Margo Price “viaggia” da sola | Rolling Stone Italia
Alcol, funghetti e country-rock

Margo Price “viaggia” da sola

Nel senso degli allucinogeni che l'hanno salvata dall'alcol. Ma anche del carattere e del talento che la rendono unica. Intervista a un'americana che segue la retta via dei grandi inclassificabili del rock

Margo Price

Foto: Alysse Gafkjen

Due anni fa, fatta di funghetti allucinogeni, Margo Price ha deciso di smettere di bere. Ci aveva già provato, ma qualcosa in quel trip psichedelico le ha fatto sperimentare un’epifania. «So che suona un po’ strambo, ma è stato una sorta di risveglio», dice Price, 39 anni. «Fino a quel momento avevo mandato a puttane tutto quanto nella vita e non c’era un solo motivo per non smettere con l’alcol».

Forte di questa nuova visione, Price ha finito di scrivere la sua notevole autobiografia Maybe We’ll Make It. Il libro è incentrato sui suoi sforzi per emergere a Nashville, in un momento in cui lei e il marito Jeremy Ivey dovevano affrontare i demoni di alcol, droga e traumi pregressi. Sulla scia del libro, Price ha pubblicato l’album Strays: coi suoi riff torridi e il suo folk sincero, e la partecipazione tra gli altri di Mike Campbell degli Heartbreakers di Tom Petty, è il suo lavoro più solido e coerente. «Per certi versi l’alcol m’ha salvato la vita. Ok, mi ha quasi uccisa, però ha anche attutito il dolore quando tutto andava in malora. Potrei scrivere un disco country tutto dedicato all’alcol».

Cosa ti ha spinta a scrivere l’autobiografia?
Ho sempre voluto essere una scrittrice, ma due cose in particolare m’hanno spronata. Una è stata Just Kids di Patti Smith, mi è piaciuto il fatto che abbia scritto un libro incentrato solo sulla sua giovinezza e sul suo compagno [Robert Mapplethorpe]. E poi quando sono rimasta incinta mi sono sentita inutile. Mi sono detta: se non posso andare in tour, mi serve qualcosa d’altro che tenga vivo il mio lato creativo. Portavo mio figlio Judah a scuola e poi andavo in questo coffee shop in East Nashville che si chiama The Post. Scrivevo dalle 8 del mattino a mezzogiorno; bevevo tè e facevo un paio di spuntini con Jeremy, che di solito stava seduto di fronte a me a scrivere canzoni e poesie. Mi diceva: «Dovresti scrivere un libro». E così ho iniziato a fissarmi su questa cosa.

Un po’ come Just Kids, anche il tuo libro è incentrato sul tuo periodo precedente alla notorietà.
Sapevo che più tempo avrei aspettato a scriverne e più dettagli avrei dimenticato. E comunque ho dovuto guardarmi indietro e raccogliere elementi tipo scena del crimine, perché c’erano stati di mezzo un sacco di alcol e droghe. Mettici anche che non tengo un diario con costanza. Non credevo che il libro sarebbe uscito così presto. Mi dicevo: «Lo scriverò ora e lo farò uscire fra cinque o dieci anni». Ho anche dovuto omettere alcuni fatti, perché riguardano persone viventi.

Cos’hai lasciato fuori?
Quando ho terminato la prima stesura, non mi ero ancora disintossicata del tutto, ma non bevevo perché ero incinta. Ho cominciato a rivedere la bozza col mio editor e ho iniziato a capire molte cose: sul mio disordine alimentare, sul mio sentirmi brutta, sulle difficoltà col mio aspetto in generale. Stavo ancora vivendo molte di quelle situazioni. E ancora oggi è così.

C’erano un paio di storie in particolare, questioni con delle etichette e altre faccende che ho taciuto perché sarebbe stato difficile trattarle con diplomazia. Ho pensato: «Non so se ne voglio parlarne. Hanno davvero attinenza con la storia?». Chissà. Magari nel secondo volume tirerò fuori un po’ di scheletri dall’armadio.

Scrivendo canzoni, spesso si riesce a mascherare le verità più scomode, ma è difficile farlo in un’autobiografia. È stato così anche per te?
I miei brani sono molto ambigui. Ma nel libro mi sono messa a nudo. Ero insicura su ogni cosa. Dopo aver consegnato la stesura finale, ho iniziato ad avere degli attacchi di panico. Che sto facendo, mi chiedevo? E poi: voglio proteggere la mia privacy, voglio proteggere me stessa, la mia salute mentale. Avevo paura del giudizio della gente, che avrebbe potuto dirmi che non sono una brava persona o una brava madre. Non vado fiera di tutto quel che ho fatto, ma penso che visto che prima o poi moriremo tutti voglio essere sincera.

Jeremy era d’accordo, sapendo che avresti tirato fuori tutte quelle cose?
È stato lui a incoraggiarmi a parlare dei nostri problemi. Perché il libro è intitolato Maybe We’ll Make It (forse ce la faremo, ndt) e non Maybe I’ll Make It (forse ce la farò, ndt). È stato sempre al mio fianco per la scrittura delle canzoni e tutto il resto. È stato lui a dire: «La gente non saprà tutta la storia se ci limitiamo a dire: oh, abbiamo perso un bambino, ma era tutto a posto, e poi abbiamo avuto successo». Perché non è andata così. È stato terribile, spaventoso, e ancora adesso abbiamo divergenze e litighiamo. È difficile restare insieme. Io non ci sono quasi mai. Certe cose distruggono un matrimonio.

In che modo scrivere il libro è stato catartico?
È stato bello avere un “posto” in cui rifugiarsi durante la pandemia. Ho scritto di un mio periodo buio, il momento in cui lottavo per stare a galla. Col senno di poi, provo anche una certa tenerezza per quei giorni duri perché hanno plasmato la mia personalità da adulta. Ho dovuto metabolizzare un sacco di cose. Scrivere m’ha dato l’opportunità di capire che cosa avevo sbagliato. C’è chi dice che scrivere non è una terapia, perché lo fai da sola e non con un terapista, ma credo di aver fatto una buona parte del lavoro duro grazie alla mia arte. È liberatorio tirar fuori tutto.

A che punto della scrittura del libro hai smesso di bere?
Prima dell’inizio della pandemia e della nascita di mia figlia Ramona avevo scritto 400 pagine circa. Ma mi mancava un finale, il materiale non era organizzato in capitoli e non aveva una forma. Questo gennaio 2023 segna due anni da quando ho smesso di bere. Con questa nuova forma mentale ho fatto parecchie modifiche e ho anche trovato il finale che cercavo, perché finalmente mi sono resa conto di tutto quello che avevo passato. Tipo: hai sfasciato la macchina eppure non ti è passato per la mente di smettere. Era come se pensassi che era sotto controllo. Durante le elezioni bevevo e ricordo di essermi detta che non potevo attaccarmi alla bottiglia ogni volta che ero sotto stress. Ma era esattamente quel che facevo. Ovviamente ho tentato di smettere in parecchie occasioni, in passato. Molte volte mi svegliavo con un doposbronza così violento da ripromettermi di non bere mai più. Ma alla fine continuavo a ricaderci, come in un loop.

In che modo la sobrietà ha cambiato il tuo modo di scrivere canzoni?
Con la lucidità e l’energia che ho, mi sento in sintonia con la mia mente e con la mia spiritualità, molto più che in passato. La mia pelle è più bella che mai. Non faccio esercizio fisico, eppure ma sono ringiovanita. È buffo. Non suonavamo Hurtin’ on the Bottle da un bel po’ e quando ho fatto un concerto con Tyler Childers mi sono detta: farò un po’ dei miei pezzi country. Suonavo ancora Since You Put Me Down e Hands of Time, canzoni in cui si percepisce quanto l’alcol mi stesse facendo male e quanto bevessi per autodistruggermi. E Hurtin’ on the Bottle è una cazzo di canzone triste. Jeremy m’ha detto: «Non bevi nemmeno più e vorresti suonare dei pezzi che parlano di quello? Pensi che questa roba abbia ancora che fare con te?». E io gli ho risposto: «Cazzo, ora mi tocca più che mai».

Se dovessi trasformare il tuo libro in un film, chi vorresti recitasse il tuo ruolo?
Oh, cavolo, che bella domanda. Mi è piaciuto Licorice Pizza. [Alana Haim] è stata incredibile. Mi è piaciuto il fatto che il direttore del casting abbia notato il suo naso (ride). Per cui dovremmo trovare qualcuno che abbia un profilo importante.

Foto: Alysse Gafkjen

Il tuo libro è uscito quasi in contemporanea con quello nuovo di Bob Dylan.
Lo so. Non vedevo l’ora di divorare il suo. Chronicles mi era piaciuto tantissimo e sono andata a rileggermelo mentre scrivevo la mia autobiografia.

Qual è il tuo periodo preferito di Dylan?
Il Dylan sotto anfetamina del 1966. Blonde on Blonde. Ma sceglierne uno è un casino. In passato mi sono travestita da due diversi Dylan e non era nemmeno Halloween, era per dei live tributo. Ho impersonato quello del ’66 con la camicia a pallini: avevo una parrucca, gli occhiali da sole e tutto il resto. E poi mi sono travestita da Dylan del periodo Desire, con il trucco bianco sul viso. Ho fatto un concerto con lui, anch’io ero in cartellone. Ho un poster con il mio nome sotto a quelli di Willie Nelson e Bob Dylan. Pazzesco.

Spero tu l’abbia incorniciato e apepeso in casa.
Sì.

Se avessi modo di incontrarlo, cosa gli chiederesti?
Probabilmente gli chiederei della sua arte visiva. Mi sembra che sia una delle cose più misteriose del suo personaggio e credo che sia un grande pittore. Gli domanderei anche delle luminarie natalizie che espone ogni anno.

Tu e Annie D’Angelo, recentemente, siete diventate le prime componenti donne del consiglio di amministrazione di Farm Aid. Prima o poi arriverà il momento in cui i membri più anziani non saranno più con noi. Pensate di continuare e di portare avanti l’iniziativa, in futuro?
Farm Aid era avanti sui tempi e ora ne abbiamo bisogno più che mai. Aiuta a porre l’attenzione su molte ingiustizie che subiscono gli agricoltori di colore che non ottengono prestiti e fondi tanto quanto i bianchi. E siamo a un momento cruciale per il clima e l’ambiente. Di certo cercherò di reclutare altre persone per il consiglio, gente che so che ha a cuore la causa.

Il tuo nuovo album inizia con una frase bella spavalda: “Non ho nulla da dimostrare, nulla da vendere”.
Ho pensato che fosse una bellissima dichiarazione d’intenti. Volevo prendere le distanze da ciò che tutti pensano che dovrei essere, non volevo essere bollata come una cantante country. Voglio che la gente mi prenda sul serio come autrice. Noi donne dobbiamo lavorare molto più duramente per dimostrare ciò che valiamo.

Dicono che sei troppo rock per il country e troppo country per il rock. Pensi che sia cambiato qualcosa ora? Hai più fiducia nella tua capacità di spaziare?
A volte leggo commenti dei fan che dicono che avrei dovuto continuare a fare country. E qualche mio buon amico mi ha detto che gli piaccio quando canto in modo più rock, ma che dovrei fare dischi country perché mi vengono benissimo. Il punto è che non voglio essere etichettata. Canto ancora le canzoni di Loretta [Lynn], ho appena fatto una cover di un pezzo di Billy Joe Shaver. Mi piace fare entrambe le cose e continuerò così. Fortunatamente ho avuto degli idoli come Lucinda Williams, che faceva la stessa cosa. E Bob Dylan. E Jack White, cazzo. Jack fa country e rock’n’roll: sono tutte ottime canzoni e io vorrei fare lo stesso.

Mike Campbell degli Heartbreakers suona nel tuo disco, mentre Benmont Tench è stato ospite nel precedente [That’s How Rumors Get Started del 2020]. Com’è stato lavorare con loro?
Mi sono dovuta dare un pizzicotto per capire se era un sogno o meno. Mike non fa molte collaborazioni, ma quando stavamo componendo i pezzi siamo andati a casa sua diverse volte e abbiamo scritto con lui. Ci ha incoraggiati tantissimo e abbiamo imparato molto sull’arte del songwriting solo trovandoci in sua presenza, lui ha scritto tanto per Tom Petty. Ci ha raccontato aneddoti su Bob Dylan, George Harrison e Johnny Cash ed è stato pazzesco. Ha letteralmente suonato in una sola take il suo assolo in Light Me Up.

Benmont, invece, era stato nello studio del produttore Jonathan Wilson la settimana prima di noi, per cui lì c’erano ancora il piano e l’organo degli Heartbreakers. Micah Hulscher, il mio tastierista, li ha provati e ha detto: «Quello è l’organo degli Heartbreakers, non ne esiste un altro con quel suono». È stato figo avere quelle vibrazioni nel disco.

In Radio c’è anche Sharon Van Etten. Come ci è finita?
È una delle grandi autrici della nostra generazione. In molti tentano di imitarla ed è ancora giovane. L’ho incontrata al Newport Folk Festival, ha visto il mio concerto ed è venuta a presentarsi. Ci siamo scambiate i numeri di telefono e durante la pandemia siamo diventate amiche di penna virtuali. Ci siamo mandate dei pezzi. Mi ha fatto ascoltare il suo album [We’ve Been Going About This All Wrong] prima che uscisse. Eravamo sulla stessa lunghezza d’onda come musiciste e come madri.

Ho scritto quella canzone durante una passeggiata nel bosco e gliel’ho inviata. Mi ha aiutata a rifinire il testo e me l’ha mandata indietro con tutte quelle bellissime armonie. L’ho ascoltata in auto e mi ha fatto piangere, lei per me è grandissima. È nata un’amicizia di cui avevo bisogno. Spesso, nella scena, mi sento sola e avere il suo appoggio è una cosa importante.

Perché ti senti sola?
C’è il giro del pop-country vero e proprio, ci sono gli artisti che fanno la spola fra entrambi i mondi e che vengono chiamati a tutte le premiazioni. E poi ci sono io che sono stata ostracizzata da gran parte dell’establishment di Nashville, perché il mio primo album [Midwest Farmer’s Daughter del 2016] parlava degli aspetti squallidi della scena. Nel mio secondo disco [All American Made del 2017] c’erano pezzi controversi. La gente non sa mai cosa dirò o farò e mi va bene così. Potrei sempre dire qualcosa che non va (ride). Ci sono persone che mi sostengono e mi fanno sentire a mio agio, ma credo che a volte la faccenda sia un po’ più competitiva di quanto si sappia.

Crescendo ho provato a dare sostegno alle persone che sono più o meno della mia età. Sono una grande snob a livello musicale, anche se so che a volte certe amicizie o collaborazioni potrebbero aiutarmi, raccoglierei più ascolti in streaming, ma non ce la faccio davvero. Non riesco a fare musica in cui non credo e non sono capace di leccare il culo. Siamo troppo invischiati nell’idea che le donne devono supportare le donne, altrimenti sono delle brutte persone. Io dico: e se quelle donne collaborano con razzisti e cospirazionisti? Insomma, bisogna per forza supportare tutti? E se non sono delle brave persone? Detto ciò, sostengo le donne in cui credo e lo farò fino alla fine.

Hai detto che sei giunta a un punto della tua vita in cui non ti interessano più le grandi platee o i premi. Cosa intendi?
Devo lavorare molto duramente per non perdermi nel vortice dell’ostentazione e nel denaro. In questo lavoro si sperimentano alti e bassi estremi. Quando sali sul palco o la stampa parla bene di te ti arriva una botta di dopamina. Quando non succede, è esattamente il contrario. Ho cercato di non perdermi in queste cose, perché là fuori è un casino. I social media non hanno influito solo sul mondo della musica, ma su tutto. Devi vivere connesso tutto il tempo, ma quando inizio a sentirmi intossicata spengo tutto e cerco di ricordarmi il motivo per cui all’inizio ho preso in mano una chitarra.

Anche col libro, volevo tantissimo che finisse nella lista dei bestseller del New York Times. Ho venduto un casino di copie. La prima settimana pensavamo che fosse sufficiente a entrare in classifica, ma amen, mi sono accontentata dell’orgoglio per averlo fatto. Cazzo, ho scritto un libro senza ghost writer. Ho fatto qualcosa che le ragazzine possono leggere per capire che, là fuori, non sono sole quando si sentono brutte, poco brave, senza talento. Continuate a cantare e a sognare, perché quell’altra roba non è importante. Non lo si fa per avere dei Grammy da esporre sulla mensola. È roba finta, quella. Cantare per i fan tutte le sere è il mio obiettivo di vita. E l’ho raggiunto. È bellissimo.

Scusa, è una settimana che non vado dall’analista. Mi sono fatta prendere la mano.

Da Rolling Stone US.

Altre notizie su:  Margo Price