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Massimo Zamboni, ‘Il richiamo degli scomparsi’ e lo spirito dell’Emilia

Nel film-concerto del musicista ci sono le frasi di Tondelli e Nove, le canzoni di una vita, le voci di Vasco Brondi e Nada. Tutto per raccontare il "piano padano" e costruire «un ponte con chi c'era prima di noi»

'Il richiamo degli scomparsi'

Inizia mostrando quelle che sembrano le sedie vuote di un teatro, il film-concerto Il richiamo degli scomparsi di Massimo Zamboni, da oggi su Nexo+ (in abbonamento con prova gratuita, ndr). In tempi di pandemia il pensiero va ai tanti spazi rimasti chiusi per mesi a causa del Covid, in realtà a scorrere sullo schermo è il vuoto – ma un vuoto pieno zeppo di pensiero, di creatività, di visioni poetiche – lasciato da tanti artisti, poeti, pittori, scrittori, fotografi, partigiani, attori, compositori, registi e intellettuali che hanno fatto grande l’Emilia e che non ci sono più. L’ex CCCP/CSI, da tempo impegnato in un percorso di valorizzazione dello spirito della sua terra, ne elenca i nomi, per dare il via a “un’orazione con orchestra”, come recita il sottotitolo dello spettacolo andato in scena al Teatro Valli di Reggio Emilia il 21 settembre 2019 nell’ambito del Festival Aperto e ora distribuito online in occasione della Festa di San Prospero, patrono del capoluogo emiliano.

Cesare Zavattini, Corrado Costa, Pier Vittorio Tondelli, Antonio Ligabue, Alcide Cervi, Augusto Daolio, Luigi Ghirri, Pietro Ghizzardi, Maria Melato, Tienno Pattacini, Romolo Valli, Gaetano Chierici, Ludovico Ariosto, Matteo Maria Boiardo sono solo alcuni dei maestri ricordati e onorati con un questo progetto live in cui si intersecano canzoni di Zamboni e della sua vecchia band, letture degli autori scomparsi e di quelli presenti – Aldo Nove ed Emilio Rentocchini –, più qualche incursione nei repertori di altri cantautori e musicisti in scena. Fil rouge che lega parole, immagini e note l’anima profonda e sfaccettata di una regione con un’importante eredità da tramandare, spiega Zamboni: «Il richiamo degli scomparsi è un gesto di riconoscenza nei confronti di un territorio e di chi questo territorio lo ha abitato e raccontato. L’intento è di creare una narrazione: l’Emilia, in particolare la provincia di Reggio, è sempre stata fortunata da questo punto di vista, perché frequentata e ritratta da una moltitudine di artisti dediti ai più disparati tipi di disciplina e che si sono espressi non solo in ambito nazionale, ma anche ultranazionale, vedi Ghirri, Zavattini, Antonio Ligabue. Il loro racconto incessante, non sempre benevolo, talvolta anche di opposizione – vale anche per i CCCP di Emilia paranoica – costituisce la tessitura intellettuale di questa terra, il suo immaginario, la sua essenza».

Nella versione film i visual di Piergiorgio Casotti, immagini di paesaggi, case, volti, lune, scorci elaborate ad hoc per lo spettacolo, avvolgono il palcoscenico diventando «una presenza in mezzo a noi», osserva Zamboni, che nel concerto-orazione ha coinvolto il fidato chitarrista Erik Montanari, Cristiano Roversi (Moongarden) al basso, Simone Filippi (Üstmamò) alle percussioni. E ancora, Vasco Brondi, Nada, Ginevra Di Marco, Marina Parente, Murubutu, l’ensemble L’Usignolo, che da anni rivisita la tradizione dei “concerti a fiato” di Barco, e ben 13 chitarre elettriche dell’Orchestra delle Riapparizioni. Una grande compagine orchestrale per uno spettacolo in cui ogni brano presenta arrangiamenti inediti e man mano, intrecciandosi con altre canzoni, con i video, con gli inserti letti e i versi evocati, diviene scampolo di un ritratto sonoro-visivo dell’Emilia che a parte qualche pecca registica (la sovrapposizione dei filmati che a teatro facevano da scenografia con i musicisti sul palco non sempre è riuscita) risulta di forte impatto emotivo. Dentro ci sono il punk, la canzone popolare, il rock, la musica da balera incarnata dai ballerini dell’associazione Obiettivo Danza. In poco più di un’ora e mezza la “Rozzemilia”, “provincia di due imperi, provincia industrializzata, provincia terzializzata, provincia di gente squartata” interpretata con la giusta foga da Brondi lascia spazio, tra le altre cose, alla canzone Ondula e a frammenti dai libri L’eco di uno sparo e La trionferà dello stesso Zamboni, al Breviario partigiano targato post-CSI del 2015, a quel pugno in pancia al perbenismo che fu Altri libertini di Tondelli, a un Aldo Nove che con il suo “poemetto della sera” Il giorno della mia morte eleva la dipartita dal mondo a una rinascita nella pace, alle parole del compianto scrittore reggiano Silvio D’Arzo e di quel suo racconto esistenziale che Montale definì “perfetto”, Casa d’Altri, allo stralcio di un discorso di Palmiro Togliatti del ’46, a una splendida, magnetica, Nada che nel cantare un pezzo inciso con Zamboni, Quando se non ora, Madre dei CCCP e la sua Dove sono i tuoi occhi dondola come una bambola in un avvicendarsi di urlo e preghiera che sa di struggimento e libertà. C’è molto altro, fino al gran finale in cui tutti si uniscono in una versione esplosiva di Emilia paranoica, con le voci della stessa Nada e di Brondi fuse in un grido alienato a far rivivere l’attesa di “un’emozione sempre più indefinibile” che sconfigga la noia, il disagio, il senso di impotenza di fronte alle tragedie del mondo.

In questo susseguirsi di atmosfere Il richiamo degli scomparsi si fa rituale solenne, orazione laica rivolta a un pantheon dello spirito emiliano disperso in cento cimiteri dal Po al Monte Cusna. «Lo spettacolo nasce da un lungo giro in mezzo alle sepolture eccellenti sparse per tutta la provincia di Reggio Emilia», afferma Zamboni. «L’idea era di stabilire un ponte con chi è stato prima di noi e questo andare a visitare le loro tombe in molti casi abbandonate, in altri popolari, piene di fiori, fotografie, oggetti, ha fondato un rapporto intimo e anche tenero con tante delle figure evocate nel concerto. Costruire questo puzzle con tante tessere significa raccogliere il richiamo emanato dagli scomparsi, quasi a dire andate da loro, troverete qualcosa che vi appartiene profondamente». È quell’epica della memoria che Zamboni ha tracciato con ammirevole slancio ideale nel suo recente libro La trionferà e che mette al centro il concetto di casa. «Da alcuni anni c’è una facilità a sentirsi cittadini del mondo, prendere un aereo, andare dall’altra parte del pianeta e sentirsi a casa, ma cosa resta? Io credo, invece, che la casa sia il luogo dove hai un lascito di morti che ti hanno portato fino a qua e dove a tua volta rimarrai e altri dopo di te si metteranno sulle tue tracce, e questa è una catena che ci lega». Si avverte il bisogno di conferire valore alle radici, alle origini, alle storie nella Storia, in una ricerca di pacificazione con la nostra natura mortale che mai come in quest’epoca pare essersi persa, e la pandemia lo ha evidenziato. «Una delle cifre dello spettacolo», continua Zamboni, «è l’accettazione profonda, intima, dei cicli naturali, di ciò che deve accadere, anche se sarà drammatico e doloroso. In fondo è questo il grande valore della vita: non ci sarà più, quindi usiamola bene». Parafrasando il poeta Rentocchini, “che bello dire che i morti rinascono”: è ciò che accade quando teniamo vive le loro opere, le loro gesta, i loro sguardi, e il film-concerto Il richiamo degli scomparsi lo fa egregiamente, lanciando suggestioni da cogliere e fare proprie.

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