Maro, sto bene dove sono | Rolling Stone Italia
saudade, saudade

Maro, sto bene dove sono

In uno spazio che dal Portogallo si è allargato al mondo, ma senza tradire le origini. In un modo di fare musica che, nonostante l’Eurovision, resta un’avventura tra amici. In un tempo in cui ‘So Much Has Changed’, e va bene così

Maro, sto bene dove sono

Maro

Foto: Louie Jacob

Quando a fine chiacchierata saluto Maro, due giorni prima della partenza di un tour mondiale che la porterà in giro per Europa (Italia compresa: il 5 marzo al Fabrique di Milano, il 6 al Largo Venue di Roma) e Nord America da qui al prossimo autunno, l’ultima cosa che mi dice è «Devo andare a comprare una chitarra!», e questo dice molto del tipo di artista che è.

Una musicista appassionata e preparata, che ha respirato e studiato musica fin da bambina grazie a sua madre, insegnante di musica, e suo padre, grande intenditore dai gusti raffinati. Maro, all’anagrafe Mariana Brito da Cruz Forjaz Secca, è nata a Lisbona 31 anni fa e pubblica musica a suo nome dal 2018, dapprima autoproducendosi e poi via via attirando l’attenzione della discografia, in una traiettoria costante e precisa che l’ha portata in poco tempo a girare il mondo in tour, diventando la tipica “artista preferita dei tuoi artisti preferiti”, che poi vuol dire stare in una nicchia di grande qualità che potrebbe raggiungere la massa da un momento all’altro.

Maro ha già collezionato esperienze importanti, come un tour di supporto a Shawn Mendes nel 2025 e la partecipazione all’Eurovision Song Contest a Torino nel 2022 in rappresentanza del Portogallo. «Non sono mai stata una persona competitiva. Mi avevano invitata al Festival da Canção (manifestazione portoghese che, un po’ come il nostro Festival di Sanremo, dà accesso all’Eurovision, nda) tre anni di fila e avevo sempre detto no. Poi alla quarta volta, in pieno Covid, ho accettato pensando: vado, porto la mia canzone (Saudade, saudade), probabilmente arrivo ultima o penultima, ma almeno le persone nel mio Paese mi conosceranno di più. Non era una canzone da Eurovision, non era pensata per vincere».

Però l’Eurovision c’è stato, e anche se non l’ha vinto, non è nemmeno arrivata né ultima né penultima, ma nona su 25 partecipanti. «Arrivare lì è stato una specie di grande bonus. L’ho vissuto così: come qualcosa di inaspettato e fortunato. Mi è piaciuto tutto, davvero. L’esperienza, le persone, vedere come funziona una macchina così grande, anche dal punto di vista della logistica. C’erano 160 milioni di persone che guardavano: è qualcosa di completamente diverso da un concerto normale. E poi sì, ha fatto conoscere la mia musica a tantissima gente. Ma per me è stato soprattutto questo: un’esperienza bellissima, senza pressione, vissuta con gratitudine».

Un ritratto di Maro. Foto: Louie Jacob

Questo approccio rilassato sembra essere proprio la chiave con cui Maro affronta la sua carriera. «La musica per me non è mai stata qualcosa che ho deciso di fare: è sempre stata un’estensione di chi sono. Mia madre cantava per me e i miei fratelli quando eravamo piccoli, e a quattro anni ha voluto che iniziassi a studiare musica, perché per lei la musica era prima di tutto uno strumento utile per sviluppare al meglio le capacità di un bambino. L’unica cosa che ci ha chiesto era di arrivare fino al nono anno (la nostra terza media, nda), poi se volevamo potevamo smettere. E così è stato».

In famiglia però si respirava musica anche in modo meno accademico. «Dall’altra parte c’era mio padre, che è un insegnante di biologia e un incredibile amante della musica. Mi ha fatto ascoltare di tutto: jazz, classici americani, world music. Il mio disco preferito della vita è di un artista del Madagascar che si chiama Rajery, si intitola Fanamby e consiglio a tutti di ascoltarlo». E poi nel tempo qualcosa è scattato. «Non sono cresciuta con il sogno di diventare una popstar. Scrivevo canzoni da quando avevo undici anni, ma come si scrive un diario: non le facevo ascoltare a nessuno, non cantavo davanti alla mia famiglia. Poi a diciannove anni ho capito che non potevo vivere senza musica: trovavo una performance online e non riuscivo a dormire per l’emozione. E ho pensato: cos’altro mi farà sentire così? Non era una questione di diventare famosa o ricca. Era più il sollievo di dire: ah, ho trovato quello che amo davvero. E quando trovi qualcosa che ti fa sentire così, tutto il resto diventa secondario».

Da lì l’iscrizione al Berklee College of Music a Boston, e un percorso dispiegatosi in maniera “organica”, per dirla all’inglese. Senza però dimenticare le origini. «Io sono molto portoghese. Anche se passassi vent’anni in America, resterei portoghese: voglio mangiare una zuppa a ogni pasto e chiamare mia nonna ogni giorno. Penso che il posto in cui cresci ti plasmi, anche in modo inconscio. Nel mio caso la famiglia è il centro di tutto, ed è una cosa molto portoghese. I miei genitori, mia nonna, sono la base della mia vita. Una canzone come I Owe It to You (il primo singolo del nuovo disco So Much Has Changed, nda) nasce da lì. Forse se fossi cresciuta altrove non l’avrei scritta così. Non è solo una questione musicale, è proprio un modo di essere, di sentire le relazioni. Magari musicalmente sono un mix di tante cose, ma come persona, nei testi, nella mia storia, il Portogallo è sempre presente».

E questo è molto chiaro nella canzone di cui parla. «I Owe It to You è un grande grazie alla mia famiglia e alle persone a me più vicine. Esprime la consapevolezza che la mia famiglia e le persone che amo rappresentano le mie fondamenta. Alla fine sono loro che contano davvero, sono quelli che restano se tutto il resto crolla. Anche il videoclip nasce da quest’idea di verità. Non volevo qualcosa di costruito: volevo che fosse semplicemente la mia vita. Eravamo a fine tour, siamo andati in spiaggia con i miei amici, i miei fratelli, abbiamo acceso un fuoco e guardato il tramonto. Non c’era un piano preciso, era solo stare insieme. Ed è proprio questo il senso della canzone: accettare quello che c’è e dire grazie per questo».

MARO - I OWE IT TO YOU (Official Video)

Questo sentimento di comunità ritorna quando parliamo del tour, dove ad accompagnarla ci sono quattro musicisti che prima di tutto sono amici. «Abbiamo finito le prove ieri ed è la prima volta che suoniamo con questa formazione esatta, ma non è la prima volta che suono con queste persone. Tommaso è il mio migliore amico dai tempi di Berklee, Pedro e Gabriel sono fratelli e per me sono diventati famiglia, e Manuel lo conosco da quando eravamo bambini perché i nostri genitori sono amici. Preparare il tour con loro è stato speciale, perché prima di essere una band siamo amici di lunga data. Quando sono sul palco e guardo Tommaso, o incrocio lo sguardo di Pedro e Gabriel, penso che mi sto divertendo con i miei migliori amici. E a quel punto so che è quasi impossibile che qualcosa vada male. È più una festa tra di noi che un semplice concerto, e spero che questa energia arrivi anche al pubblico».

L’aver compiuto 30 anni e aver collezionato una serie di esperienze personali e musicali le ha fatto venire voglia di provare strade nuove anche in studio. «So Much Has Changed è nato nello stesso modo in cui nascono tutte le mie canzoni: scrivo e, mentre lo faccio, sento già dove voglio che vadano. La differenza è che questa volta ho voluto farlo davvero insieme agli altri. Ho chiamato i miei amici in Brasile per tre settimane e siamo stati in studio tutti insieme. Ho scritto tutte le parti, le chitarre, i groove, il piano, e poi ognuno ha messo dentro il proprio suono. Credo che sia per questo che il disco ha un vero suono da band. Io sono cresciuta ascoltando i Beatles, i Radiohead, i Coldplay. E poi ho voluto Nasaya alla co-produzione: ha legato tutto, ha reso i suoni più chiari, più forti. Forse la differenza più grande è che non è solo un disco prodotto da me: è un disco che ha dentro il suono di tutti».

E di cosa parla questo album? «Penso che questo disco parli soprattutto di accettazione. Per la prima volta, dopo aver compiuto 30 anni, mi sento in un momento della vita in cui se qualcosa non è successo, è perché non doveva succedere. È una sensazione più leggera, più serena. Anche le mie canzoni precedenti erano ottimiste, persino quelle che parlano di tormenti d’amore, ma c’era sempre quella piccola agitazione tipica dei vent’anni. Ora invece sento più pace, come a dire “sto bene dove sono”».

Se è vero che Maro ha studiato negli Stati Uniti, il suo suono sembra però ben radicato nella sua terra d’origine e, più in generale, in Europa. «Mi sento molto europea. Anche se spesso canto in inglese e ho sicuramente influenze americane, il mio modo di fare musica e di collaborare (tra gli altri, con i Parcels, australiani di stanza a Berlino, nda) è molto europeo. Sono cresciuta in Portogallo, ho vissuto a Parigi, ho amici e musicisti intorno a me che vengono da tutta Europa. Le nostre culture si intrecciano: italiana, portoghese, francese, catalana, a volte sembra quasi di venire tutti dallo stesso posto. Penso che questo si senta anche nella mia musica: è un mix con una sensibilità molto europea».

E queste settimane la vedranno su e giù per i palchi europei, inclusa l’Italia: «Tornare in Italia mi emoziona molto, perché spesso è un Paese che resta un po’ ai margini dei tour, e per me è sempre stato un sogno riuscire a includerlo. L’ultima volta a Milano, un anno fa, il pubblico cantava tutte le canzoni. Mi ha colpito molto, e spero che verremo accolti con le stesse good vibes. E poi c’è sempre così tanta cultura, ho dei ricordi bellissimi e spero davvero che sarà come l’ultima volta: le città, il cibo, le persone… non vedo l’ora».

Intanto, ci ha spoilerato che canterà anche in italiano. Non durante questi concerti, ma in un singolo di prossima uscita insieme a quel Tommaso della sua band, italo-francese in arte Carbeau, che è come i francesi chiamano la carbonara. «Ci mettiamo al piano e mi fa sentire i vostri classici».

Altre notizie su: