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Marta Tenaglia aveva la nostra curiosità, ora ha la nostra attenzione

‘After Verecondia’ è il disco di una musicista da scoprire, un flusso di idee che, come le emozioni, «sono tutte legittime». La nostra intervista

Foto: Irene Trancossi

Aveva la nostra curiosità, ma ora ha la nostra attenzione. E Django Unchained non è soltanto la fonte del meme che meglio sintetizza il lascito a caldo del nuovo disco di Marta Tenaglia, ma anche un buon termine di paragone per descrivere la rabbia, lo slancio liberatorio, la voglia di rivalsa e, in definitiva, lo scioglimento di catene che la cantautrice milanese racconta in After Verecondia.

La nostra curiosità l’aveva attirata con il primo lavoro Guarda dove vai, nove tracce in cui il potenziale della cantautrice era palese e sfaccettato, ma che a tratti aveva dato l’impressione di essere parzialmente inespresso, quasi come se il disco fosse stato fatto con una mano dietro la schiena, nel timore di sconfinare in territori in cui non ci si sente all’altezza di sconfinare. Nel primo disco si intercettavano delle idee e si intravedevano delle mete, ma ci si chiedeva perché il passo fosse così incerto: mancavano forse il coraggio e la consapevolezza che evidentemente, nell’ultimo anno, Marta Tenaglia ha saputo trovare.

Questo disco, interamente scritto e composto dalla cantante, che ne ha curato anche la produzione insieme a Federico Carillo, ad eccezione del brano Bambi in cui i due sono affiancati da Elasi e Cucina Sonora, è la stenografia di questo percorso di superamento della paura del giudizio. Questo disco è davvero l’after verecondia, quel post-vergogna che è l’accettazione di sé necessaria a dire le cose come le si pensano e le sentono. Tradotto in musica: se c’è da rappare, si rappa; se c’è da droppare, si droppa; se c’è da dileguarsi e rendersi eterei, lo si fa, senza trattenersi. Il risultato è un disco convincente, polimorfo e cangiante, con l’elettronica a fare da bussola nelle peregrinazioni dei pezzi che scorrono, e la voglia di fare un sacco di domande a chi lo ha scritto. Il disco è a disposizione di tutti, alle domande ci abbiamo pensato noi. 

Presentando questo disco hai parlato di liberazione, rivalsa e redenzione. Da cosa?
Penso di essermi liberata di alcuni preconcetti, paure e di paletti che prima mi imponevo. A un certo punto mi sono accorta che forse stavo volando basso rispetto a quello che volevo realmente fare. Avevo l’impressione che mi stessi tenendo vaga, e forse mi autoconvincevo a rinunciare a certi messaggi o a certe scelte musicali. 

Quindi, alla base, c’è percorso personale rilevante.
Diciamo che mi sono confrontata molto con quella che credevo essere la mia timidezza, e che invece mi sono resa conto, man mano, che più che timidezza era vergogna e insicurezza. Ecco, capire questa cosa e comportarmi di conseguenza per me è stato un percorso di rivalsa.

Ti ricordi dei momenti particolari, delle sliding doors?
Allora, in generale penso sia più che altro un processo, con alcune cose che si manifestano in momenti particolari e con un sacco di chiarificazioni a posteriori di comportamenti e situazioni che con il senno di poi rivelano dei cambiamenti personali importanti. Un piccolo momento di svolta che mi ha detto molto del mio percorso è stata l’autorizzazione che mi sono data a inserire delle strofe rappate all’interno di alcuni brani. Lo dico perché ho sempre voluto farlo anche prima, ma mi sono sempre “censurata” perché fondamentalmente ero convinta di non avere l’autorizzazione per farlo, non avendo quel background e temendo molto il giudizio dell’esterno. Ecco, concedermi di rappare laddove sentivo di volerlo fare è stato un passo importante.

Ti definisci cantautrice, ma lavori sulla tua musica a 360 gradi, e di fatto sei una produttrice. Alla luce anche di quello che ci siamo detti riguardo al tuo percorso personale, come hai vissuto la creazione di questo disco?
Sì, allora, diciamo che è vero, i miei pezzi vengono fuori tutti insieme come parte dello stesso flusso, dalla scrittura in sé fino al sound design e agli arrangiamenti. Però non mi definirei produttrice, sia perché ho un po’ di sindrome dell’impostore a riguardo, sia perché ho molto rispetto delle professioni e delle competenze. Io mi sento ancora cantautrice, ho avuto una fase lunga della mia vita in cui componevo voce e chitarra, e poi ho scoperto il mondo di Logic, GarageBand e dei vari software di produzione, che mi servono da supporto per scrivere e comporre e presentare a chi poi produce il disco con me, in questo caso Federico Carillo, la mia idea nel modo più chiaro possibile, più di quello che riuscirei a fare a parole. Per questo disco, rispetto ai precedenti, ho deciso di lavorare molto più di pancia e senza preoccuparmi troppo di sentirmi più o meno adeguata tecnicamente, e soprattutto dimenticandomi tutto quello che sapevo o credevo di sapere sulla scrittura di un pezzo.

Abbiamo parlato di autorizzazione, di vergogna, di giudizio: tutte cose che hanno a che fare con l’esterno e con gli altri. Innanzitutto, che rapporto hai con chi ti ascolta?
Bellissimo, mi emoziona sempre sapere che qualcuno ascolta la mia musica e viene ai miei concerti, e contribuisce a questa specie di magia che è il comunicare attraverso alla musica. 

In secondo luogo: nel comunicato con cui hai annunciato questo disco parli di «bruciante inadeguatezza data dall’esterno e dal rapporto con la società» da cui provare a liberarti. La società viene menzionata spesso da tutti noi, ma ognuno probabilmente pensa a qualcosa di diverso. Tu a cosa pensi quando pensi alla società?
Innanzitutto ho sempre bene a mente che anche io ne faccio parte, e proprio per questo mi fa soffrire non riuscire a comprenderla. Penso a una sorta di collettività in cui siamo inseriti, ma di cui non abbiamo potuto decidere le regole, molte delle quali sono prepotenti, repressive, ingiuste e patriarcali. In questi giorni è impossibile non vedere tutto nero e sono molto provata, come molti e soprattutto molte di noi.

Nel primo brano inviti i maschi a fare autocritica e chiedi “quando cazzo finisce il patriarcato”.
In questo album non ho voluto filtrare nessuna emozione e, premesso che nella mia vita ho sempre cercato di farmi capire e di non offendere nessuno, questa volta ho voluto esprimere la rabbia anche quando era cieca. Però sono a tratti anche speranzosa, forse perché caratterialmente lo sono. So che io vivo in una bolla e in un ambiente protetto in cui scelgo gli uomini con cui relazionarmi, e che al di fuori di questa bolla la situazione è problematica, però sento che ci sono sempre più uomini che non solo si sono resi conto che devono fare autocritica, ma che cominciano anche loro a rompere il cazzo e alzare la voce: questa cosa mi fa molto piacere, perché dove non arriva la mia voce arriva quella di un’altra persona.

Sempre riguardo a questo tema, ma restringendo il fuoco sul settore in cui principalmente ti muovi: come descriveresti la tua esperienza di musicista donna nell’industria allo stato attuale?
Sicuramente credo che il mainstream musicale in un paese sia anche il riflesso della sua cultura. Proprio in questo momento sono ad un writing camp di Italia Music Export con solo artiste donne da diverse parti dell’Europa, ed è un momento molto prezioso perché ci siamo rese conto tutte era bello e insolito lavorare con così tante donne, perché di solito siamo tutte abituate a lavorare con uomini. Siamo poche, per vari motivi, molti dei quali culturali. Io stessa fino a vent’anni non pensavo di potermi fare degli arrangiamenti, non perché pensavo di non essere capace, ma perché dentro di me l’equazione donna-musicista mi portava all’idea di fare l’interprete; infatti il mainstream presenta le donne sostanzialmente come interpreti, penso a una Francesca Michielin ad esempio, che è una musicista incredibile e preparatissima, ma che di fatto viene percepita come un’interprete. Mi sembra che non ci sia spazio reale per qualcosa di diverso da questa figura di mezza interprete, mezza top model, che viene presentata senza che si approfondisca davvero quella che è poi la carriera musicale di un’artista. Per fortuna abbiamo artiste come Elisa e Levante che hanno portato il concetto di cantautrice in Italia quando era una cosa ancora un po’ fuori dal mondo. Quando è entrata Levante a X Factor è stata una rivelazione per molti.

Tornando al disco: dici anche che tutte le emozioni sono legittime. È una cosa molto da psicoterapia. Che rapporto hai con le tue emozioni, soprattutto quelle più problematiche?
Io sono una grande fan della terapia, ho iniziato il mio percorso da appena adolescente ed è una cosa con cui mi sono sempre sentita a mio agio. Diciamo che per me è come andare dal dentista o dal medico di base. È facile essere d’accordo sul fatto che tutte le emozioni siano legittime, ma poi nella pratica riuscire a venire a contatto con le emozioni più fastidiose, come la gelosia, l’invidia o la rabbia, è un’altra cosa; a volte senti delle sensazioni che magari dentro di te riconosci come sbagliate e che non dovresti provare, poi ti ci ritrovi nel mezzo e devi capire che non può esserci un ideale a cui aspirare come asceti. Credo sia importante cercare di capire che ogni emozione ti racconta qualcosa e non va repressa ma ascoltata, ed è quello che ho cercato di fare con le canzoni di questo disco: meno contentini e morali della favola, più celebrazioni di queste emozioni, qualsiasi esse siano. Penso che la bellezza sia qualcosa di molto potente, qualcosa che spesso mi trova a nervi scoperti e chakra aperti e mi prende proprio in pieno, mi attraversa e mi entra dentro. A volte mi fa bene, a volte mi fa male, ma comunque voglio che esploda.

Nel disco hai collaborato con Elasi e Cucina Sonora. Come è andata?
Volevo lavorare a qualcosa con Elasi da moltissimo tempo, perché siamo amiche da anni e per me è una grandissima ispirazione. Stava lavorando a un beat con Pietro durante una sua residenza alla Casa degli Artisti a Milano, ha pensato a me e me l’ha mandato. La canzone è arrivata tutta in un fiato, in pochissimi giorni, forse era lì che aspettava. Lì per lì ci sembrava carina e abbiamo deciso di suonarla al live finale della sua residenza. C’è stata una bellissima risposta da parte del pubblico e ci sono arrivati tantissimi feedback positivi, e questa cosa ci ha spronato a portarla avanti. Sono molto contenta perché penso che forse solo lei poteva tirarmi fuori tutta questa gioia e giocosità nello scrivere un pezzo.

Di rito: chi c’è nella playlist di Marta Tenaglia?
Rosalía, Nathy Peluso, Caroline Polachek, Hyd, Saya Gray, Noname, Little Simz… Sono tanto orientata verso le artiste donne non per principio ma perché sento di avere bisogno di tanti modelli diversi di esprimere la mia femminilità, intesa nel senso più lato del termine, attraverso e insieme alla mia musica. A volte sento che mi manca proprio un pezzo, che mi sto tenendo qualcosa dentro perché non so come esprimerlo, e allora guardo nell’olimpo delle mie dee e cerco delle risposte. La rappresentazione è molto importante.

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