Maria Antonietta e Colombre, la felicità non è una ricompensa | Rolling Stone Italia
«non vinceremo»

Maria Antonietta e Colombre, la felicità non è una ricompensa

Sono in gara a Sanremo con una canzone che parla di una serenità da riprendersi, non da meritare. Ci hanno raccontato da dove arrivano: le riot grrrls, il Conservatorio, la timidezza e la musica senza ego

Maria Antonietta e Colombre

Maria Antonietta e Colombre

Foto: Pippo Moscati

Prima dei palchi, dei dischi e persino di Sanremo 2026, per Maria Antonietta e Colombre la musica è stata una questione di timidezza e di urgenza. Un fatto privato che, a un certo punto, ha iniziato a chiedere spazio, anche a costo dell’imbarazzo. Come ci hanno raccontato, per entrambi il punto zero è alle scuole medie e l’innesco un regalo. Per Maria Antonietta una chitarra e la scoperta del movimento riot grrrls: «Ragazze che facevano musica senza filtri e censure, con una spavalderia e una grande sincerità». Un modello possibile al quale aderire: «Mi sembrava un bellissimo modo di esprimersi e ho sognato di fare quello nella vita». Per Colombre, invece, il primo strumento è un violino, «difficilissimo», tanto che suonarlo all’inizio equivaleva a «provare a suonare delle rotaie di un treno». Il passaggio decisivo arriva più tardi, anche per lui con una chitarra e la sensazione netta che «si fosse aperto un mondo».

Esporsi, però, non è quasi mai un gesto naturale. È qualcosa che passa attraverso una soglia di disagio. «La prima volta si mette in pratica una grande spavalderia e un grande imbarazzo», dice Colombre mentre spiega quel misto di incoscienza e necessità che spinge a far sentire la tua prima canzone anche quando «è una cagata pazzesca». Ma la musica diventa presto un luogo di trasformazione: «Quando sali sul palco hai la possibilità di diventare qualcos’altro, liberando le tue insicurezze. Entri in una sorta di catarsi, sputi fuori delle cose che ruggiscono dentro di te». Per Maria Antonietta l’esperienza è simile, ma passata attraverso una timidezza dichiarata: «È una violenza, ma quando entri in quello spazio la timidezza lascia posto a un’altra parte di te». Tanto che «il corpo, prima ancora della testa, capisce che quella è una direzione necessaria». Anche perché, aggiunge, l’esposizione può diventare «un modo per emanciparti da condizioni dalle quali vuoi prendere le distanze».

Maria Antonietta e Colombre

Foto: Pippo Moscati

Capire davvero la propria voce, però, è stato un processo lento in anni di sperimentazioni e soddisfazioni nel circuito indie: «C’è voluto tutto il tempo che c’è voluto», ammette Maria Antonietta, ma senza rimpianti. Ogni esperienza, ogni fase, ogni errore sembra aver contribuito ad avvicinarsi a se stessi: «All’inizio sei condizionato da persone, idee altrui, pregiudizi, aspettative. Con il tempo arrivi a guardarti allo specchio e vederti esattamente quello che vuoi essere». Una consapevolezza in divenire: «Forse solo il giorno prima di morire potrò dire: ecco, questa sono io».

L’errore, per entrambi, non è un qualcosa di cui vergognarsi ma un metodo di apprendimento. Colombre lo aveva anche cantato in un suo vecchio brano, Deserto: «E se hai sbagliato mille volte arriva a un milione». Così Sanremo, in questo senso, la considera una tappa e non un traguardo: «Confido sempre nella curiosità delle persone. Se qualcuno viene colpito da quello che vede e sente sarà lui a decidere». L’idea infatti non è convincere, ma lasciare una traccia: «Chi si imbatterà in noi, in quello che abbiamo fatto prima, mi auguro abbia voglia di incuriosirsi».

Anche la scrittura in due segue questa logica. Nessuna difesa a oltranza delle proprie intuizioni, nessuna lotta per prevalere sull’altro: «Nella scrittura non deve trovare posto il nostro ego. Ciò che vince è la canzone, la melodia. Non devo vincere io. Siamo al servizio della musica», sottolinea Maria Antonietta. Colombre rafforza il concetto con un’immagine precisa, presa dal documentario su We Are The World, quando Quincy Jones fece appendere all’ingresso dello studio un cartello per mettere in guardia anche delle star globali (“Lascia il tuo ego fuori dalla porta”): «È sempre fondamentale per riuscire a fare qualcosa di buono insieme agli altri».

Il loro rapporto con il Festival, del resto, è tutt’altro che mitizzato dal passato. Maria Antonietta lo vive in modo fatalista: «Non è mai stato un obiettivo, forse è per questo che è successo». L’esperienza precedente, dalla cover di Non ho l’età di Gigliola Cinquetti al duetto con Levante e Francesca Michielin a Sanremo 2020, è servita a intuire cosa aspettarsi. E anche cosa temere. «La vita ha deciso che ci tocca questa avventura o questa trappola». Colombre, addirittura, ricorda un Festival infantile rifiutato «a colpi di Green Day sparati a massimo volume in cameretta», prima di riavvicinarsi: «Ora, invece, tocca a noi. Andremo a vedere che Festival ci aspetta».

Al centro di tutto resta però La felicità e basta, il brano che li porterà sul palco dell’Ariston, che esprime concetti lontanissimi dalle logiche legate alla performance e ai sensi di colpa. Perché il concetto di felicità, per Maria Antonietta e Colombre, «è un gesto politico e un lavoro collettivo». Non una ricompensa, non un premio per chi ce l’ha fatta: «Queste sono distorsioni del turbocapitalismo. La felicità dobbiamo riprendercela, ci spetta e non dipende da quanto bene performi, ma dal fatto che sei vivo». E Colombre chiarisce che non si tratta di passività: «Dobbiamo prendercela e basta, senza etichettarla. Non esistono i maestri della felicità e non c’è niente da poter comprare per lenire il dolore di non averla raggiunta».

Quando gli si paventa il rischio di un cambiamento radicale dopo tanta esposizione mediatica, rispondono sapendo bene cosa vorrebbero proteggere: «Non vorrei che ci triggherasse il cervello in modo malsano perdendo empatia», dice Colombre. E Maria Antonietta non ha dubbi: «Non cambierà niente, perché la natura delle persone non cambia. Ce lo ha insegnato Nietzsche. Se cambia, vuol dire che era già diversa a monte».

Quando infine il discorso si sposta su Eurovision e sulla presa di posizione di Levante, che in caso di vittoria non parteciperebbe se fosse presente anche Israele, la loro risposta è prima scaramantica: «Non vinceremo», taglia corto Maria Antonietta. Mentre Colombre aggiunge: «Non vuol dire che non abbiamo una posizione in merito, ma la diremo semmai vinceremo. In quel caso avremo la risposta perché, statene certi, non finiremo nel girone degli ignavi».