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Massimo Volume: «Pensavamo di litigare dopo due giorni. Invece siamo ancora qua»

A sei anni dall'ultimo album, la band bolognese si ritrova in un'Italia cambiata, con una formazione ridotta all'osso ma lo stesso entusiasmo di una volta.

Massimo Volume. Foto di Simone Cargnoni

Massimo Volume. Foto di Simone Cargnoni

“Scusami amore, ma lo sai, non sono io il tipo di uomo che studia la strada prima di mettersi in cammino” il nuovo disco dei Massimo Volume si apre con questo verso, una dichiarazione d’intenti con cui si presentano al pubblico dopo sei anni da Aspettando i barbari, in un’Italia totalmente cambiata, sia sul versante musicale che su quello politico. Il nuotatore è un disco che esce senza una tattica studiata, nell’epoca dei pre-salva, pre-ordina, senza singoli o hype finemente costruiti sui social. Ci troviamo di fronte a nove tracce esattamente come ci si aspetta dai Massimo Volume, forse pure troppo, quasi a spregio del tempo che passa, i brani che lo compongono raccontano storie e personaggi che sembrano scollegati dalla realtà circostante, potrebbero vivere in qualsiasi epoca, non ci sono smartphone, non ci sono punti di riferimento, addirittura c’è un’ipotetica passeggiata a Venezia con Nietzsche nel 1884.

Il risultato è a tratti straniante – e per questo suggestivo –, perché crea una prospettiva da cui molte cose che ci sembrano indispensabili, improvvisamente smettono di esserlo. Scusate, ma lo sapete, i Massimo Volume non sono il tipo di band che scende a compromessi con le circostanze. Ed è così da sempre. Tant’è che che in trent’anni sono state spese tutte le parole di encomio possibili, puntualmente confermate a ogni disco, come una specie di tagliando che viene rinnovato senza che la macchina mostri alcun segno di usura o deterioramento. Non conosco altre band italiane ad aver reso il proprio timbro stilistico uno schema riproducibile all’infinito, con risultati sempre eccellenti da sette album, per quanto «in realtà abbiamo fatto anche dei passi falsi» sostiene Emidio Clementi durante la chiacchierata che ci siamo fatti «Club Privé non è un disco riuscito fino in fondo», mi permetto di non essere d’accordo, ma partiamo da dove eravamo rimasti.

Nel frattempo i barbari sono arrivati…
Secondo me i barbari son sempre alle porte, proprio come condizione dello stato esistenziale. Per carità, è un momento storico difficile con una destra xenofoba al governo, però, andando indietro con le stagioni politiche, dove lo collochiamo un periodo di splendore? Penso che ci sia bisogno del negativo per andare avanti, fare i conti con il male, andare incontro ai barbari e affrontarli. Anche perché nella storia i barbari hanno avuto una funzione positiva e dinamica, ci si può lasciar contaminare e rinnovare, l’attesa dei barbari è l’attesa di un ricambio generazionale inevitabile per esempio.

In effetti ciò che sorprende è quanto ogni stagione politica possa essere svilente in maniera diversa, per esempio Il nuotatore esce nel 2019, in un’Italia in cui la cultura è guardata con sospetto, è sinonimo di élite, di buonismo, leggere un libro o citare un poeta diventa una specie di onta, viene contrapposta alla purezza e della genuinità del popolo.
Forse mi sono fatto influenzare, ma sto leggendo I barbari di Baricco, che dice appunto che è una falsa percezione che ci sia meno fermento culturale oggi rispetto al passato, è un po’ come Salvini che gioca sulla percezione della paura. Se penso ai giovani, a cui forse non fregherà un cazzo del nuovo disco dei Massimo Volume, mi rendo conto che non è molto diverso rispetto all’inizio degli anni Novanta, anche in quel caso a molti giovani non fregava un cazzo. Abbiamo la fortuna di aver costruito un legame davvero forte con il nostro pubblico, che ci ha sempre sostenuto, anche quando ci siamo sciolti per dieci anni.



E dove sta la differenza per voi oggi?
Per noi ha valore quando ci arriva il disco finito a casa. È stato un lavoro molto prezioso perché son passati sei anni dall’ultima volta ed è stato un processo di scrittura faticoso. Tanti pezzi si sono trasformati e per la prima volta ne abbiamo accantonati alcuni. Siamo sempre stati una band stitica e tutto quello che abbiamo composto poi l’abbiamo più o meno pubblicato. In questo caso abbiamo lavorato in maniera diversa.

Scusami se insisto con il parallelismo con l’attualità politica e sociale, ma un altro aspetto sul banco degli imputati è la “competenza”, messa totalmente in discussione da dietrologie, contro informazione paranoica e via dicendo. Un meccanismo che a mio modo di vedere è entrato in gioco anche nella musica, – così come nel giornalismo e nella critica musicale – essere un musicista, saper fare musica, saper suonare uno strumento o scrivere una canzone, impiegare molto tempo per scegliere una parola, sembrano diventati aspetti se non superflui, del tutto secondari ai fini del risultato…
Ti sei accorto dell’errore grammaticale?

No!
Ne La ditta dell’acqua minerale ho scambiato un “le” con “gli”. Sono andato a vedere quello che dice l’Accademia della crusca che un po’ mi ha rincuorato, perché ci sono dei precedenti illustri in Verga e Carducci. Però porca puttana ho detto agli altri della band che potevano accorgersene, l’abbiamo ascoltata centinaia di volte e invece mi hanno abbandonato lì dandomi tutta la colpa…

Mi riferivo anche a questo. La cura del dettaglio e il tempo che richiede, siete in grande controtendenza, per esempio vi siete affidati solo a tre strumenti “classici”, senza usare troppi supporti esterni.
Nessuno di noi tre ha la competenza per poter utilizzare più di tanto l’elettronica, perciò è stato automatico suonare gli strumenti su cui ci sentiamo più sicuri: basso, chitarra e batteria. Poi ovviamente siamo nel 2019 per cui tutti gli strumenti sono stati trattati in studio, proprio per comunicare con il presente. Però ci piace che come struttura sia un disco classico.

C’è stato un ritorno alle origini – fermo restando che non siete mai entrati in contraddizione con le vostre origini – rispetto a Cattive abitudini e Aspettando i barbari il sound mi sembra molto più simile ai vostri dischi degli anni Novanta.
Secondo me è una sintesi tra le due fasi. Ho fatto un lavoro diverso sui testi, sto utilizzando più rime baciate rispetto al passato, anche perché sono stato influenzato da un poeta inglese Tony Harrison, che è molto tragico nelle tematiche ma utilizza le rime baciate che gli danno un’aria scanzonata. Ho cercato di riprodurre questi due registri in contraddizione tra di loro. Un’altra differenza è che per la prima volta rispetto all’austerità degli anni Novanta, la parola che è tornata di più nella fase di scrittura è stata: sensualità. Ritmicamente secondo me è un disco leggermente più sexy degli altri.

Foto di Simone Cargnoni

Foto di Simone Cargnoni



La formazione della band invece è ridotta all’osso con voi tre e basta.
Era la prima volta che ci ritrovavamo solo noi tre, abbiamo cominciato così pensando che poi avremo inserito altri componenti come sempre, poi i pezzi cominciavano a uscire fuori e ci piacevano così, ovviamente dal vivo sarà diverso, ma in studio ha funzionato. Eravamo molto intimoriti, pensavamo che avremo litigato dopo due giorni.

Come si è evoluta per te la fase di scrittura dei testi nel corso di tutti questi anni?
Devo dire che oggi quando devo scrivere testi – per quanto mi spaventi sempre la pagina bianca – sono confortato dall’atmosfera musicale, parto avvantaggiato, è come se avessi una stanza già ammobiliata in cui devo decidere cosa far fare ai personaggi. Rispetto ai lavori di narrativa, nelle canzoni le parole son poche, si tratta di una pagina che mi sembra di avere sotto controllo con lo sguardo e quindi mi crea meno ansia.

La formazione della band invece è ridotta all’osso con voi tre e basta.
Era la prima volta che ci ritrovavamo solo noi tre, abbiamo cominciato così pensando che poi avremo inserito altri componenti come sempre, poi i pezzi cominciavano a uscire fuori e ci piacevano così, ovviamente dal vivo sarà diverso, ma in studio ha funzionato. Eravamo molto intimoriti, pensavamo che avremo litigato dopo due giorni.

A proposito di narrativa, il titolo del disco viene dal racconto di John Cheever.
Mi infastidisce un po’ aver utilizzato di nuovo un riferimento letterario nel titolo, dopo Aspettando i barbari. Però Il nuotatore rimane quello più evocativo che rappresenta bene il disco. È un viaggio di conoscenza che ha un’inquietudine dolorosa di fondo, abbiamo cercato di allargarne il senso con la copertina in cui ci sono dei bagnanti, ma nessuno sta nuotando. C’è anche la frase di Deleuze in Cosa può un corpo – Lezioni su Spinoza che si collega al Nuotatore e dà un senso ulteriormente esistenziale al disco: Esistere nel primo genere di conoscenza significa appunto questo: sguazzare tra i flutti delle variazioni cercando di stare a galla.

Chiudiamo in leggerezza, anche se si parla sempre di incompetenza: sono passati anni ma mi fa ancora ridere tantissimo ripensare a quell’errore sul Giornale di Sicilia mi pare, in cui c’era la vostra foto e la didascalia “Massimo Volume e la sua band”, volevo sapere appunto come sta Massimo Volume, cosa fa, cosa pensa.
Quella fu molto divertente, abbiamo riso molto. Ci capita spesso anche in albergo quando prenotiamo a nome Massimo Volume.

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