Marta Salogni, tecnica, poesia e consapevolezza dietro al banco di mixaggio | Rolling Stone Italia
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Marta Salogni, tecnica, poesia e consapevolezza dietro al banco di mixaggio

Dalla provincia di Brescia a Londra, dai caffè serviti in studio alla collaborazione coi Depeche Mode. In mezzo, lavori con Björk, Bon Iver, FKA twigs, Frank Ocean. Intervista alla produttrice (e non solo) che abbina scienza del suono, immaginazione e lotta per la rappresentanza femminile

Marta Salogni al suo Studio Zona di Londra

Foto per gentile concessione dell'artista

In un’intervista di qualche anno fa, parlando della sua collaborazione con Björk per l’album Utopia del 2017, Marta Salogni confidava che quel lavoro l’ha spinta a scrivere, a rimettersi in contatto con persone con cui non parlava da tempo e a dire cose che non era mai riuscita a dire. Si può partire da qui per comprendere cosa rappresenti la musica nella vita della 32enne bresciana premiata come Best Producer in UK 2022 e già Breakthrough Engineer nel 2018 e Breakthrough Producer nel 2020 per la MPG (Music Producers Guild). Perché magari ci si immagina che chi, come lei, lavora come ingegnere del suono, al mixaggio e alla produzione dei dischi abbia un approccio prettamente e freddamente tecnico, e talvolta può essere vero, ma basta sentire Marta ripercorrere la sua carriera per intuire quanto sia immersa nella musica anima e corpo: l’impressione è che continuerebbe a fare ciò che fa anche se fosse una perfetta sconosciuta e se ad ascoltare gli album che di volta in volta contribuisce a creare fossero in due.

Per ora non è andata così e non è andata nemmeno come lei poteva anche solo lontanamente prefigurarsi, visto che da ventenne volata a Londra per imparare un mestiere si è poi ritrovata a lavorare con Björk, appunto, e con altri grandi artisti e band, dai Bon Iver a M.I.A., dagli Animal Collective a FKA twigs, da Frank Ocean agli XX. Elenco cui oggi possiamo aggiungere i Depeche Mode, dato che Salogni è stata ingaggiata per mettere mano su Memento Mori, il primo disco della band senza Andy Fletcher annunciato per la prossima primavera. Ce ne ha parlato durante una lunga chiacchierata in vista della XIV edizione di Transmissions, festival dedicato alla ricerca in ambito sonoro, che per questa XIV edizione, dal 24 al 26 novembre nel rinnovato Teatro Rasi, le ha affidato la direzione artistica.

«In questo ruolo ho voluto affiancare la scena internazionale a quella italiana» spiega lei «per creare un ponte seguendo un concept: presentare artisti, alcuni multidisciplinari, accomunati da una dedizione incredibile al loro lavoro, dall’amore per la sperimentazione e da un desiderio di esplorazione che contribuisce a smuovere lo status quo musicale». La line-up vedrà protagonisti Kali Malone, Lucrecia Dalt, Silvia Tarozzi (Quintet), Erland Cooper, Maria Valentina Chirico, Bullyache, Francesco Fonassi e la stessa Salogni, oggi alla guida di un suo studio a Londra, impegnata in una speciale performance per ensemble basata su macchine a nastro, piano, batterie, vibrafono, arpa e un sintetizzatore Buchla assieme a Sam Shepherd alias Floating Points, Valentina Magaletti e Miriam Adefris.

Il suo percorso ha avuto inizio in Italia, blocco di partenza Capriolo, a sud del Lago d’Iseo. «Quando frequentavo il liceo classico a Brescia ero nel collettivo studentesco delle superiori e ci trovavamo ogni mercoledì pomeriggio al Magazzino 47. Un giorno è successo che dopo una di queste riunioni mi sono infilata nel retro del centro sociale e per la prima volta ho visto il tendone dove si organizzavano i concerti per raccogliere fondi e questo banco di mixaggio enorme, una macchina che non sapevo cosa fosse, né avevo mai visto da vicino. Ne sono rimasta subito affascinata, trovavo interessante e suggestivo che con quel mixer una persona, un tecnico del suono, potesse partecipare alla performance di chi stava sul palco stando, però, dentro e fuori lo spettacolo, in mezzo al pubblico, e condizionandone i sentimenti. Perché se durante un live alzi il volume della voce del cantante, fai in modo che agli spettatori arrivi qualcosa che avvertiranno come una scarica di energia. Da lì ho cominciato a pensare al banco di mixaggio come a uno strumento tra gli strumenti e a sognare di diventare una professionista in questo ambito».

Per un po’ Marta ha affiancato Carlo Dall’Asta nella preparazione e nei soundcheck dei concerti del Magazzino («concerti che all’inizio manco vedevo perché troppo giovane e senza patente per stare fuori casa fino a tardi»), ma la sua ambizione era di dare il suo apporto in studio di registrazione, «perché volevo avere più tempo per smontare e montare un suono, per la mia creatività». Di qui la scelta di trasferirsi a Londra dopo il diploma, nel 2010. «È stato lo stesso Carlo a consigliarmi di andare lì o a Berlino, una volta optato per Londra non è stato facile a causa dei prezzi alti, ma ero determinata a darmi la possibilità di frequentare un ambiente con più opportunità lavorative di quello italiano (ai miei tempi di studi in provincia ce n’erano pochi) e una scena più internazionale. Così mi sono iscritta a un corso di nove mesi per imparare a usare ProTools, a conoscere i microfoni, i mixer da studio e molto altro, e nel frattempo facevo traduzioni, la babysitter. Dopodiché mi serviva la pratica».

Marta Salogni. Foto: Graham Tolbert

È a quel punto che Salogni, oggi tra i nomi più richiesti del suo settore, si è messa a bussare alla porta di svariati studi di registrazione. «Non c’è altro che valga tanto quanto l’esperienza in studio al fianco di altri più avanti di te che possono insegnarti o da cui puoi captare cose che non potresti mai introiettare in altro modo. Io ho cominciato come assistente, in sostanza preparavo e servivo tè e caffè a musicisti e tecnici. Si potrebbe ribattere “ma cosa c’entra il caffè?!”, e invece c’entra: se non riesci a preparare un caffè per qualcuno, come fai a mixargli o produrgli un disco? La verità è che facendo l’assistente ti puoi guadagnare pian piano l’opportunità di osservare e assorbire ciò che altri produttori e ingegneri fanno, di apprendere conoscenze e tecniche che potrai poi rielaborare a modo tuo inglobandole nel tuo metodo di lavoro, e anche il contrario: puoi scoprirne altre che non ti convincono e che non userai mai».

Parla in italiano con un forte accento inglese, Salogni; dopo tanti anni di vita londinese e un solo album prodotto in Italia, 8 dei Subsonica, la dimestichezza con la madrelingua si è un po’ persa. Ma le idee sono chiare: «Per me il segreto della mia professione sta nell’equilibrio tra il portare la mia impronta e portare un’innovazione su un disco, il tutto rispettando il nucleo che ha condotto quell’artista a essere ciò che è. Mai dare più importanza al proprio ego che all’output dell’autore, e se è vero che alcuni artisti hanno ego ingombranti, bisogna stare attenti a non scambiare per ego i loro bisogni creativi: è una responsabilità».

Ci vogliono sensibilità ed empatia, sostiene Marta, che per entrare nel concreto del discorso ci racconta di Björk: «È una persona generosa, dà molto e mette tanto di se stessa in ciò che fa, è produttrice dei suoi album e sa esattamente quello che vuole. Tra noi si sono creati un dialogo e un’armonia molto belli, capitava anche di andare a cena fuori o a nuotare insieme e non dimenticherò mai come cercava di spiegarmi cosa avesse in mente a livello di suoni e atmosfere per le sue canzoni: mi confidava esperienze di vita, ricorreva a metafore… Una volta per un mixaggio mi disse che voleva che la sua voce risultasse come qualcuno che ti sussurra un segreto all’orecchio. Ma cosa significa questo per chi fa il mio mestiere? Come suona quell’avvicinamento della bocca all’orecchio nella vita reale, con tante frequenze alte oppure basse? È necessaria una traduzione da concetto a risultato concreto ed è un processo dietro al quale c’è molta poesia, ma anche tanta scienza».

Quanto alla sua peculiarità, aggiunge: «In un’epoca in cui registrare su nastro è una scelta, io ho deciso di imparare a lavorare in analogico e ibrido e con le macchine a nastro. Ho messo da parte i soldi per comprarmi la mia prima macchina a nastro senza saperne nulla, perché volevo provare da sola e capire come funzionasse, e passo dopo passo ho capito che non è qualcosa di utilizzabile solo per registrare o per sentire della musica registrata, ma si può usare anche come strumento, perché se si rimanda la macchina a nastro su se stessa con un feedback si possono creare suoni simili a quelli degli archi, per esempio, e ottenere effetti, delay, compressioni e quant’altro. Questo mi ha spinto a studiarla in una maniera molto personale».

Non solo: «Adoro scovare nuovi suoni, ad esempio per I, I dei Bon Iver, dopo aver notato che sul terreno dello studio c’era uno di quegli acquedotti cui si accede dall’alto con delle scalette, mi ci sono ficcata dentro ritrovandomi in un serbatoio buio, a parte della luce che entrava da alcuni fori provocati chiaramente da pallottole, tutto per poi usare, per il disco, il particolare riverbero di quell’ambiente metallico invece che un plug-in. Inoltre, nelle mie produzioni e nei miei mixaggi amo giocare con l’impressione della spazialità tridimensionale, anche se di orecchie ne abbiamo due. Quindi mi può piacere rendere un suono dal mono allo stereo e piazzarlo in profondità o più vicino all’ascoltatore attraverso l’utilizzo di equalizzazioni, riverberi, delay. So che ognuno ascolta la musica come può, per cui mixo sia per chi usa le cuffiette sia per chi ha un bell’impianto, controllo sempre i dischi su cui lavoro in tutte le modalità, inclusi smartphone e auricolari: la musica deve essere democratica».

Le domandiamo i suoi dischi preferiti, quelli che più la entusiasmano non solo d’istinto, ma anche tenendo conto delle sue competenze. «Uno abbastanza contemporaneo è Double Negative dei Low, perché gioca con l’idea che il suono possa essere silenzio e fa convivere gli estremi, l’altezza di voci e armonie angeliche con potenti frequenze basse che senti nel corpo. Un altro è La voce del padrone di Battiato, perché per l’anno in cui è stata pubblicata è un’opera futuristica, voci e arrangiamenti sono complessi ma incastonati magistralmente in quello che è un capolavoro accessibile a tutti. Poi non posso non citare Se telefonando, pezzo con musica di Morricone e arrangiamento e produzione fantastici: ogni volta che lo riascolto resto a bocca aperta perché scopro cose nuove, le miscele degli strumenti sono così raffinate che sortiscono un effetto sonoro in cui ti puoi tuffare a più livelli, l’emozione data dal crescendo della voce di Mina e l’intenzione delle parole del testo (di Maurizio Costanzo e Ghigo De Chiara, nda) raggiungono un apice emozionale e tecnico insieme che è quello cui aspiro ogni giorno in studio».

A ispirare Marta nel suo percorso è stata, invece, Leslie Ann Jones, una pioniera nel suo campo, vincitrice di una decina di Grammy, nota per aver lavorato con Herbie Hancock e Miles Davis e ricoperto la carica di direttore delle registrazioni musicali e delle colonne sonore presso lo studio Skywalker Sound della Lucasfilm. «Un giorno leggendo Tape Op, rivista americana specializzata, mi sono imbattuta nella fotografia di questa donna dietro a un banco di registrazione durante una sessione negli Stati Uniti: non mi era mai capitato prima, avevo sempre davanti immagini di uomini che facevano quel lavoro negli studi, così mi sono detta “un giorno sarò come lei”. È stata di grande ispirazione, è davvero importante potersi rispecchiare, e in omaggio a quello scatto dove indossava un orologio da polso non c’è sessione in cui non indossi un orologio da polso anch’io».

Foto per gentile concessione dell’artista

La questione è quella della rappresentanza femminile, di quanto conti per una ragazza avere dei modelli femminili cui rifarsi per affrontare certe carriere finora ad appannaggio maschile «senza il timore di doversi sentire un’eccezione», come dice Salogni. «A livello mondiale le donne produttrici e/o ingegneri del suono sono il 5% del totale. È essenziale che aumentino, perché a mio parere l’arte e la musica dovrebbero rappresentare la società e farsi portavoce delle categorie di persone che la compongono. Il ribilanciamento del gender nell’industria musicale servirà a spronare sempre più ragazze a buttarsi in questo campo, la mia speranza è che in un futuro non lontano non si debba nemmeno più discutere di questa istanza».

Il tema è caldo, lo scorso maggio sul suo profilo Twitter Marta lo ha preso di petto pubblicando un annuncio di lavoro con scritto «priority given to non-binary, trans, women (female identifying)», qualcuno le ha fatto notare che potrebbe essere illegale. «Ma non lo è, secondo l’Equality Act 2010 i datori di lavoro possono intraprendere azioni di sostegno verso certe categorie, se svantaggiate o sottorappresentate. E posso assicurare che il mio gesto non ha discriminato nessuno: il 90% di coloro che si sono offerti per il posto erano comunque maschi, si tratta di supportare le donne e altre minoranze, ma esclusivamente in caso di parità di competenze».

Il terreno è scivoloso, se una società più inclusiva è un traguardo comune, i mezzi per conseguire lo scopo dividono l’opinione pubblica. Salogni dalla sua ha l’intraprendenza ed è con lo stesso spirito militante che sta mettendo in piedi una charity, The Free Youth Orchestra, per contrastare gli ostacoli economici che fanno sì che per i figli delle famiglie meno fortunate sia difficile avvicinarsi alla musica. «L’idea è di proporre sessioni d’improvvisazione con musicisti locali e strumenti di ogni tipo, non solo quelli da orchestra tradizionale, ma anche synth, pedali, chitarre e bassi elettrici, batteria. Di volta in volta io e altri setteremo una stanza e inviteremo bambini/e e ragazzi/e di quel dato quartiere a partecipare, in una prima fase guidati e poi da soli, scegliendo uno strumento e provando a improvvisare. È un modo per costruire ponti in una realtà dispersiva come quella londinese e per stimolare i più giovani all’ascolto di sé e degli altri, all’incontro e ad acquisire fiducia in se stessi al di fuori di qualsiasi gerarchia».

Il progetto è intitolato alla memoria di Tom Relleen, musicista e compagno di Salogni portato via da un tumore nel 2020. «È stata una botta, ma col tempo capisci che le persone che non ci sono più rimangono con te nei ricordi e nei gesti futuri. Nel 2023 pubblicherò Music for Open Spaces”, disco che ho composto con Tom durante alcuni viaggi nel deserto del Joshua Tree, in Cornovaglia e a Londra».

Il prossimo anno sarà anche quello dell’uscita del nuovo album dei Depeche Mode, Memento Mori. «Si intitolava così già prima della scomparsa di Fletcher, tutto il disco è una profonda riflessione sulla morte. È stato il produttore James Ford a chiamarmi per chiedermi di seguire l’ingegneria di registrazione e il mixaggio, il vantaggio di un percorso come il mio è che in studio posso ricoprire ruoli affini ma diversi. E i Depeche mi hanno lasciato ampio spazio di libertà. È stata una sessione stupenda, con persone gentili, aperte, che amano provare nuovi suoni. Eravamo in California e sapevamo tutti che il momento era delicato, ma è come se questo ci avesse avvicinati umanamente ancor più di quanto non avvenga di solito. Basti dire che io Fletcher l’avevo incontrato solo una volta al matrimonio di Daniel Miller, il boss della Mute, ma grazie ai racconti di Martin e Dave mi sono sentita non solo come se lo avessi conosciuto, ma come se fosse stato lì con noi. Mi sono da poco arrivati i test pressing dell’album, che ho mixato in solitaria a Londra, ora attendo l’uscita, unico momento in cui posso finalmente vedere l’effetto che fa sugli altri ciò che ho contribuito a realizzare: mi emoziona sempre».

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