Mark Ronson ti spiega come funziona la musica | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Mark Ronson ti spiega come funziona la musica

La docuserie di Apple TV+ 'Watch the Sound' è un giro del mondo alla ricerca del suono perfetto. Per comprendere che «la tecnologia è responsabile di gran parte della musica che ascoltiamo»

Mark Ronson in 'Watch the Sound'

Foto press

La qualità della musica che ascoltiamo è innegabilmente costituita da diversi elementi. Le note musicali della melodia, le armonie, gli strumenti utilizzati. Ma a fare la differenza tra un brano memorabile e uno così così ci sono anche tutta una serie di particolari più tecnici che magari, da semplici ascoltatori, non siamo abituati a notare: i riverberi, la distorsione, l’uso dei synth e dei campioni. Per fortuna, a spiegarci in maniera chiara e semplice – ma assolutamente ipnotica – come funzionano tutti questi espedienti e perché sono così importanti c’è Mark Ronson, uno dei produttori under 50 più titolati del momento, con i suoi sette Grammy Awards collezionati e una gamma di collaborazioni da urlo, da Amy Winehouse a Lady Gaga passando per Bruno Mars, i Queens of the Stone Age e molti altri ancora. La sua nuova docuserie, dal titolo Watch the Sound with Mark Ronson, debutta su Apple TV+ il 30 luglio, ed è dedicata proprio a esplorare gli aspetti e le innovazioni tecniche che caratterizzano le sonorità e i generi musicali di ieri e di oggi. Ogni puntata si focalizza su un argomento, dall’Auto-Tune alle drum machine.

L’idea nasce dal suo Ted Talk sul campionamento, spiega Ronson in conferenza stampa. «Apple TV+ lo aveva molto apprezzato, e si era resa conto che la tecnologia è responsabile di gran parte della musica che ascoltiamo: così mi hanno chiesto se fossi interessato a fare una serie che fosse veramente informativa, ma anche facile da comprendere per i profani». Watch the Sound with Mark Ronson, però, non si limita a essere un bigino omnicomprensivo: è ricchissima di esempi tratti dalla vita vera, di materiale d’archivio, di curiosità, di interviste esclusive. Si parla dell’Auto-Tune? Mark sfodera un’intervista esclusiva con Andy Hildebrand, il suo inventore, che racconta come e perché è nato, ma soprattutto il suo stupore quando Cher, nel 1998, decide di applicarlo in maniera rivoluzionaria alle voci della sua hit Believe (per non parlare di Blue degli Eiffel 65). Bisogna spiegare in cosa consiste il sampling? Mark entra in studio con Dj Premier e crea un beat con lui. «Ho sempre adorato Premier e il suo gruppo, i Gang Starr: è uno dei miei eroi e dei miei produttori preferiti. Vedere dal vivo come lavora è stato grandioso», dice entusiasta. La ricchezza di ospiti è la vera forza della serie, in effetti: dai Beastie Boys a Kevin Parker dei Tame Impala, da Paul McCartney a Angel Olsen, da Sean Lennon a Dave Grohl, da Questlove a Santigold e ancora, ancora e ancora.

Le voci e le testimonianze sono abbinati in maniera niente affatto scontata, aiutando a tenere sempre viva l’attenzione anche quando si entra nei tecnicismi più complessi. «Per non essere troppo enciclopedici e didascalici, abbiamo scelto i personaggi da intervistare filtrandoli attraverso la mia esperienza», dice Ronson. «Per quanto riguarda la puntata sulla distorsione, ad esempio, l’ho scoperta grazie a Cult of Personality dei Living Colour, così siamo partiti da lì. Poi siamo passati a Thurston Moore, perché da ragazzino, quando ho sentito per la prima volta i Sonic Youth, erano così rumorosi da sembrarmi quasi spaventosi. Anche Denzel Curry era una voce interessante da ascoltare, perché fa parte di quella nuova leva del rap che la usa all’interno della sua musica, e l’ha scoperta praticamente per sbaglio, facendo esperimenti».

Ma Watch the Sound non è un semplice tour per studi discografici, anzi. È un vero e proprio giro del mondo alla ricerca del suono perfetto, che sia giocando e suonando con gli strumenti o esplorando nuovi orizzonti, come quando la troupe e il suo leader si avventurano sottoterra in una gigantesca ex cisterna per il petrolio in Scozia, dove si dice che sia possibile campionare il riverbero più lungo del mondo (quasi 4 minuti). «È stato fantastico: se non fosse stato per lo show, non avrei mai avuto la possibilità di farlo», ride felice.

Il dubbio, ogni tanto, ci sfiora: non sarà che alcuni argomenti sono veramente troppo nerd per uno spettatore, ancorché volenteroso e appassionato, ma senza preparazione specifica? È possibile spiegare l’uso e l’importanza del riverbero senza annoiare mortalmente chi di un riverbero non ha mai fatto uso? Secondo Ronson, sì. «Istintivamente, musicisti e non, tutti abbiamo provato a essere in un ambiente molto ampio e a provare a giocare con l’eco», dice, dandoci una piccola dimostrazione di come faceva lui da piccolo quando entrava in una grotta urlando e battendo le mani. «Questi concetti possono sembrare complicati, ma in realtà sono molto semplici, e volevamo dimostrare proprio questo. Magari non sai tecnicamente cos’è, ma quando fai ascoltare a qualcuno una canzone senza riverbero, istintivamente si chiede “Aspetta, perché all’improvviso suona così diversa?”. Se pensi alle voci di Back to Black di Amy Winehouse, il motivo per cui suonano così emozionanti è proprio quello: ti sembra che stia cantando da sola in un’enorme stanza».

Non a caso, la puntata sul riverbero si apre proprio con delle immagini inedite di Amy in studio che registra quella canzone. «Back to Black è stato il primo disco che mi ha reso un produttore davvero affermato, ma ovviamente mentre io e Amy ci lavoravamo non avevamo alcuna idea che sarebbe stato così. Ci siamo chiusi in studio per cinque giorni, la sintonia tra di noi era davvero perfetta: ci completavamo a vicenda. Era un’artista e una persona grandiosa».

Ronson è un ottimo narratore, e la cosa non stupisce: è andato molto vicino a diventare un nostro collega. «Quando ho cominciato a suonare, da ragazzino, non ero un grande chitarrista o pianista: sapevo solo che adoravo la musica e che volevo averci a che fare tutto il giorno». Il fatto che il suo patrigno fosse Mick Jones, chitarrista dei Foreigner, senz’altro aiutava in tal senso. «Quando avevo 13 anni ho fatto uno stage a Rolling Stone e ho studiato giornalismo, perciò una parte di me era già preparata a parlare di musica come un vero e proprio critico, e non solo come un musicista».

L’ispirazione principale per la serie, dice, arriva però soprattutto da un libro: Come funziona la musica di David Byrne. «Il fatto che David si sia preso la briga di documentarsi e studiare per scrivere un libro così completo è straordinario, per me. Ho imparato tantissime cose leggendolo. Ad esempio, il perché certa musica nasca in certi spazi: nelle antiche cattedrali, ad esempio, non si potevano usare note troppo dissonanti in intervalli troppo ravvicinati, perché l’eco della nota precedente risuonava molto a lungo nell’aria. Non avevo mai pensato al suono in questo modo, prima. È riuscito a rendere davvero interessante l’apprendimento della materia». E allo stesso modo, anche se (per nostra fortuna) in maniera molto più istintiva e ludica, ci è riuscito anche Mark Ronson.

Altre notizie su:  Mark Ronson