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Massimo Pericolo non è alla fashion week

Lo dice nel nuovo album ‘Le cose cambiano’, rap orgogliosamente di provincia, «dove i trend arrivano dopo». La nostra intervista: la depressione, la rabbia, i soldi, l’emo. E i criticatissimi testi rap, che però «non fanno male a nessuno»

Foto: Roberto Graziano Moro

Alla vigilia dell’uscita del suo terzo album Le cose cambiano Massimo Pericolo si collega per l’intervista dai sedili della sua auto, l’inquadratura è la stessa di quella delle stories con cui il rapper si tiene in contatto con i suoi fan. Perché anche l’auto è un simbolo della provincia a cui il disco è dedicato, un mezzo necessario per spostarsi tra i comuni di Gavirate, Brebbia e Angera – location anche del videoclip di Non parlarmi – coprire lunghe distanze anche solo per andare a prendere un caffè, incontrare gli amici, fare un giro in campagna o una grigliata sul lago.

Il favoloso mondo di Massimo Pericolo che abbiamo già imparato conoscere e che ora diventa esplicito manifesto della sua poetica e di un’evoluzione artistica in cui la sua Padania (la chiama così in un pezzo, del resto Bossi vive a pochi chilometri di distanza, il leghismo è un fantasma sempre presente) diventa il punto di osservazione per vedere il mondo, perché “il volto dell’Italia non sta su Italia 1” (cit). A Massimo Pericolo non interessano i lussi dei party fashion milanesi (“Siamo in provincia / zero bottiglia di Belvedere / nel mio Eastpak c’è una Ceres”), preferisce il rumore del mare (“quell’estate / solo il mare / e una canna / senza pare”) per cercare di stare meglio, nonostante la depressione – di cui parla apertamente – e per viversi serenamente il successo e il denaro senza mai dimenticare le proprie radici. E con questo disco possiamo finalmente trovare la nostra Brebbia dentro di noi: un luogo emo e potente, incazzato, consapevole, e terribilmente sincero.

Hai messo molti km tra te e Milano in questo disco…
A livello narrativo sì, è una cosa voluta ma non ricercata, naturale. Abito in provincia di Varese, una realtà completamente diversa da quella di una grande città e, siccome in pochi la conoscono, ci tenevo a raccontarla.

Riferendoti al successo che hai avuto rappi “Io non sono diverso ma è cambiato il contesto”. Eppure ascoltando questo album molto personale sembrerebbe che neanche il contesto sia cambiato: amici di sempre, birre Ceres e non vodka di lusso, bar di paese, pomeriggi al lago o film a casa…
È cambiato il mio contesto privato e sono cambiato anche io, non in maniera passiva però: ho cercato di sfruttare quelle possibilità che il successo mi ha dato per essere una persona più matura.

In che modo le hai sfruttate?
Avendo la possibilità di gestire il mio tempo, senza dipendere da altri. E poi cambiando le mie abitudini per cercare di stare meglio, cosa che non sempre è facile.

Foto: Roberto Graziano Moro

L’intro del disco è una sorta di dichiarazione di intenti (“Massimo Pericolo non è alla fashion week / non è una fashion bitch / non è come gli altri artisti”), come se volessi ribadire la tua differenza rispetto agli altri rapper…
È un elenco di negazioni per affermare la mia identità. Non è tanto dire che non sono come gli altri – sarebbe un po’ sterile – quanto invece dire chi sono io.

Rappi “Non mi vergogno se sono povero”, come se essere veri significhi accettare di essere poveri…
È un ricordo dell’orgoglio che comunque avevo nonostante le difficoltà: alzarmi alla mattina all’alba per andare a lavorare in cantiere era pesante, ma quando tornavo a casa la sera, o quando potevo dormire la domenica, pensavo comunque il maniera positiva, ero fiero di me nonostante desiderassi cambiare lavoro.

Dici di odiare parlare di soldi, perché?
Perché sento che manca un’educazione per dare un senso a questi soldi. Se i soldi servono, a cosa servono se sono il fine ultimo? Dovremmo capire quello che vogliamo fare.

Nel disco ci sono sparsi qua e là immagini di piccole cose semplici in grado di dare la felicità: una canna al mare, l’aria fredda della campagna…
Adesso la consapevolezza è molto più forte: sono stato male sia con i soldi che senza. Quindi so che la felicità non deriva solo da quello, ma anche dal guardare un bel panorama.

In Non parlarmi racconti la tua depressione (“sto provando a star meglio, ma sembra che non ci riesco”). È stato utile per te scriverne?
È un pezzo dove mi apro molto, ho sfogato il malessere che ha preso forma con delle frasi. Il “non parlarmi” è riferito a quando sei chiuso nei tuoi pensieri e non hai voglia né forza di ascoltare altro: se sei triste e ti dicono di non essere triste, tu non vuoi ascoltare quelle parole. È un testo importante per me ma anche per altre persone che stanno male. Già lavorare a questo album, stare focalizzato al 100% su quello che stavo facendo è stato in qualche modo un antidoto alla depressione. Concentrami sul progetto ha fatto sì che non mi rifugiassi nei miei pensieri.

Vedi tante persone depresse intorno a te?
Vedo che c’è un clima di malessere generale, il Covid ha represso delle cose che ora escono. C’è tanta cattiveria in giro, non solo sui social.

Il disco parla molto della provincia, ci hai fatto ascoltare anche i rumori quotidiani (le stazioni dei treni, i viaggi in macchina, le case) in una delle skit dell’album, 17 anni. Perché hai scritto questa traccia che sembra quasi la sceneggiatura di un film, un dialogo con un tuo amico?
Per creare più intimità con il pubblico. Ero ispirato e ho iniziato a scrivere delle frasi in forma di conversazione tra me e il mio amico Pietro, volevo far rivivere delle scene della mia adolescenza.

È tutto molto emo, no?
È tutto emotivo il disco. Per me è scontato che l’arte debba essere emotiva. Però più che emotivo preferisco usare sincero per descrivere l’album.

Mi sembra che la provincia si senta anche nei beat che hai scelto, poco modaioli, spesso con cassa dritta, un po’ tamarri in senso buono…
Rappresentano i miei gusti che si sono formati in provincia, dove i trend arrivano dopo.

Canti di essere un maranza… in che senso?
Ci sono sempre stati, erano i tamarri come noi d’estate quando a Brebbia erano partiti tutti per le vacanze e stavamo lì in piazza con la tuta e il cappellino a farci le canne e a fare minchiate.

Non hai abbandonato la vena che potremmo definire politica di 7 miliardi e qua e là ci sono riferimenti a bombe in parlamento, no future ecc.
Sfogo una rabbia condivisa, quella di chi come me cinque anni fa viveva ingiustamente in povertà.

Si percepisce anche un odio di classe, verso i ricchi borghesi.
Lo so che è un odio sbagliato, ma è anche sano. I ricchi odiano i poveri, i poveri odiano i ricchi.

Sfera Ebbasta invece nel suo ultimo album è ossessionato dall’idea di tornare povero. C’è una differenza tra di voi?
Anche io non voglio diventare povero. Io magari ostento di meno, ma non è che Sfera schifi i poveri, non bisogna fraintenderlo. Ognuno racconta la sua storia a modo suo.

“Massimo Pericolo non odia le donne / Massimo Pericolo le adora ste troie”. Arriviamo alla questione che domina il dibattito negli ultimi giorni, al fatto che la misogina del rap e il suo linguaggio alimentino o meno una visone sessista, patriarcale.
Le questioni di cronaca da cui questo dibattito nasce sono segnate da una profonda sofferenza, quella dei protagonisti, delle loro famiglie. E la sofferenza genera mostri, non dipende dai testi rap. I testi rap chi fanno soffrire? Nessuno. Non chiedete a me dove nasca questo male, chiedetelo ai sociologi, agli psicologi.

“Se ti offende ciò che ho detto puoi non ascoltarmi” (tua cit), giusto?

Esatto.

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