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Margo Price è la cosa migliore successa alla musica country negli ultimi anni

Talentosa e progressista, è l’incrocio fra Linda Ronstadt, Tom Petty, Stevie Nicks e Bruce Springsteen di cui il rock ha bisogno. Nel nuovo ‘That’s How Rumors Get Started’ canta di bugie, gentrificazione, politica e droga

Margo Price

Foto: Bobbi Rich

Due anni fa, Margo Price si è esibita per tre sere di fila al Ryman Auditorium di Nashville, uno dei luoghi sacri della country music. È stata una specie di consacrazione. «La seconda sera è venuta a trovarci una bellissima ragazza spagnola chiamata Amaia. Tempo fa suonava le tastiere con me ed era sposata col bassista, una situazione molto Fleetwood Mac». Accompagnata dal nuovo fidanzato, Amaia doveva salire sul palco durante l’esecuzione di All American Made assieme ad altre amiche musiciste di Price, «tutte vestite di bianco, come angeli». Amaia aveva altri piani. È tornata in camerino con la scusa di recuperare la borsetta, s’è chiusa in bagno col fidanzato e hanno fatto sesso. Forse troppo rumorosamente. «Fatto sta che tempo dopo è arrivata una multa, a me che neanche stavo lì: 500 dollari. Rock’n’roll al Ryman, signore e signori».

Ci vorrà del tempo prima che Margo Price, 37 anni, possa tornare a fare concerti di fronte a un pubblico e rivivere storie come questa. È preoccupata, ma non ha fretta: teme il virus e quand’è in giro urla alla gente di mettersi la mascherina. Amica di Willie Nelson ed Emmylou Harris, messa sotto contratto da Jack White quando nessuno credeva in lei, Price è l’erede dei cosiddetti outlaws, i musicisti country che negli anni ’70 sfidavano col loro stile ruvido le leggi del country di Nashville. È una delle cose migliori successe negli ultimi cinque anni alla musica diciamo così tradizionale americana. È una ribelle nel cuore della country music: non perde occasione per criticare Trump, canta di parità salariale, ha punti di vista progressisti, appoggia la causa di Black Lives Matter, è una gran fumatrice di marijuana. No, non è la tipica artista country e del resto il country stesso non è quello che noi europei pensiamo sia.

Margo Price ha un paio di problemi col country. Intanto non ama essere identificata come un’artista di genere, oggi più che mai. «Guardo a Bob Dylan e a Neil Young, al limite a Linda Ronstadt, che non s’è mai fatta problemi a pubblicare musica non esattamente popolare», mi racconta dalla sua abitazione fuori Nashville dov’è stato girato in parte il video di Letting Me Down (un’altra parte è stata girata in un ospedale psichiatrico abbandonato). Il sound del terzo album That’s How Rumors Get Started, che ha pubblicato venerdì scorso, si basa su una rivisitazione di certe cose rock anni ’70, dai Fleetwood Mac a Bruce Springsteen. Per produrlo, Price ha chiamato l’amico Sturgill Simpson, un altro irregolare del country americano amato dagli hipster per le visioni sonore ‘cosmiche’, ma ignorato dall’establishment di Nashville. Su parti pianistiche che ricordano quelle di Roy Bittan (sono suonate da Mike Rojas e da Benmont Tench degli Heartbreakers di Tom Petty, uno degli idoli della cantante), Price intona melodie struggenti e rétro che suonano tristi e felici allo stesso tempo, fanno venire il magone e intanto offrono conforto. «Credo sia una questione di modulazione», dice lei, «del mondo in cui passo dal maggiore al minore, un po’ come faceva Tom Petty. O forse c’entra il fatto che nei primi due album mettevo parole deprimenti su musiche in chiave maggiore, ora scrivo testi meno tristi su musiche in minore».

L’altro problema di Margo Price col country ha a che fare con la politica. È la più radicale e sfacciata sostenitrice di una riforma delle politiche culturali e razziali di Nashville, e non perde occasione per farlo notare. L’ultima volta è accaduto l’11 luglio quando, durante il livestream del Grand Ole Opry, una istituzione dell’industria country, ha invitato a chiamare a suonare Lady A, la cantante di Seattle di colore a cui il trio country-pop Lady Antebellum ha cercato di sottrarre il nome dopo aver eliminato la parola “Antebellum” dal proprio. Nel singolo Twinkle Twinkle, oltre a puntare il dito contro la cultura della celebrità, mette in dubbio la narrazione trumpiana di un passato americano immacolato. «Il fatto che sia esprima delle opinioni politiche mi ha tenuta lontana da certi circoli e mi ha tolto delle opportunità», dice lei. «Non mi danno premi, le radio country non mi passano. Hanno paura e alla fine mi va bene così: non m’interessa far parte di un mondo sessista, razzista e corrotto. E comunque va meglio ora che esprimere idee progressiste non è più tabù».

Price non è sola. Per fare due esempi a lei contemporanei, Brandi Carlile canta di che cosa significa essere lesbica e madre, Rhiannon Giddens studia le radici afroamericane della musica country. «È vero, ma hai mai visto Rhiannon prendere un CMA Award? Il country ha sempre avuto una tradizione progressista – pensa a Loretta Lynn che cantava della pillola anticoncezionale o alle canzoni di Dolly Parton sul sessismo o all’album di Johnny Cash sui nativi americani – ma non tutti la conoscono. Il country ha subito un processo di whitewashing e per gli artisti è difficile esprimere una qualunque opinione. Non sono un’esperta, sono solo una che scrive canzoni, ma pago le tasse e ho diritto a esprimermi». Dai grandi artisti che ha frequentato, da John Prine a Willie Nelson, ha imparato l’umiltà. «Stephen Stills invece si è comportato da stronzo con me», dice e racconta di quando, durante un concerto per Beto O’Rourke nel 2018, Stills le ha impedito di cantare il verso concordato di For What It’s Worth riprendendola stizzito di fronte al pubblico. «Ma vaffanculo».

Da Vogue a Vanity Fair, oggi in America tutti parlano di lei, ma cinque anni fa Margo Price faticava a trovare un contratto discografico. Figlia di un proprietario terriero a cui la crisi ha tolto la fattoria, ha fatto la barista e la musicista nel tempo libero. Ha raccontato la sua storia nel debutto autobiografico nel 2015 Midwestern Farmer’s Daughter, uno spaccato di vita americana struggente ed esaltante, con narrazioni crude che si riallacciavano al country anni ’70 interpretate in modo vibrante da una cantante che – era evidente – aveva studiato la lezione dei grandi. Se All American Made del 2017 era un disco sostanzialmente politico, dominato dall’imponente title track, That’s How Rumors Get Started parla per lo più di relazioni, anche se poi ci s’imbatte in temi come la gentrificazione di Nashville e la sanità pubblica. I due piani s’intersecano nella canzone che apre e dà il titolo al disco. Price potrebbe cantare di un ex amante che parla alle sue spalle o di disinformazione politica. «Non te lo dico, preferisco mantenere il mistero. Mi piacciono le canzoni opache che hanno un significato diverso a seconda di chi le ascolta».

Price ha registrato That’s How Rumors Get Started mentre era incinta di Ramona Lynn (nel 2010 ha partorito due gemelli, uno dei quali è sopravvissuto solo poche settimane). «Essendo incinta ero sobria e questa cosa ha influenzato il disco, la sua lucidità, la mia possibilità di vedere le cose in modo diverso». Uno dei pezzi forti del disco ricorda però i tempi sballati. S’intitola Hey Child, è una canzone scritta anni fa, ha un retrogusto gospel e racconta «i giorni in cui io e mio marito Jeremy frequentavamo un giro di musicisti di Nashville. Non eravamo nessuno ma facevamo una vita disordinata piena di droghe e alcol che neanche i Rolling Stones». Il riferimento al gospel non è casuale. «Io e Jeremy, che è anche il mio co-autore, abbiamo scritto e inciso un intero album in quello stile, ma ancora non lo pubblichiamo. Hai presente Neil Young che ha fatto uscire solo adesso Homegrown? Mi piace l’idea di tenermi un album da parte e farlo uscire in tempi di magra. Non è neanche un disco gospel. Noi lo chiamiamo gospel psichedelico. Parla di calarsi acidi e cercare di spiegare le religioni del mondo come se fossero una sola».

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