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Martin Solveig non è più quello di una volta

I tempi di "Jealousy" sono finiti per il DJ parigino, ma non è da escludere un ritorno alle origini. O forse siamo noi a sperarci un po' troppo. Leggi l'intervista

Martin Picandet, meglio noto come Martin Solveig è nato a Parigi nel 1976. Foto: Facebook.

Martin Picandet, meglio noto come Martin Solveig è nato a Parigi nel 1976. Foto: Facebook.

Di base, a un parigino stai sul cazzo. Chiunque tu sia e indipendentemente dal contesto della conversazione, avrai sempre la netta sensazione che sotto alle buone maniere e alle risate si nasconda velatamente questa tremenda insofferenza nei tuoi confronti. Non è per maleducazione o per qualche rara forma di misantropia: fa semplicemente parte dell’essere parigini, chi ci ha mai avuto a che fare lo sa e basta.

Ecco, in questo senso Martin Solveig è un parigino anomalo. Magari ci è nato con quel sorrisino acqua e sapone, fatto sta che un ottimismo come il suo quasi stona con il grigiore milanese del nostro incontro. O forse è la normale risposta immunitaria alla vita da nomade richiesta a un DJ di fama mondiale.

Com’è tornare in Italia?
L’Italia è un po’ come una seconda casa per me. I primi dischi all’estero li ho suonati qui e da allora mi sono sempre divertito come un bambino.
Una cosa che ho sempre ammirato dei fan italiani è la devozione, il forte attaccamento verso l’artista. Suono nel tuo Paese qualcosa come 10-12 volte all’anno. Se ci pensi, è tantissimo. Questo ha significato una grande continuità nella mia carriera. Una benedizione.
Non è automatico trovare un’atmosfera simile. In Inghilterra per esempio succede l’esatto opposto: la gente si interessa a te per un annetto o due ma poi si stanca, passando ad altri artisti.

L’ultimo singolo di Martin Solveig:

I singoli che hai rilasciato negli ultimi 5/6 anni hanno preso una piega decisamente EDM/main room. Che ne è delle bombette funky tipo Jealousy? Oltretutto, il mondo sta riscoprendo quel genere…
Sei un tipetto da french touch, eh? Beh, la prima generazione di artisti french touch — ti parlo dei Daft Punk, Cassius, Dimitri From Paris — ha posto le basi al genere. Per quelli come me, dalla seconda generazione, è stato più facile spaziare tra diverse sonorità, risentendo molto meno di quell’enorme forza magnetica che ha regnato per tutti gli anni Novanta.
Comunque non escludo niente. Potrei tranquillamente ritornare sul funky e sul rock come in Smash. Ad ogni modo credo nella ciclicità della musica, nel senso che sarà inevitabile un ritorno a sonorità più blande e strumentali dopo questa ondata EDM più dura, più olandese. Anche se non mi spiego ancora il successo che sta avendo Intoxicated.

Come mai?
La vera bellezza del successo è proprio il suo mistero. Molte volte dipende dal caso, pura magia nera. Chi riesce a prevedere il successo di una traccia è davvero bravo. A volte capita che ci becchiamo fra DJ e quando qualcuno esclama: «Wow, questa sarà una bomba, l’ascolteranno davvero tutti», molto spesso la faccenda finisce con un mezzo flop.
Se non altro, al giorno d’oggi, con Shazam, il mondo della musica è molto più democratico. Adoro questa cosa. Se fai uscire una traccia e alla gente piace, tutti vorranno shazamarla dalla radio o dai DJ set per saperne il titolo. Questo la farà entrare in classifica, innescando una reazione a catena che porterà il brano al successo meritato. Anche se sei un perfetto sconosciuto che fa musica nella sua cameretta.
È un notevole salto in avanti, se pensi che negli anni Ottanta le decisioni venivano prese da una persona, prima ancora che il pubblico potesse sentire la tua traccia. Da’ un’occhiata alle classifiche di oggi e ti accorgerai di molti nomi mezzi sconosciuti.

Stavo per laurearmi in economia. Avrei dovuto girare in camicia e cravatta per una banca, per tutta la vita.

Non di certo il tuo. Come ha fatto Martin Picandet a diventare Martin Solveig?
Non ho mai scelto di diventare un DJ. Quando ero un ragazzino, la carriera musicale era una specie di sogno nel cassetto, avendo ricevuto un’educazione musicale classica. Poi mi sono ritrovato dietro a un giradischi a pensare: “Ok, forse potrei farcela. Potrebbe diventare qualcosa di più serio.” Ma nulla è mai stato pianificato. Anche perché quando ho iniziato, quello del Disk Jockey era un mestiere relativamente nuovo, un campo abbastanza inesplorato. Chi riusciva a guadagnare uno stipendio fisso mettendo dischi era costretto a suonare ai matrimoni, ogni sabato!
Quindi, quando ho comunicato la mia decisione ai miei genitori, sono letteralmente usciti di testa. Mi hanno risposto tipo: “COSA?”. Avevo 23 anni e stavo per laurearmi in economia. Avrei dovuto girare in camicia e cravatta per una banca, per tutta la vita. Sono felice di poterne parlare al condizionale davanti a una rivista musicale!

Parlami dei GTA, i due californiani con cui hai firmato il tuo ultimo singolo.
Ci conosciamo da tanto. In parte, perché vivo anche a Los Angeles e poi perché quando siamo lì giriamo tutti insieme, come una super crew di DJ. Tutti conoscono tutti. E con i GTA in particolare ho sempre avvertito una certa complementarietà. Loro sono più topi di studio, fonici, con i suoni sempre grossissimi. Mentre io sono più il compositore, il tizio che ha la teoria musicale, che mette le melodie. Perciò ho proposto loro una collaborazione e così è nata Intoxicated.

Il tuo ultimo album è datato 2011. Da allora solo singoli: è una specie di strategia?
Più che altro dopo Smash sono stato sempre presissimo da progetti e altre attività. Quindi, non avendo le idee ben chiare ho fatto mente locale. Ho raccolto idee e nuove influenze, concentrando la creatività su 5 o 6 nuove release singole come Intoxicated. Comunque, arriverà prima o poi anche un nuovo album che conterrà 7/8 tracce inedite…

Ho finito, anzi no. Ti faccio una domanda frivola, da settimanale di moda. Qual è la tua passione al di fuori della musica?
Vorrei risponderti diversamente, ma ti dirò il cibo. Vivo in vari posti del mondo e mi sono reso conto che l’unica abitudine che accomuna le mie varie vite è una Signora cena. Specie dopo una giornata estenuante in studio. A molti basta un panino in un fast food ma a me no. Voglio cucinarmi almeno un buon pasto al giorno, anche roba vegana. Lo trovo molto rilassante.

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