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Marco Castello è un po’ Battisti e un po’ Mac DeMarco, un po’ siracusano e un po’ berlinese

‘Contenta tu’ è l’esordio affascinante e stralunato di un cantautore insolito. Questa è la sua storia: gli studi jazz, il tour con Erland Øye dei Kings of Convenience, il rapporto conflittuale con la Sicilia

Marco Castello

Foto: Glauco Canalis

Sorpresa: uno dei dischi italiani più internazionali degli ultimi tempi respira la Sicilia – da cui proviene il suo autore – a ogni pezzo, e questo nonostante sia stato persino registrato a Berlino. Si chiama Contenta tu, è l’esordio di Marco Castello e in Europa esce col marchio di Bubbles Records, mentre da noi con 42 Records, l’etichetta di Cosmo, I Cani e del conterraneo Colapesce. «In effetti il suo terzo album, Infedele, è stato uno degli ascolti che mi ha spinto a pensare “ok, voglio scrivere anch’io musica leggera in italiano”, in un momento in cui ero indeciso», conferma lui. Ma l’affinità non è solo geografica, né limitata ai due: con tutti i compagni di etichetta, in realtà, Castello condivide l’idea di una via alternativa, più sfumata, difficile e personale, al pop.

Che, in questo caso, si traduce in un miscuglio di jazz, blues, esotismo nostrano e funk, coi piedi piantati nella tradizione e i suoni vintage in bella mostra, a sposare una voce sottilissima, testi un po’ nostalgici e melodie sbarazzine, però pure sornioni, mai micidiali. Groove, tastiere a pioggia, sensazioni d’estate e di (quasi) neapolitan power. Neanche fosse una versione cantautorale dei Nu Guinea, o una millennial di Enzo Carella. E tenendo conto: dell’ultimo Battisti con Mogol, in bilico fra l’andare e il restare di Perché non sei una mela; del primo Pino Daniele; dell’immancabile Mac DeMarco; e persino degli Audio 2. Ma senza che tutto ciò sembri appropriazione culturale o deriva rétro. Ci spiega: «Le mie radici sono lì, nella musica che ascoltavo da bambino, interamente suonata e che per questo in Italia si ferma all’inizio degli ’80. Ma per me resta la nostra musica più esportabile».

Quindi, la biografia. Quella di Castello è curiosa quasi come la geografia. Classe 1993, è cresciuto a Siracusa come uno dei tanti adolescenti di provincia, finché dopo il liceo non è andato a studiare tromba jazz alla Civica di Milano, per «un’esperienza che mi ha insegnato tantissimo ma anche convinto a lasciare il mondo del jazz, che all’estero è aperto al pop e alla contemporaneità mentre da noi è elitario, chiuso in sé stesso». Lui, al contrario, vuole «comunicare a più persone possibile», e allora dopo il diploma torna a casa. Ma è la svolta, perché «paradossalmente l’opportunità arriva lì piuttosto che al Nord», ci racconta. Nel centro storico della città, infatti, da anni vive Erlend Øye dei Kings of Convenience, e lui entra nel suo progetto La comitiva, con tanto di tour mondiale.

Foto: Glauco Canalis

Si fa contatti, e mentre i pezzi di Contenta tu – i primi in italiano, per Castello – sono pronti, ha l’opportunità di registrarli al Butterama Studio di Berlino. Lui si occupa di chitarra, tromba e batteria, Lorenzo Pisoni del basso e Leonardo Varsalona delle testiere. Una manna: «Lì abbiamo trovato strumenti che prima di allora avevamo solo visto in cartolina. Tra cui sintetizzatori anni ’70», a garantire un suono fra vintage e contemporaneo, Germania e Sicilia. Perché, dicevamo, sullo sfondo di questi pezzi con il titolo di una sola parola (Torpi, Porsi, Dopamina: «A volte li metto a caso, mi interessa che gli ascoltatori sappiano andare oltre», confessa) c’è Siracusa. Come una grande madre – citiamo dai brani – “bella ma cretina”, esotica e piena di ecomostri, in cui “camminare mano nella mano schivando merde di cane”. Qual è il problema? «Che è un posto con natura e reperti archeologici bellissimi, ma devastato dal magna magna che ha portato a costruzioni insensate, bruttissime. Su tutte mi ha ispirato una chiesa (la basilica santuario Madonna delle Lacrime, ndr) edificata in mezzo alla natura, brutalista e di cemento armato, a rovinare il panorama. Sarebbe un luogo sacro… per me è l’emblema delle contraddizioni della città». Che, come dice nella title track – forse uno dei pezzi più à la Pino Daniele del lotto, al contrario di una Marchesa 100% Carella – gioca ad abbruttirsi oltre ogni pregio.

Per il resto, allontanandoci dallo sfondo e i suoni, colpiscono i testi ironici, dissacranti (la solo apparentemente raffinatissima Villaggio) e nonostante le tante aperture a dei ricordi soffusi, mai retorici. Con Porsi, per esempio, si torna alle medie fra “cazzi sul diario”, la gita durante la morte di papa Wojtyła, i bidelli, le vhs e in generale ciò che era una scuola italiana di provincia nel 2005. E però: «Io non andrei mai indietro, né per studiare né per riavere la “voglia” che hai a quell’età. Il pezzo è solo una raccolta di aneddoti curiosi, non ha niente di nostalgico. Non capisco come la gente faccia a esserlo: io mi preferisco di gran lunga con l’autocoscienza di adesso che con l’incoscienza di allora». Zero guardare al passato insomma, meglio godersela. Appunto, Cicciona già dal titolo gli aveva portato qualche critica quando era uscita come singolo, ma in realtà è uno specchio per le allodole: «Si parla del cibo, di cucinare “cose ciccione”, che è una cosa che a me rilassa. In generale: sono uno che si concede parecchi strappi, ma la vivo serenamente. Questo è un inno al godere dei piaceri della vita senza porsi troppi limiti».

E poi c’è Addiu, forse il pezzo più curioso, sicuramente quello più straniante e affascinante. Su un tappeto di jazz frizzante e scheletrico, Castello intona un canto tradizionale siciliano che avrà secoli di età. «È una delle canzoni tramandate per via orale nella mia isola, e che negli anni ’60 l’antropologo Antonino Uccello ha registrato per la Rai per “salvarla”. È un retaggio di una realtà diversissima, ma che è arrivato persino a me, specie se penso che mio padre mi cantava una ninna nanna in dialetto che gli aveva insegnato nonna, e così a ritroso». Insomma: un po’ di quella Sicilia ancestrale è sedimentata pure dentro un neanche-trentenne come Castello. E adesso lui la canta da Berlino, in un disco che ha l’abito giusto per farsi ascoltare anche molto più in là dallo Stretto.