scadere nell’esterofilia e raccontando il proprio mondo, anche geografico. Ideal, D.A.F., Kraftwerk: hanno incarnato come nessuno lo stato d’animo di un’Europa non ancora pacificata dopo la guerra.

Foto Massimiliano Serci

La Germania, al contempo, rimane un nome spaventoso per molti italiani.

Questa cosa non ci ha mai abbandonato. Tra noi e loro c’è sempre stata attrazione reciproca e respingimento: prendi parole come “muro” o “Luna”, che in Italia si utilizzino con un genere (maschile o femminile) e da loro all’opposto. 

Che sensazioni ti ha dato rivivere gli esordi dei CCCP?

Molto positive. Perché quello è stato un periodo fondante per me, infatti da solista non ho mai smesso di suonare pezzi dei CCCP e dei CSI. 

Tornerai a suonare i brani del disco dal vivo?

Questo disco è la fine di un lavoro, perché le canzoni facevano parte dello spettacolo teatrale che ho portato in giro nell’ultimo anno. Ma l’anno prossimo ci sarà il trentennale della caduta del Muro di Berlino, quindi le antenne saranno alzate verso quegli eventi, e potrebbe essere una buona occasione per fare conoscere un po’ quei pezzi e questo disco. 

Hai sempre avuto una grande attenzione per la storia e per gli anniversari (lo spettacolo I Soviet + l’elettricità in occasione dei 100 anni della Rivoluzione Russa un anno fa, le tante celebrazioni delle ricorrenze partigiane). Da cosa deriva?

In quanto uomini, siamo tutti uomini storici. Viviamo in un tempo, oltre che in uno spazio: infatti amo molto anche la geografia, la mia materia preferita. Non sono un grande fan, in realtà, degli anniversari, ma è come se avessi una sorta di maledizione che mi impone di pubblicare i lavori in concomitanza con questi grandi appuntamenti. E poi sono così vicini tra loro, che ce n’è sempre uno a cui rifarsi. 

La Germania di oggi, politicamente, pare vivere un momento di grande caos. Cosa ne pensi?

Che è comune a tutta l’Europa. La paura del diverso ha colpito tutti i Paesi, appartiene a una minoranza – vale la pena ricordarlo -, ma che oggi appare forte e determinata, perché si sente investita da parole d’ordine che pensavamo di avere eliminato del tutto.

Foto Andrea Mannucci

Sei turbato dal momento storico?

Molto. In Italia, scioccamente, pensavamo di essere diventati dei cittadini adulti e maturi, e di aver acquisito dei diritti di cittadinanza non più sopprimibili, visto quanto avevamo pagato caro per ottenerli. Ma non funziona così: i diritti vanno conquistati ogni volta, non c’è nulla che sia regalato. 

Eppure, nonostante il pericolo, non pare esserci una grande capacità di reazione. 

Quando sono nati i CCCP, c’era un’idea comoda e confortevole del nemico. Noi eravamo il blocco del bene, gli altri il male. La politica era più facile e certe idee più longeve. Ora manca quell’idea netta del nemico, che va creato ogni volta, dall’islamico al migrante. Lo facciamo per smettere di guardare la terra che ci viene sfilata da sotto i piedi, i diritti che perdiamo ogni giorno. Il Muro era un ostacolo semplice da vedere, ma oggi ci sono forme di oppressione più nascoste e subdole. 

L’arte, e la musica in particolare, non trovano oggi la forza di raccontare un mondo in cambiamento?

Oggi c’è un gran accontentarsi da parte del pubblico, e anche chi sta dietro all’offerta musicale si siede. L’urgenza personale degli artisti in questo momento è più bassa che mai: gli orizzonti sono ristretti, si parla solo dei propri problemi, di ansie individuali e mai collettive. 

L’indie è una forma di riflusso nel privato?

Non ascolto molto cosa c’è in giro oggi. Diciamo che dalle nuove generazioni mi aspetterai decisamente più vivacità, da ogni punto di vista.

Immagino che nemmeno la trap ti interessi granché.

Vivo in montagna, ho da poco montato le catene da neve. Una parola come trap qua è destinata a sciogliersi al primo giorno di sole. 

Il tuo amico Vasco Brondi (con cui ha collaborato a diversi progetti, ndr) sta portando a conclusione il percorso delle Luci della centrale elettrica. Cosa ti aspetti da lui?

Grandi cose, il suo lavoro mi affascina sempre. Che il suo prossimo impegno sia un film, un libro, musica oppure il silenzio, sarà qualcosa di importante. 

A quando un nuovo libro di Massimo Zamboni (ne ha scritti una decina in questi anni, ndr)?

Lo terminerò settimana prossima. Riparte da In Mongolia in retromarcia (scritto nel 2000 con Giovanni Lindo Ferretti, ndr). Dopo il viaggio raccontato in quel volume, sono stato altre due volte in quelle terre, per motivazioni personali molto forti. Questi tre viaggi saranno al centro del libro, che parlerà di me, di inquietudine e desiderio di permanenza. 

 

 

Leggi anche