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Marco Masini racconta Sanremo: «Temevano che il mio pezzo incitasse all’uso di droga»

Trent'anni di Ariston: le parole "ago disperato" censurate, il duetto con Dee Dee Bridgewater, la vittoria, l'incontro con Tyson. «Mi strinse la mano così forte che non riuscii più a reggere il microfono»

Foto: Rino Petrosino/Mondadori Portfolio via Getty Images

Trent’anni di carriera e nove partecipazioni ufficiali. Marco Masini al Festival di Sanremo deve molto: è lì che, nel 1990, ha iniziato a muovere i primi passi. La sua voce graffiata è riconoscibile, così come brani come Disperato, Ci vorrebbe il mare, Ti vorrei, L’uomo volante, giusto per citarne alcuni. Nel giorno in cui inizia il Festival, gli abbiamo chiesto qualche curiosità sulle sue partecipazioni.

Iniziamo dal tuo primo Sanremo. Era il 1990 e portavi Disperato tra le Nuove Proposte.
Vidi un cambiamento totale, da quando arrivai la prima volta al PalaFiori fino alla vittoria.

Da parte di chi hai visto questo cambiamento?
Di tutti. Alle prove neanche un complimento, poi piano piano, via via che il pezzo suscitava interesse, siamo arrivati al punto di chiudere il camerino: fuori c’era una folla incredibile. Mi fecero complimenti gratificanti anche sul profilo estetico.

Ah sì?
La cosa mi sorprese, perché fino a quel momento non avevo avuto una folla corteggiatrice. Mi accorsi che qualcosa era veramente cambiato da quel Sanremo lì. Ne presi atto piacevolmente, ma essendo musicista mi gratificò soprattutto il gradimento degli addetti ai lavori.

L’anno dopo ti presenti, questa volta tra i big, con Perché lo fai.
Mi vengono in mente cose belle come il duetto con Dee Dee Bridgewater. Io venivo dalla bottega di Giancarlo Bigazzi, pulivo le tastiere, scrivevo pezzi, realizzavo arrangiamenti e produzioni. Essere di punto in bianco su uno dei palchi più importanti della musica internazionale con una grandissima artista e piazzarmi addirittura in classifica tra Riccardo Cocciante e Renato Zero fu una grande dose di adrenalina. Credo sia stata fortuna, ma anche la bellezza del progetto, perché ci lavorammo tanto.

Prima di tornare a Sanremo, con Raccontami di te, ci hai messo nove anni. Come mai?
Decidemmo di impiegare quegli anni per cambiare il linguaggio e andare da altre parti a livello letterario e musicale. Vaffanculo e Bella stronza non avrebbero ottenuto il gradimento del direttore artistico di Sanremo, chiunque esso fosse. Abbiamo deciso di percorrere una strada diversa, attraverso canali diversi come la radio, una promozione più coraggiosa e un video differente rispetto a quelli dell’epoca. Decidemmo di stare fuori dal festival per seguire una via più trasgressiva rispetto a quello che stavo facendo.  

Trasgressiva?
Non trasgressiva perché inducesse a violenza o cose di questo genere, ma sicuramente una parolaccia, un turpiloquio, una risposta forte non erano in linea col linguaggio più romantico dei primi due album.

Bella Stronza e Vaffanculo non hai proprio provato a presentarle al festival?
No, non c’era intenzione di farlo. Già all’epoca di Disperato, la commissione mi fece cambiare due versi.

Addirittura…
Se senti il pezzo, non canto “con questo ago disperato in me”, ma “con questo fuoco”: temevano fosse un’incitazione alla droga. E poi ho modificato “stanotte vado e spacco la città”, visto come invito alla violenza, che è diventato “stanotte asciugo i bar della città”. E gli anni erano i ’90… Se non avessimo scritto testi così forti forse avrei anche provato con Vaffanculo e Bella stronza, ma in quegli anni era difficile farsi accettare con un linguaggio duro. Il mio primo festival fece un po’ da test di prova.

Nel 2004 vinci il festival con L’uomo volante.
Fu un anno particolare perché la FIMI ritirò gli artisti per questioni politiche e ci fu una sorta di ribellione della discografia. Fu il festival degli indipendenti.

Ma tu che c’entravi?
Io casualmente lo ero perché avevo terminato nel 2001 il contratto con la BMG Ricordi, che era la Sony, con cui poi sono tornato qualche anno dopo. Mi proposi come indipendente, come produttore di me stesso, e presentai L’uomo volante. Era il festival di Tony Renis, presentato dalla mia grande amica Simona Ventura che era sposata con Stefano Bettarini, giocatore della Fiorentina. Mi sentivo in famiglia.

Ti aspettavi di vincere?
Sì, me lo aspettavo. Credevo molto nella canzone. Sentivo che mi era uscito qualcosa di bello, di emozionante, ed ero abbastanza certo che il pubblico potesse condividere con me un momento vero e storico.

Perché?
Perché comunque i 40 anni ti portano a desiderare un figlio, un confronto, un cambio esistenziale, di vita, sociale, di conseguenza sentivo che questo cambio era nell’aria per la mia generazione, per il mio pubblico e non. Poi sono musicista, realizzo e arrangio me stesso e gli altri. Un po’ il fiuto ce l’ho, se un brano è più forte di un altro me ne accorgo. Dopo aver ascoltato i pezzi alle prove, mi resi conto che il mio avrebbe potuto avere un percorso – magari non vincente fino in fondo – ma comunque lungo.

Da trionfatore ritorni a Sanremo l’anno dopo con Nel mondo dei sogni.
In quell’occasione, dietro al palco, incontrai Mike Tyson, ospite di quell’edizione. Ho sempre seguito la boxe perché mio padre era un grande fan di Muhammad Ali. Così, quando mi trovai davanti Tyson non ho resistito e mi sono presentato. Ovviamente non mi conosceva, ma aveva capito che ero un cantante in gara. Mi strinse la mano talmente forte che non sono riuscito a tenere il microfono in mano e nemmeno a suonare il pianoforte.

Un brano presentato a Sanremo che non è stato preso?
C’è stato un approccio nel 2011 per una canzone, ma non ero neanche tanto convinto. Ne parlai con il direttore artistico, Gianmarco Mazzi, ma non mi presentati ufficialmente e non fui scartato. Avevo un dubbio.

Che brano era?
Non ti amo più, inserito nel disco Niente di importante.

Nel 2010, nella serata dei duetti, ha accompagnato Povia sulle note del brano La verità. Come mai questa scelta?
Ero molto amico di Povia, ora ci siamo un po’ persi di vista. Avevamo un produttore in comune e mi chiesero di partecipare. Onestamente lo feci con leggerezza, senza pormi troppi problemi, la canzone era la sua, lui era abituato alle polemiche. Io non guardavo a quelle e non giudicavo una canzone o un’opinione, il mio lavoro è fare il cantante, il musicista. Se vengo chiamato a farlo per un amico, lo faccio volentieri.

L’anno scorso, in gara, ti aspettavi un posizionamento migliore? Eri dato tra i favoriti.
I bookmaker non ci prendono mai. Non si può dare per favorita una canzone senza averla ascoltata e senza aver considerato il contesto. Non ero lì per vincere, sapevo che il pezzo raccontava la mia storia e volevo solo festeggiare i miei 30 anni di carriera sul palco dove è iniziato tutto. Era la chiusura del cerchio. Mi aspettavo un riscontro di pubblico e questo, fortunatamente, è avvenuto. Non conta arrivare primi o ultimi, ma trovare una condivisione emotiva con la gente. Questa cosa, dopo, è successa e dico purtroppo.

Perché?
Perché il dopo non è esistito. Finito Sanremo, con l’album in classifica, chiusero i negozi di dischi per il Covid-19. Mi seguono due generazioni e una ama ascoltare l’oggetto, più dello streaming. La prima settimana il disco è arrivato quarto in classifica, il vinile addirittura primo. Questo mi fece capire che il pubblico avrebbe condiviso con me i festeggiamenti per i 30 anni. Dopo 15 giorni, purtroppo, siamo precipitati al 99esimo posto: lockdown, interruzione della promozione, tour bloccato. Una grossa delusione visto che avevamo venduto più di 20 mila biglietti, abbiamo dovuto rinunciare a tante date e all’Arena di Verona. Parlo per me, come per gli artisti che hanno partecipato a Sanremo l’anno scorso. È stato un colpo, come per tutti i settori che vivono di folla, di gente, di pubblico, di assembramenti. Ma soprattutto per la filiera musicale: ci sono tanti ragazzi che lavorano a contratti di sei mesi, oppure occasionali.

Come state pensando di reagire alla crisi provocata dalla pandemia, con progetti creati ad hoc?
Ci auguriamo che presto si possa tornare a vivere la musica live.

Alcuni artisti stanno optando per lo streaming.
Ma non c’è partecipazione. È difficile pensare a un futuro musicale di questo genere. Credo convenga aspettare i vaccini, la cura, le monoclonali, almeno per potersi scambiare una vera emozione.

Cosa pensi, invece, del Sanremo senza pubblico?
Si può allestire un teatro come studio tv con le dovute precauzioni. Lo fanno X Factor e Amici in completa sicurezza, come altri varietà. Si poteva allestire un capannone, un teatro o un edificio. È difficile fare questo mestiere senza una relazione con il pubblico. I cantanti non sono motivati come dovrebbero, bisogna essere emozionati, condividere quell’emozione. È vero, milioni di persone ti guardano da casa, ma quelle all’Ariston ti danno la spinta, ti incoraggiano. Vale per tutti i teatri. Dovremmo cercare di metterli in sicurezza, non aspettare l’immunità di gregge per riprendere a fare musica dal vivo, perché chi fa il nostro lavoro possa esercitarlo, magari in maniera più sacrificata, ma senza paura del futuro.

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