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Massimo Zamboni, il punk gentile che canta l’Italia abbandonata

Meno rocker e più cantautore, anche se non si riconosce nella definizione, nel nuovo album 'La mia patria attuale' il musicista di CCCP e CSI canta un Paese diviso tra sfacelo e "indicibile bellezza"

Massimo Zamboni

Foto: Diego Cuoghi

Probabilmente nemmeno lui si sarebbe mai immaginato di pubblicare un disco intitolato La mia patria attuale. Invece il nuovo album solista di Massimo Zamboni, in uscita il 21 gennaio, è il frutto di una riflessione profonda proprio sul significato di quel termine, “patria”, che da un certo punto della storia d’Italia ha raccolto in sé quello che il musicista emiliano, ex CCCP/CSI, descrive come «il mascheramento delle diseguaglianze, l’esercizio della violenza in difesa di interessi personali o di casta».

Eppure «la patria è ciò che siamo, ciò che costituisce l’essenza dei popoli», ed è da questa convinzione che Zamboni è partito per imbastire la trama di un’opera in cui vibra ancora forte l’eco della sua vecchia band, ma che al contempo, in alcune tracce, lo vede in una veste cantautorale in parte inaspettata, che si muove nel solco di grandi come Fabrizio De André e Francesco Guccini. Alla base anche la scelta di suonare meno e cantare di più, in un disco che sarà pubblicato anche in un’edizione speciale completa di fotografie e scritti inediti, prodotto da Alessandro “Asso” Stefana, storico chitarrista di Vinicio Capossela, qui nei panni di polistrumentista accanto a Gigi Cavalli Cocchi, Simone Beneventi, Cristiano Roversi ed Erik Montanari. «Non vedo l’ora di tornare in tour», esclama Zamboni con l’entusiasmo di un ragazzino.

La mia patria attuale è un album particolare, per il tuo percorso: hai composto tu i brani, incluse le parti di chitarra, ma in fase di registrazione hai scelto di concentrarti quasi solo sul canto, rinunciando del tutto a chiamare al tuo fianco altre voci come hai fatto in passato con Nada e Angela Baraldi, per esempio. In più in alcuni episodi ti sei avvicinato a un tipo di cantautorato quasi classico. Cercavi una nuova sfida?
Sì, al di là del contenuto questo è il dato fondamentale del disco, cioè l’idea di voler crescere e di cercare delle strade finora poco esplorate, ma alle quali sento di assomigliare, in qualche modo. Ciò che avevo in mente era di scrivere delle canzoni a partire dalla consapevolezza che non sono mai stato un cantautore, né ho mai ascoltato quelli che sono considerati tradizionalmente i cantautori: quello è un genere che non mi è mai servito, in cui non mi sono mai rispecchiato. Però per l’argomento che volevo affrontare il concetto di canzone nella sua accezione più classica era importante. Così come importante era che l’album suonasse italiano.

Che cosa intendi?
Non ci sono inserzioni di sonorità anglo-americane, tedesche o cose di questo tipo: volevo comporlo, arrangiarlo e cantarlo come un pezzo d’Italia, con tutto il bene e il male che questo porta con sé. E per farlo avevo bisogno di credere di più alla mia voce e alla possibilità di cantare, cosa che farò anche dal vivo, quando lascerò gli strumenti ad altri e suonerò la chitarra solo quando proprio non se ne potrà fare a meno. Per obbligarmi a un altro ruolo, a un’altra presenza, perché io non sono un frontman, per prendermi maggiori responsabilità. Il tutto a partire da una parola, patria, di per sé inaffrontabile, espressione di una serie di pensieri che, appunto, richiedono una responsabilità interpretativa.

Non mancano comunque brani legati stilisticamente alla tua storia nei CCCP/CSI, è come se a seconda delle tracce affiorassero due diverse anime di Zamboni. Che ne pensi?
È così, a me non piace mai lasciare perdere ciò che è stato, non solo in campo musicale; amo cercare di conservare tutto ciò che mi è trascorso addosso. Allo stesso tempo, però, sentivo forte il bisogno di espandere lo spazio vitale, e da questo punto di vista ben vengano canzoni come Fermamente collettivamente o Tira ovunque un’aria sconsolata, che è sfacciatamente un pezzo da cantautore folk.

Gucciniano, direi.
Certo, tre accordi e quel modo di cantare… Non avevo mai scritto canzoni così, ma per parlare del carattere sconsolato dell’Italia recente era l’approccio che mi sembrava più adatto, l’arma migliore. Se avessi drammatizzato il brano alla CSI sarei giunto a un’obesità di significati di cui non avvertivo l’esigenza. Ma non è che mi sia messo ad ascoltare canzoni di altri per poi scrivere le mie, non mi sono confrontato con repertori altrui, un po’ perché in generale non ascolto veramente nulla, un po’ perché avevo le idee sufficientemente chiare su ciò che mi premeva fare ed è uscito tutto in maniera abbastanza veloce, senza troppi pensieri tranne quello di voler dedicare a quel macigno che è il termine patria canzoni composte in modalità diverse.

Tra poco parliamo del macigno, prima posso chiederti se in quest’operazione che per te rappresenta anche una svolta hai scoperto di avere dei limiti, nella scrittura o nell’interpretazione?
Ma sai, io so qual è la mia lotta con la voce così come con tutto il resto, comprese le chitarre, che non sono mai state uno strumento agevole per me. Tuttora non sono un musicista, né un cantante, né uno scrittore, però suono, canto e scrivo da 40 anni, quindi qualcosa ho assimilato e fatto mio. Al tempo stesso amo i limiti e ho imparato a coltivarli, provo una sincera compassione per chi pensa di non averne, ci sono ugole e chitarristi meravigliosi che di fatto non sanno che farsene. Io so dove posso arrivare e non sono ancora sicuro di esserci arrivato, ma sono felice di avere davanti a me un recinto, perché all’interno di quel recinto sento di non avere distrazioni, non c’è esibizionismo, non c’è esposizione di talento, perché non ne ho.

È l’atteggiamento che anche dopo un lungo percorso artistico ti permette di dire quello che hai detto prima, ossia che vuoi crescere.
Ma perché mi sento realmente ancora così: inesperto.

Non ti considero inesperto con le parole, per cui ti chiedo: che cosa ti ha spinto a mettere al centro del disco una parola come patria che non solo è variamente interpretabile oggi, ma ha anche conosciuto un’evoluzione semantica nel corso della storia?
Volevo recuperare un lessico che ci è stato rubato, del quale siamo stati depredati. Patria era la parola che usavano i partigiani per indicare ciò per cui stavano lottando, tant’è che si definivano patrioti. Poi questa parola, nel corso dei decenni della nostra democrazia, si è logorata, molto rapidamente tra l’altro: già pochi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale nessuno sapeva bene che cosa fosse questa patria. O meglio, da un certo punto in avanti il termine ha finito per essere pronunciato da bocche malsane, interessate, vogliose di difendere i propri privilegi, e dunque usato come una clava o una bomba, molte volte, o come un manganello, tante altre volte, e con una ferocia e una protervia che lasciavano sbigottiti, se non intimoriti.

Ciò che ho pensato è che siamo già stati derubati abbastanza del nostro vocabolario, per non cercare non dico di reimpossessarcene, però di ripartire con una visione nuova, basica e basilare, delle parole. E patria è tra queste, una parola che non ho mai pronunciato in vita mia e che non riesco a pronunciare nemmeno oggi: da buon emiliano se penso alla patria, penso ai confini dell’Emilia Romagna, mi viene difficile pensare ad altro, eppure sono italiano, l’italianità è ciò che gli altri vedono di me, la mia lingua è l’italiano, la storia che conosco è italiana, molti dei miei autori preferiti sono italiani, amo la cucina, il paesaggio e il clima italiani. E questo si scontra con la sofferenza che provo nel vedere offese di continuo queste qualità.

Una parola che non riesci ancora a pronunciare, dici, ma che hai inserito addirittura nel titolo.
Sai, tante volte mi esce un titolo, ma non comprendo bene come mai e soltanto scrivendone e parlandone con il pubblico, durante i concerti o gli incontri dal vivo, arrivo a capirne davvero la necessità. In tal senso mi aspetto che il tour legato a questo disco diventi un viaggio di scoperta, così come lo è stato il giro d’incontri di presentazione del mio libro del 2021 La trionferà, che mi ha spinto a confrontarmi con parole altrettanto desuete come, per esempio, compagno.

In effetti ascoltando Fermamente collettivamente ho notato la presenza nel testo del termine compagni, termine che avendo letto La trionferà so che non ti ha mai convinto. Cos’è cambiato?
È vero, non usavo la parola compagni da più di 40 anni e nella quotidianità continuo a non usarla. In questa canzone l’ho utilizzata alla Walt Whitman, non con un’inclinazione ideologico-politica, ma con un’empatia che è quella che provo per una buona parte dei miei compaesani, concittadini e connazionali, empatia che si bilancia con l’assoluto disprezzo per la parte non contenuta nella parola stessa. È evidente che le parole si logorano come si logorano gli esseri umani e i cicli naturali, e questo è successo anche alla parola compagno, che si è consumata, è morta, decaduta, ne abbiamo vissuto tutto lo svuotamento. Non mi interessa certo tornarla a riempire degli stessi significati, però in alcuni casi, tra cui questo brano, Fermamente collettivamente, ho avvertito il bisogno di recuperarla con un’accezione meno schiacciata dagli steccati, più ampia.

Quanto la scrittura del libro La trionferà ha influito su quella del disco? Mi sembrano due opere molto vicine, interconnesse.
Lo sono tantissimo, un po’ perché avendo fatto, l’estate scorsa, una cinquantina di presentazioni del libro, quest’ultimo è stato il mio scenario quotidiano, e dato ciò di cui tratta il libro stesso, in quegli incontri ho avuto modo di risentire pronunciare il termine compagno, la parola comunismo, così come di vedere pugni chiusi e bandiere rosse. Insomma, indipendentemente da ciò che penso di tutte queste cose, esistono italiani che hanno nel cuore e nella testa quel mondo di riferimento. Ognuno può giudicare se si tratta di passatismo o di futurismo, ognuno deciderà per sé, però è una parte vitale di tante persone più intelligenti e aperte di quanto una visione miope di queste parole ci faccia pensare.

Foto: Diego Cuoghi

Canti di un’Italia abbandonata: perché?
Perché viaggiando sui treni, osservando le persone, girando per strada, colgo quest’idea di abbandono, un lasciarsi andare allo sfacelo che si concretizza in vari modi, sia nei piccoli gesti come può essere quello di gettare una bottiglia di plastica dall’auto, sia nei massimi sistemi. C’è quest’idea che il Paese non sia nostro, ma di altri: il nostro è solo dove poggiamo i piedi, il nostro appartamento, il nostro piccolo mondo, come se l’Italia finisse lì, attorno alla suola delle nostre scarpe. E questo per me è inaccettabile, perché in realtà tutto fa parte di noi: noi siamo debitori della cultura che ci sovrasta e siamo, invece, creditori rispetto a quest’idea di sfacelo governato, perché poi lo sfacelo non arriva mai per caso.

Chi porta avanti riflessioni come queste viene perlopiù tacciato di pessimismo o nichilismo, pazienza se come nel tuo caso tutto nasce da uno slancio idealista. Come replichi?
Ma sai, non è che m’interessi il parere degli altri, già non mi fido degli esperti…

Non parlavo di esperti, però, mi riferisco a una modalità di reazione abbastanza generalizzata.
Diciamo che se da un lato sento ancora il bisogno di crescere, dall’altro sono già abbastanza cresciuto per sapere che cosa significano certe parole e certi giudizi nella bocca di certe persone. Nella maggior parte dei casi riflettono la necessità continua, da parte di chi le pronuncia, di difendere se stessi.

La canzone Ora ancora è un invito ad avere più coraggio, a lottare per la propria terra, a non abbandonarla. Eppure negli ultimi decenni, e questo vale soprattutto per le generazioni successive alla tua, siamo cresciuti con l’idea di diventare cittadini del mondo, no?
Ah, questo vale anche per la mia, di generazione. Per i ragazzi come me negli anni ’60 o ’70 la casa era il mondo; c’erano persone che uscivano per andare al bar e finivano per arrivare in India, in Afghanistan, sull’Himalaya, attraversavano il deserto del Sahara su una due cavalli, e tanti sono morti, con questa presunzione che tutto il mondo è casa nostra. In qualche modo gli anni ti dimostrano che in realtà non è così, anche se è sempre bene continuare a crederlo e questo vale anche per me. Ma l’idea di andare via dall’Italia per trovare non dico fortuna, ma una decenza quotidiana purtroppo è qualcosa che dopo un po’ mostra la corda, perché siamo così ancorati, anche se inconsciamente, ai luoghi della nascita, a dove si è sviluppata la vita delle nostre famiglie, che alla fine non riesci a chiamare casa altro che quei luoghi. O perlomeno, per me è così.

Quando canti di coraggio, però, mi sembra ci sia qualcosa di più di questo, o sbaglio?
C’è l’idea dell’importanza di coltivare pensieri autonomi, di non sentirsi obbligati a vivere come fanno tutti, ossia con una dose di privilegio e di consumo elevatissima, pretendendo servizi e garanzie in un mondo che non te li può dare. Quando sorvolo l’Italia in aereo, mi colpisce sempre vedere quante zone verdi ci siano lasciate e dimenticate dagli uomini, territori dove si può vivere benissimo, a patto di accettare ciò che ti impongono, naturalmente. Adesso, forse, si assiste a un timido avvicinamento a questo tipo di ragionamento, ma mi chiedo come mai così pochi ci provino, a metterlo in pratica. Credo ci sia una difficoltà culturale a farlo, abbiamo modelli di riferimento che ci portano da altre parti che non significano necessariamente ricchezza, benché molti ne siano convinti. Se si coltivasse maggiormente l’indipendenza di giudizio, si aprirebbero spazi molto grandi anche nel nostro Paese.

Per essere più espliciti, ti riferisci anche all’indipendenza dalle politiche Usa di cui come CCCP e CSI avete messo in luce le contraddizioni?
Più che un modello politico, quello che ci arriva dagli Usa è proprio un modello di pensiero. Quel che è accaduto è che per alcuni decenni ci siamo cullati nell’idea di un’egemonia culturale comunista, guidata dal PCI, senza accorgerci che tutt’attorno c’era una trama fittissima di egemonia culturale di segno opposto che ha poi spazzato via l’altra. Se pensi che non esiste un programma televisivo che non sia stato prima concepito negli Stati Uniti… Per me è inconcepibile accettarlo, questo.

Lo si accetta da tempo, ormai, e non mi pare si stia cambiando direzione, nemmeno la pandemia ha influito.
Già, perché il mondo che ci richiama è quello. Però questo mi fa riflettere: quanti italiani sanno tutto di ogni angolo di New York senza averla mai vista, perché quotidianamente la frequentano guardando la tv, al cinema o sui giornali, mentre non sanno nulla, ma proprio nulla, dell’Italia e della sua storia? È questo l’abbandono di cui parlavamo prima: l’abbandonarsi alla cultura degli altri. Io mi sono imposto di avere un pregiudizio…

Un pregiudizio antiamericano, per citare Sbrai, canzone che adoro, dal tuo album con Angela Baraldi.
Ma perché negli Usa gli autori di valore sono tantissimi come ovunque, non è che non lo sappia, però se devo cercare qualcosa che vale preferisco cercarlo in altre culture.

Questo ha a che fare con quel tuo spirito che in una recente intervista hai descritto come punkettone?
No, questa è saggezza contadina (ride)! Però, sì, in qualche modo sono ancora un punkettone, si chiama imprinting.

Per me tu sei il punk gentile, ti chiamo così quando parlo di te e della tua musica con gli amici.
È una contraddizione in termini, ma la accettiamo.

In tutto ciò hai notato che il repertorio dei CCCP e dei CSI è stato più volte recuperato, negli ultimi anni, in contesti dove non era affatto scontato che avvenisse? Vedi X Factor e il Festival di Sanremo. Che effetto ti fa?
Non sono programmi che guardo, ma il fatto che la musica dei CCCP e dei CSI venga spesso recuperata, riutilizzata, mi fa ovviamente piacere. È trascorso molto tempo, per cui posso dirlo senza vanagloria: credo che abbiamo scritto delle canzoni inarrivabili, in qualche modo.

E ancora attuali: secondo te perché?
Forse perché se da una parte sono rimaste piene di fragilità, ed erano veramente molto fragili nella nostra vita di allora, dall’altra esprimono una forza, una strafottenza e un peso specifico che penso sarà diluito per un lungo periodo, ancora.

Tornando a La mia patria attuale, quell’attrezzo in copertina cos’è?
È un attrezzo che ho davanti al computer dove suono e registro. L’ho trovato in un campo in Mongolia, per caso. In fondo è un punk gentile anche lui, visto che ha un aspetto da attrezzo di tortura, ma in realtà serve per tosare le capre da cachemire: attorno a quelle curvature spigolose si attorciglia il pelo del cachemire, che diventa così la lana più soffice che esista. Mi piace molto questo doppio modo di guardare le cose.

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