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Marcus King ha scelto di non morire a 25 anni

Quando ha notato similitudini fra la propria storia e quella di Paul Kossoff dei Free, il giovane fenomeno del rock-blues s'è dato una regolata. Lo racconta in un album che piacerebbe agli Dèi del rock anni ’70

Marcus King

Foto: David McClister

Marcus King si mette comodo e dà un sorso alla lattina di Coors Light mentre racconta delle sue premonizioni sulla propria morte. Dopo aver compiuto 25 anni, lo scorso anno ha attraversato un periodo all’insegna di gravi dispiaceri e atteggiamenti autodistruttivi. Ovunque andasse, anche nei posti più strani, sentiva i pezzi di una rock band inglese. «Passavano i Free dappertutto, anche i pezzi più oscuri che di solito non vengono trasmessi, non solo All Right Now», spiega. «Ero al ristorante e partiva Wishing Well, guardavo Devs, la serie con Nick Offerman, ed ecco Oh, I Wept a inizio episodio».

Ha cominciato a domandarsi che cosa potesse mai significare. Il chitarrista dei Free Paul Kossoff aveva una passione leggendaria per l’alcol e altre sostanze, fino alla morte per embolia polmonare a soli 25 anni. Per King le similitudini con la sua vita erano un po’ troppe per starsene tranquillo. «Mi sembravano segnali e stavo andando in paranoia, come se qualcuno o qualcosa stesse cercando di dirmi che dovevo darmi una calmata oppure avrei fatto quella stessa inevitabile fine, e anche presto».

La paura di una morte prematura ha scosso King a tal punto da spingerlo a darsi una regolata. Ora ha un aspetto più sano. L’album che pubblicherà il 26 agosto tocca questi argomenti e sembra animato dallo spirito di Kossoff e degli Dèi del rock’n’roll edonista degli anni ’70.

È un pomeriggio di metà giugno straordinariamente mite a Nashville, il che significa che ci sono circa 30 gradi e non è così umido da aver bisogno di branchie per uscire di casa. King vive in un edificio rustico degli anni ’70 nei pressi dell’Old Hickory Lake, appena fuori città, e si trova su una collinetta boscosa punteggiata da aceri giapponesi, con una fontana di pietra vicino al vialetto. Gli abiti di King sono adatti a una temperatura molto più bassa: camicia di flanella rossa a scacchi, T-shirt nera, jeans scuri. Lunghi capelli spuntano da sotto un cappellino da baseball messo al contrario. Siamo seduti a un tavolino sotto al patio, subito fuori dal seminterrato che King ha trasformato in uno studio casalingo.

Qualche giorno prima, King ha fatto un paio di ospitate nella bolgia della CMA Fest e ha fatto ciò che meglio gli riesce: spappolare cervelli di chi non si aspetta quell’impatto. Ha suonato un paio di pezzi alla Late Night Jam di Marty Strart al Ryman Auditorium, guadagnando una standing ovation per una versione catartica di Wildflowers & Wine. Ha avuto anche un momento di gloria sotto ai riflettori del Nissan Stadium, quando la Zac Brown Band lo ha invitato a cantare il brano che hanno fatto assieme, Stubborn Pride, e a fare un lungo assolo di chitarra. Il pubblico – migliaia di persone chiaramente di estrazione più country e mainstream che Americana – ha reagito con un applauso scrosciante.

Non è la prima volta che questo ragazzo originario della South Carolina, che s’è fatto notare nel giro delle jam band con la Marcus King Band, attira l’attenzione. Nato in una famiglia di musicisti, ha doti naturali che gli hanno fatto guadagnare un seguito fin da quando era teenager. Nel 2018 la Marcus King Band ha inciso col produttore Dave Cobb l’album Carolina Confessions; due anni dopo King si è dato alla carriera solista e ha iniziato a lavorare con Dan Auerbach, frontman dei Black Keys e produttore da Grammy. Il risultato della loro collaborazione, El Dorado del 2020, si distaccava molto dal rock-blues alla Allman Brothers tipico della band di King, per avvicinarsi a un country-soul delicato in pezzi come Beautiful Stranger e Young Man’s Dream. «L’ho fatto per dimostrare che posso fare anche altro, oltre alla chitarra rock’n’roll e al blues».

Nel 2021 King ha affrontato una separazione particolarmente dolorosa e ne ha parlato in alcuni brani che devono ancora essere pubblicati. Si curava, diciamo così, anche bevendo e prendendo droghe. «Era un meccanismo di difesa», dice oggi. «Non ho mai voluto restare solo. Ho un giro di amicizie bello grande, poi ho la mia band che è come una famiglia, ma in quel momento mi sono come rinchiuso in me stesso. E quando dipendi dalle sostanze finisci per credere che siano loro le tue uniche amiche».

King è andato in tour con Nathaniel Rateliff, ma si sentiva talmente male da dubitare di arrivare in fondo. «Avevo problemi di aritmia cardiaca che si manifestano quando sei in hangover, non so se sai. O forse ero solo paranoico». Durante quel tour ha conosciuto la sua attuale fidanzata, Briley, che definisce il suo «faro luminoso».

King s’è avvicinato al classic rock quando ha rivisto Auerbach, che ha convocato nomi come Desmond Child, Angelo Petraglia e Andy Gabbard per collaborare alla scrittura dei brani del nuovo album. Il tutto si è trasformato in un processo terapeutico e creativo per King.

«Ero in un momentaccio. Stavo esagerando sotto tutti i punti di vista. A livello di creatività era anche una buona cosa. Ma Dan è come un fratello maggiore ed è stato bello lavorare con qualcuno che stimi così tanto in un momento del genere. Ogni session iniziava con una piccola seduta di terapia con domande e risposte per parlare di cosa avevo in mente e di come mi sentivo quel giorno».

Dolore e frustrazione sono finiti nei brani di Young Blood, a cominciare dall’amaro addio in It’s Too Late, con un’intro che cambia tempo, e Dark Cloud, paranoica e delusa, con un riffone che avrebbe strappato un sorriso a Kossoff. In Young Blood si trovano anche tracce della disperazione di King. La violenta Pain parla di indossare una maschera per nascondere i problemi. Ancora più intensa è Rescue Me, che sembra arrivare dagli abissi in cui “vizio, cocaina e whisky” sono i suoi padroni e lui implora che qualcuno lo aiuti a liberarsene.

«Avevo un doposbronza colossale. Non avevo quasi domito. Ero depressissimo e tremavo», ricorda di quella session. «Mi sono detto: “Mi serve un momento. Se non esco mi verrà un attacco di panico”. Ho telefonato a un amico dottore dicendogli: “Sono nel bel mezzo di una session. Devo andarmene?”. E lui: “Starai benone. Solo non cercare di smettere tutto d’un colpo. Farsi ricoverare in una struttura è una buona idea”».

Ha finito per disintossicarsi da solo, a casa. Alla domanda su come sia stato, la risposta è brevissima: «Un inferno in Terra». Poi aggiunge che «è stato un periodo ricco di riflessioni in cui ho avuto modo di ripensare a ogni relazione che ho avuto e riconoscere il mio ruolo nei loro fallimenti». Si è anche ispirato a una parte del programma di disintossicazione in 12 passi e ha provato a fare ammenda con gli altri e poi con se stesso.

Qua fuori regna una calma piacevole, non ci sono i rumori della strada o della città, solo il suono degli uccelli che cinguettano e degli scoiattoli che scorrazzano tutto intorno. Il cane di King, Otis, un alano bianco e nero, arriva da dietro l’angolo e percorre il vialetto verso di noi. «Ehi, bello», gli dice King, grattandogli la testona.

King mi ha appena detto che gli piace ascoltare Megan Thee Stallion per caricarsi prima dei concerti. Gli piacciono anche Cardi B e Doja Cat, anche se probabilmente non ha nessun progetto rap in vista, a breve. Di recente ha lavorato sodo per vivere in modo più salutare. «Non capisco perché sia così difficile fare le cose che ti fanno stare bene», dice. «Ad esempio, quando sono in tour mi sento molto meglio se mi alzo presto. Medito. Faccio un po’ di esercizio fisico. Un pasto leggero. Nel pomeriggio bevo un frullato proteico. Se lo faccio per tre giorni di fila, mi sento invincibile. Ma poi mi dico: “Bene, ora però beviamoci un fiume di Coors Light, così domani mi sentirò di merda e mi ci vorranno tre giorni per riprendermi”. Mangi di merda e pensi: “Questo sì che mi farà sentire meglio, questo burrito gigante”. Non capisco come sia possibile fare diversamente. Uno stile di vita sano aiuta, ma non si può sempre rigare dritto».

La importante è che King ha iniziato a capire i benefici derivanti dal prendersi cura di sé e dell’avere coscienza di sé. «La cura e l’amore che mi sforzo di dare agli altri devo riservarle anche a me stesso. Sono sempre stato molto empatico e mi è sempre importato dei sentimenti del prossimo più che dei miei. Ora ho imparato a darmi ascolto».

Contemporaneamente, è arrivata anche la consapevolezza di essere in grado di trasformare in qualcosa di nuovo elementi presi dalla musica altrui. «È il modo in cui combino questi elementi a non essere mai stato provato prima, è il modo in cui lo faccio».

Zac Brown l’ha notato la prima volta in cui ha visto King. «È un mostro alla chitarra e ha questa capacità incredibile di trasportare le persone in un altro mondo mentre suona», dice Brown. «Non capita spesso di trovare qualcuno che dal primo istante ti sembra destinato a diventare una leggenda, ma quando ho incontrato Marcus ho avuto questa sensazione».

Come la maggior parte delle persone che combattono con l’ansia, King a volte ha l’impressione di essere nel posto sbagliato. Si mette in un angolo del backstage ai suoi concerti oppure aspetta sul lato del palco prima di esibirsi con altri, nervosissimo. Quando arriva il momento di suonare, però, è come se scattasse qualcosa. «Me ne sto lì in piedi e sono un relitto. Ma appena salgo sul palco e attacco la chitarra, tutto funziona a meraviglia e ci sono al 100%. Mi sento vivo. Mi sento libero».

Tradotto da Rolling Stone US.

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