Marta Tenaglia, il pop italiano-poco-italiano e il femminismo intersezionale | Rolling Stone Italia
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Marta Tenaglia, il pop italiano-poco-italiano e il femminismo intersezionale

Se vi piace il pop, ma quello di casa nostra vi sembra banale, ascoltate questa cantante che dice che la musica è politica, che «rompere il cazzo è fondamentale» e che Nathy Peluso le ha insegnato che il vero superpotere è la mancanza di vergogna

Marta Tenaglia

Foto: Margherita Bonetti

«Forse ho sottovalutato la botta emotiva dell’annuncio del disco» è la prima cosa che mi racconta Marta Tenaglia mentre prendiamo un caffè in un piccolo giardino comunitario nella Chinatown milanese nel giorno dell’annuncio social dell’uscita del suo primo disco, Guarda dove vai, fuori il 13 maggio per Costello’s Records. La prima volta che ho sentito Marta è stato più o meno in questo periodo dell’anno, nel 2021, per l’uscita di Alda Merini centravanti, un brano dal sound peculiare, un misto di acustico ed elettronico, di analogico e digitale, per un pop contemporaneo italiano-poco-italiano in cui la voce sussurrata e morbida della cantautrice cercava una vita tutta personale nell’interpretazione, distanziandosi anni luce dai prodotti in scatola a cui ultimamente siamo stati abituati.

Alda Merini centravanti era il terzo singolo ad anticipare Guarda dove vai («È una frase che mia madre mi ripete da quando sono piccola per ricordarmi di guardare sempre quello che sto facendo in ogni mia ricerca, in ogni tentativo»), un album figlio di un lungo percorso, cominciato nel 2019 e scandito in questi anni da una serie di singoli che ci hanno dato l’opportunità di vedere la crescita di Marta come artista, musicista e – di conseguenza – come donna. «Abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto parecchio tempo fa, un anno prima dell’uscita del primo singolo, Bonsai, nel 2019. Questo disco funge da punto di vista su un percorso, una ricerca umana e creativa che ho fatto e sto ancora facendo da sola e con il mio team», mi spiega mentre attorno danzano gli alberi e la primavera, «una ricerca – detta semplice – di ciò che mi piace, qualcosa di complesso per il mio percorso di vita. Sono spesso stata condizionata da ciò che piace agli altri. Ora sto imparando quello che piace a me: come mi piace parlare di me, cantare, scrivere, suonare».

Questo lungo percorso di singoli è stata un’occasione sfruttata appieno per studiare, imparare, conoscersi, muovendosi con intelligenza e coscienza alla ricerca di un suono che non fosse lo stampino pop generico di questo periodo storico ma, piuttosto, il suono unico e personale di Marta Tenaglia. «Quello che più conta in una mia canzone, prima di tutto, è la pancia, ovvero ciò che voglio dire nel brano, l’importanza del messaggio. Musicalmente invece mi affascinano le cose che, quando le scrivo, mi sorprendono e mi fanno capire che ho fatto un’evoluzione».

Quando introduco l’argomento ispirazioni, Marta ha un nome ben chiaro in testa, Nathy Peluso, la stravagante ed eccezionale popstar argentina con la quale – casualità vuole – ho avuto il piacere di chiacchierare per un’intervista nel 2018 quando era ancora un’acerba ma luminosissima stella nascente del pop internazionale. «Da qualche parte ho letto una sua dichiarazione in cui sosteneva che il suo superpotere era la mancanza di vergogna; quella frase mi ha illuminato» E qual è il rapporto tra Marta Tenaglia, il giudizio e la vergogna? «Ho imparato a darmi tregua e mi sono liberata di tante cose nella fase di scrittura. Sono molto più impietosa nella performance, lì mi osservo e mi giudico parecchio, ma sto cercando di lavorarci. Credo sia normale però visto che il mio progetto è uscito in pandemia e come performer ancora non mi conosco. Ma sono decisa però a far cadere i miei tribunali mentali, ho capito che non mi interessano». La prima data in supporto a Guarda dove vai sarà al MiAmi Festival, a Milano. «Stiamo portando un live molto suonato, sento la necessità di suonare sul palco. In quanto donna mi sento sempre in dovere di dover dimostrare delle cose, tipo di saper suonare. E questo mi fa cagare; non voglio dimostrare niente a nessuno, far le cose per dimostrare qualcosa è una perdita di tempo. Voglio tirar fuori altro».

E proprio qui il discorso tra me e Marta prende una affascinante deviazione politica. Nella musica e nella comunicazione di Marta Tenaglia infatti c’è una decisa e seria ricerca di un utilizzo neutro e non binario del linguaggio, come dimostrano alcune scelte come quella di cantare il plurale neutro “tuttu quantu” (al posto di tutti quanti) in Alda Merini centravanti o quella di utilizzare gli asterischi nel comunicato stampa di lancio. «Mi sono spesso interrogata sul linguaggio e la sua inclusività. Quando ho cantato per la prima volta “tuttu quantu” ho pensato “ma che cazzo sto dicendo, suona strano”. Ora però penso sia stata una scelta giusta. So che è niente, uno sforzo minimo per me artista, ma penso sia importante scrivere in un certo modo. Io parto da una prospettiva di femminismo intersezionale, per me il femminismo non è femminismo se non è intersezionale».

Nella voce di Marta c’è la coscienza di avere una responsabilità in quanto artista. «È importante parlare di questo nei pezzi perché avere un microfono significa avere una voce e quindi avere la possibilità di dare voce a istanze che non ne hanno. Diventare uno strumento, ma senza invadere. È un privilegio che ho e sento di aver la responsabilità di fare questo piccolo sforzo umano. Il femminismo è una teoria critica della realtà e il suo lavoro è quello di rompere il cazzo. E se io credo in quei valori, devo mettermi in discussione. Bisogna ricordarsi di rompere il cazzo, di mettere tutto in discussione: ogni persona è coinvolta. Rompere il cazzo è fondamentale». Un messaggio politico che è anche alla base di Chi può, uno dei brani più apertamente politici del disco. Quindi quanto conta la politica nella musica di Marta Tenaglia? «Tutto è e deve essere politico perché di fatto tutto lo è. È aberrante sentir dire che la politica deve stare fuori dalla musica. Qualsiasi cosa è politica perché la politica è potere e le dinamiche di potere sono ovunque. Anche non schierarsi è schierarsi. Per me ogni volta che puoi devi cercare di far sentire da che parte sei schierata».

Quando per la prima volta ho sentito Guarda dove vai, a un anno dall’uscita di Alda Merini centravanti, ho pensato di aver visto poche crescite così focalizzate e sensate come quelle avvenute nella musica di Marta Tenaglia. In posizione privilegiata ci è stata data l’opportunità di vedere la crescita di un’artista in una serie di nitide fotografie che ora, in questo disco, diventano una corale di punti di vista su un esordio che vale la pena di ascoltare, approfondire, imparare ad amare. Non so se Marta Tenaglia avrà mai quella sfacciataggine totale e innata di Nathy Peluso, ma di certo ha qualcosa che a molte persone della musica di oggi manca: la personalità di saper scegliere. E Guarda dove vai è una serie di scelte di pancia, di cuore, di responsabilità.

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