Martin Gore: «Senza musica, durante il lockdown sarei finito in manicomio» | Rolling Stone Italia
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Martin Gore: «Senza musica, durante il lockdown sarei finito in manicomio»


Il musicista dei Depeche Mode ha sfruttato l’isolamento per lavorare a 'The Third Chimpanzee', un mini concept nato per «rendere sfumato il confine tra uomini e primati». Ce lo ha raccontato in un’intervista


Martin Gore

Foto: Travis Shinn

Martin Gore stava modificando elettronicamente la sua voce – «ri-sintetizzando», per usare le sue parole – per una composizione d’avanguardia, quando ha realizzato che suonava animalesca. La traccia originale era «quasi un urlo blues», dice, ma dopo le modifiche iniziava a sembrare «semi-umana».

«Non sembrava che venisse da un uomo», racconta a Rolling Stone in videochiamata dalla sua casa di Santa Barbara, in California. «Mi ha ricordato un tipo diverso di primate. In tempi normali vado spesso in Costa Rica, e lì sentiamo gli howler [la scimmia aluatta]. La traccia mi ha ricordato i suoni che emettono». Per questo, ha intitolato il brano Howler e deciso che quel suono scimmiesco era perfetto per quello a cui stava lavorando.

Uscito venerdì, il nuovo EP del musicista dei Depeche Mode – intitolato The Third Chimpanzee – contiene cinque strumentali titolati come dei primati (tra cui mandrilli, cappuccine e cercopitechi), uniti dallo spirito primitivo evocato da quella tecnica di sintesi vocale. Le incisioni sono grezze, crude, piene di fuzz, ma taglienti. Non assomigliano all’electro-pop della sua band; al contrario, sono un’estensione della sua precedente uscita solista, MG (2015), che mostrava un lato meno commercialmente appetibile del musicista.

Gore ha deciso di esplorare aspetti diversi della sua arte soprattutto perché aveva tempo per farlo. Aveva scritto Howler prima dell’arrivo dei lockdown e ha lavorato al resto in isolamento nei mesi successivi. «Non uscivo granché di casa. Per fortuna nella maggior parte dei casi potevo andare in studio e lavorare. Generalmente vado cinque o sei giorni a settimana, per cinque o sei ore. Mi ha aiutato a restare sano di mente. Se non avessi potuto farlo, adesso sarei al manicomio».

Nonostante scriva musica piuttosto seria e viva in un mondo decisamente più cupo del normale, Gore sembra ottimista. Ha anche pagato una scimmia per dipingere la copertina dell’EP. «È notevole», dice dell’opera firmata dal primate Pockets Warhol. Poi aggiunge ridendo: «Dovremmo dare un sacco di cose in mano alle scimmie».

In che modo Howler ha influenzato il resto dell’EP?
La cosa che mi piaceva di più di quel pezzo era la sua potenza primitiva. È un aspetto su cui ho insistito molto. Volevo mantenere quella forza, quel suono che fa venire la pelle d’oca, per tutto il progetto.

Hai scritto i brani sul sintetizzatore? 

Credo che tutte le tracce siano basate sui synth. Non credo ci siano parti di chitarra. Ci sono voci, sintetizzatori e batterie. Sto anche lavorando a musica con un’estetica completamente diversa, lì c’è più chitarra. Ma direi che la maggior parte di questi brani sono decisamente elettronici.

Sono passati 40 anni dalla nascita dei Depeche Mode. All’inizio della vostra carriera, cosa ti ha portato verso gli strumenti elettronici? 

Avevo 18 anni e uno dei miei amici aveva un synth. Me l’ha prestato per una settimana e me ne sono innamorato, amavo i suoni che riusciva a generare. Ne ho preso uno anch’io. Se non l’avessi fatto forse non sarei finito nei Depeche Mode, perché all’epoca Vince (Clarke) e Andy (Fletcher) stavano fondando una band. Il primo suonava la chitarra e il secondo il basso. Quando hanno sentito che avevo un synth, mi hanno chiesto di entrare nel gruppo. Se non avessi comprato quella tastiera, forse non sarebbe mai successo.

Hai continuato ad acquistarli o ti sei limitato?
No, sono pieno di sintetizzatori e attrezzatura, è assurdo. Una volta dicevo che avere tanti strumenti mi avrebbe reso più creativo, ma credo di aver passato il limite. Adesso entro in studio e mi chiedo: oh dio, quale uso oggi? È opprimente.

Cosa ti dà lavorare a musica strumentale, come in questo EP, rispetto ai brani più tradizionali con la voce? 

Ottieni sensazioni diverse. Non appena metti la voce su una traccia diventa subito la cosa più importante, tutto deve essere in sua funzione. Se togli la voce, allora ogni elemento ha la stessa importanza, non devi più preoccuparti dei suoni che possono dare fastidio o rendere le parole incomprensibili. Diventa più una questione di atmosfera, delle sensazioni che arrivano dallo strumentale, perché la musica è potente. E lo è anche senza testo. Mi piace lavorare in entrambi i mondi.

Il titolo dell’EP è un omaggio a un libro di Jared Diamond, The Rise and Fall of the Third Chimpanzee. Il terzo scimpanzé sarebbe l’uomo. Cosa volevi dire col titolo? 

Dopo aver titolato tutte le tracce con nomi di scimmia, volevo rendere meno nitida la linea che le separa dagli esseri umani. Sono convinto che a volte ci mettiamo su un piedistallo, siamo sicuri di essere molto meglio degli animali. In realtà, ci sono tante cose che non sappiamo fare. Forse dovremmo far comandare le scimmie. È così che ho pensato che sarebbe stato grandioso far dipingere la copertina a una scimmia, così da rendere quel confine ancora più labile.

L’artwork è a cura di una scimmia, Pockets Warhol. Come hai scoperto “l’arte scimmiesca”? 

L’idea è venuta di notte, a letto, ho ricordato di averne letto da qualche parte e ho pensato: questa è una grande idea per l’artwork. Allora sono entrato nella tana del Bianconiglio, ho cercato online e ho trovato Pockets Warhol e il santuario dove vive, in Canada. Il giorno dopo ho mandato una e-mail, ho spiegato chi sono e cosa faccio e gli ho chiesto di collaborare con Pockets per la copertina. Non avevo idea di cosa avrebbero risposto, ma alla fine si sono detti interessati. Sono molto felice del risultato.

Quante sue opere hai a casa, adesso?
Mi hanno mandato cinque quadri tra cui scegliere. Abbiamo anche diversi remix dei brani, non so quando usciranno, ma spero di pubblicarli insieme a una di quelle opere. Poi vorrei mettere all’asta il resto, per il santuario.

Parliamo dei Depeche Mode. L’anno scorso siete entrati nella Rock and Roll Hall of Fame. Ha una qualche importanza, per te? 

È ovviamente un grande onore. Sì, è bello essere riconosciuti. E anche se non ci crederai, ho iniziato ad amare la musica proprio con il rock originale, quello dei pionieri, perché mia madre collezionava dischi. Quando avevo 10 anni, è quella la musica che ho scoperto. Ho ascoltato quei dischi fino alla morte, poi sono andato via di casa. Credo che i Depeche Mode siano abbastanza vecchi da aver catturato la coda di quel periodo. Per questo è bello essere entrati nella Hall.

Cosa pensi del fatto che abbiano iniziato a considerare anche gli artisti che suonano principalmente i synth? 

Hanno finalmente capito che è ok aprirsi a band rock non tradizionali. Era ora. O ti adatti ai tempi, o tra 50 anni non ci sarà più nessuno da celebrare.

Credo che i Kraftwerk non siano ancora entrati…

Se non sbaglio sono stati nominati diverse volte. Non credo ce l’abbiano mai fatta.

Prima hai detto che hai altri progetti in cantiere. È musica per i Depeche Mode? Cosa hai in programma? 

Davvero, dipende da cosa succederà nel mondo. Non abbiamo parlato dei nostri piani, ci sembra prematuro, vogliamo aspettare che il vaccino arrivi a tutti in estate. Come band non abbiamo grandi piani. Io ho continuato a scrivere, anche insieme a un amico. Non abbiamo un piano, non sappiamo cosa faremo con questa musica. Non abbiamo neanche parlato di farla uscire.

Se c’è una cosa positiva di tutta questa situazione, è proprio avere tempo per riflettere e decidere cosa fare in futuro. Credo che dopo tutto questo il mondo sarà un posto molto diverso.

A proposito: Spirit, l’ultimo album dei Depeche Mode, criticava il trumpismo, la Brexit e i conservatori di tutto il mondo. Cosa hai imparato dal tour? 

Sono davvero felice del risultato delle elezioni, finalmente l’America si è liberata di Trump. E spero che sia l’inizio di un cambiamento globale, perché ora come ora sembra che l’intero pianeta stia soffrendo. Se Trump avesse vinto ancora, non so se saremmo riusciti ad accettarlo (ride). Speriamo che sia l’inizio di un cambiamento. Speriamo che significhi qualcosa.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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