Marc Ribot: resistere resistere resistere (e “sponzarsi” la camicia) | Rolling Stone Italia
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Marc Ribot: resistere resistere resistere (e “sponzarsi” la camicia)

Il chitarrista è uno degli ospiti dello Sponz Fest che inizia stasera. Porta uno stile unico e le sue "songs of resistance" colte e popolari. «Sono stufo di gente che parla di stronzate radical chic senza far nulla»

Marc Ribot

Foto: Ebru Yildiz

Fare del vuoto una risorsa. È la missione di Sponz Fest, l’evento ideato e diretto da Vinicio Capossela, in scena con la sua nona edizione dal 25 al 29 agosto a Calitri e in Alta Irpinia. Tra i protagonisti, l’americano Marc Ribot, il chitarrista e compositore del New Jersey che ha contribuito al sound fumoso del Tom Waits di Rain Dogs e oltre, e che dalla fine degli anni ’70, nella New York delle avanguardie, ha attraversato i più disparati generi musicali muovendosi da innovatore e iconoclasta tra jazz, funk, noise, punk, psichedelia, ritmi klezmer e caraibici, collaborando con artisti quali Elvis Costello e Robert Plant, Diana Krall e Marianne Faithfull, Caetano Veloso e McCoy Tyner, Jamaaladeen Tacuma e Norah Jones, suonando nei Lounge Lizards di John Lurie come con i suoi Ceramic Dog e con orchestre sinfoniche e luminari del soul e dell’improvvisazione libera, John Zorn in primis.

Innumerevoli gli album pubblicati, diverse le colonne sonore a suo nome (l’ultima per la docuserie Queen of Meth, da poco su Discovery+) o a cui ha prestato il suo genio chitarristico (un esempio, The Departed di Martin Scorsese), molti i progetti sperimentali e i sodalizi collezionati nel corso della sua lunga carriera, e tra questi quello con Capossela, tanto che non è la prima volta che Ribot approda allo Sponz Fest. «Ciò che unisce me e Vinicio è innanzitutto l’amore per la musica», spiega Ribot. «Ci siamo conosciuti quando mi contattò per chiedermi di partecipare alla registrazione de Il ballo di San Vito, il suo disco del ’96. All’epoca bazzicavo la scena punk-no wave e ricordo che entrambi eravamo convinti che anche la musica italiana, se arrangiata e suonata in un certo modo, potesse avere qualcosa a che fare con un certo carattere punk-rock. In più ad accomunare i nostri percorsi c’era la figura di Tom Waits, con cui io suonavo e al quale il primo Capossela si era ispirato. Il primo, perché in seguito Vinicio è cresciuto tantissimo come musicista, è stato davvero coraggioso nel coltivare i suoi interessi sperimentando ed esplorando tradizioni diverse con i musicisti che voleva accanto a sé: grandi esponenti del rebetiko greco per il suo Rebetiko Gymnastas, poi Flaco Jiménez, poi me… E questo atteggiamento ci unisce, anch’io ho sempre lavorato così e come lui sono influenzato da tutto ciò che le mie orecchie sentono».

Lo Sponz quest’anno è dedicato alle aree interne del Paese, le cosiddette “terre dell’osso” intese come rifugi da difendere, la cui potenzialità – ha osservato Capossela nel presentare la manifestazione – «è emersa con forza in conseguenza di una pandemia che da un lato ha messo in crisi il modello urbano, ma dall’altro ha aperto nuove possibilità a luoghi in cui la geografia si è sempre imposta sulla Storia». Secondo l’autore di All’una e trentacinque circa, «è possibile, attraverso politiche mirate e l’utilizzo delle nuove tecnologie, creare le condizioni affinché le persone abbiano l’opportunità di scegliere di rimanere, di ritornare o di arrivare per la prima volta in territori solitamente visti come luoghi da cui partire».

Come l’Alta Irpinia, terra d’origine dei suoi genitori che ancora oggi porta le ferite del terremoto del 1980, e in generale tutte quelle zone che costituiscono la spina dorsale d’Italia, alle quali «lo sviluppo economico ha in gran parte riservato lo stesso destino: spopolamento, perdita dei servizi, saccheggio energetico e il diventare luogo di smaltimento di scorie e rifiuti prodotti altrove». Non a caso proprio in questo 2021 lo Sponz Fest ha allargato per la prima volta i suoi confini uscendo dalla Campania per una speciale anteprima in Emilia tenutasi a inizio luglio – la “costola reggiana” del festival.

Ora, a dispetto di un’emergenza sanitaria che impone restrizioni antitetiche allo spirito di un evento il cui motore è sempre stato l’arte dell’incontro, si entra nel vivo di una nona edizione che vuole essere «una festa come sovvertimento dell’ordine e interruzione del tempo dell’utile». Parole che ben esprimono come il rispetto delle norme anti-Covid dovrebbe necessariamente andare di pari passo con la salvaguardia dei valori di condivisione e comunanza che stanno alla base delle nostre esistenze di cittadini e membri di collettività. È a partire da qui, allora, che il cartellone dello Sponz è andato pian piano delineandosi: il risultato sono cinque giorni di concerti, spettacoli, incontri, momenti di approfondimento e tavoli di lavoro volti alla stesura di un Manifesto delle Aree Interne e che vedranno sul palco non solo musicisti, da Iosonouncane a Matt Elliott a Daniel Blumberg, da Martirio e Raúl Rodríguez a Dome La Muerte, ma anche, tra gli altri, registi (Alice Rohrwacher), scrittori (Giuseppe Catozzella, Donatella Di Pietrantonio, Licia Giaquinto), e ancora l’accademico Alessandro Portelli, lo storico Carlo Ginzburg, la giornalista Annalisa Camilli, il monaco e saggista Enzo Bianchi.

Reduce dalla pubblicazione di un nuovo disco con i Ceramic Dog, Ribot è atteso per due appuntamenti: la notte di venerdì 27 agosto, armato della sua inconfondibile chitarra, sarà impegnato nella performance Meditations on BONES; sabato 28 si unirà allo stesso Capossela e a una banda d’eccezione composta da Alessandro Stefana, Vincenzo Vasi, Raffaele Tiseo, Giovannangelo De Gennaro, Andrea Lamacchia e Giuseppe “Spedino” Moffa, assieme a Paolo Simonazzi con le sue zampogne e i suoi strumenti antichi e a Peppe Leone, munito di percussioni di pietra e ossa. «In entrambi i casi non so cosa farò. Il set solista sarà probabilmente acustico, ma il bello è proprio questo: quando suono in solitaria non so mai cosa accadrà, semplicemente mi siedo e suono qualsiasi cosa mi passi per la testa, pescando dal mio repertorio e dai miei album. In alcuni momenti improvviso, in altri suono brani jazz, in altri strambe versioni di pezzi pop; potrei attingere dal mio Silent Movies del 2010 come dall’album che ho dedicato al compositore haitiano Frantz Casseus».

È con quest’ultimo, suo mentore, che Ribot ha inizialmente studiato chitarra. In realtà da bambino aveva scelto la tromba, ma l’aveva poi dovuta accantonare a causa dell’apparecchio ai denti. Non è che uno degli aneddoti che racconta nel documentario del 2007 The Lost String della francese Anaïs Prosaïc e che riaffiora nel recente libro, il suo primo, Unstrung: Rants and Stories of a Noise Guitarist, uscito negli Stati Uniti solo poche settimane fa per Akashic Books. «Ci sarà anche un’edizione italiana, sono contento. Non avevo mai pensato di pubblicare nulla, ma scrivo da sempre, è un’altra cosa che mi accomuna a Vinicio, che come si sa è anche scrittore. Ma non ci si immagini un’autobiografia, semmai ho assemblato una raccolta di miei testi, racconti, più della metà di fantasia, e saggi, molti dei quali su esistenze e idee di altri, da Robert Quine a Hal Willner a Derek Bailey. La scrittura è un processo interessante, fissa i pensieri in una forma fisica e questo fa sì che diventi difficile dimenticarli, e rende le nostre contraddizioni evidenti piazzandocele davanti agli occhi e dandoci così la possibilità di pensarle più a fondo fino a risolverle o, in alternativa, di elaborarle creativamente per renderle belle o almeno tollerabili».

L’incipit del libro recita: “Hi. My name is Marc. I’m a guitarist who points extremely loud amplifiers directly at his head. Very often”. Non che questa sia l’unica peculiarità di Ribot, noto per il suo stile fusion, estremamente eclettico e multiforme, e per la sua infinità curiosità nei confronti di mondi lontani dal suo: basti pensare a Songs of Resistance 1948-2018, opera dedicata ai canti partigiani antifascisti della Seconda guerra mondiale, alle canzoni del movimento per i diritti civili degli Stati Uniti e alle ballate di protesta messicane, che vede tra gli ospiti Tom Waits e Steve Earle. «Ci ho impiegato due anni a chiudere quel disco, ma la prima idea mi è venuta dopo l’elezione di Donald Trump. Cosa significa per me resistere? Andare oltre la protesta: la protesta si ha quando si fa appello a un potere affinché cambi le cose e nel fare ciò quel potere lo riconosci; la resistenza è quando dici no, io quel potere non lo riconosco, perché è sbagliato e quindi devo combatterlo. E molto di questo si lega anche alla Resistenza italiana, per questo l’album include una cover di Bella ciao. Ovviamente i tempi cambiano, ma il mio impegno politico si ispira a quel tipo di movimenti».

S’intitola invece Hope il nuovissimo quarto album registrato a pandemia già in corso e targato Ceramic Dog, come si chiama l’energico trio formato da Ribot con due dei migliori talenti della nuova generazione rock underground e sperimentale newyorkese e californiana, Shahzad Ismaily al basso e all’elettronica e Ches Smith alla batteria. È uscito a giugno e comprende la traccia The Activist, brano che probabilmente Ribot non mancherà di proporre, pur rivisitato, allo Sponz Fest: un avvincente spoken word intriso di sample, in bilico tra funk, hip hop, punk e sperimentazione, in cui l’acclamato chitarrista oggi 67enne mette in luce i limiti di molti attivisti politici dediti più a farsi belli sui social o nei loro salotti privilegiati che ad agire per cambiare veramente le cose.

«Sono un po’ stufo di vedere tutta questa gente andare a incontri dove si parla di stronzate radical chic senza fare né combinare realmente nulla», afferma il chitarrista di origine ebraica prima di definirsi post hipster. Ossia? «Negli Usa, negli anni ’50 e ’60, il termine hipster indicava una particolare categoria di bianchi che tentavano di imitare la cultura black e di prenderne parte: ne parlano il celebre saggio di Norman Mailer, The White Negro, e un libro del ’46, Really the Blues di Milton ‘Mezz’ Mezzrow, musicista jazz bianco che negli anni ’20 del Novecento fu tra i primi hipster nell’accezione che ho appena descritto, uno che fondamentalmente si credeva un nero nel corpo di un bianco. A quei tempi essere hipster in quel senso era cool, ma dopo l’uscita del libro lo stesso Mezzrow ricevette delle critiche e ora siamo in un’ulteriore fase in cui si parla di appropriazione culturale e a mio parere per delle ragioni giuste. È complicato per me riflettere su questo, perché, come si sa, sono cresciuto nei sobborghi del New Jersey ascoltando black music alla radio, musica che mi ha appassionato da subito e che ho poi studiato e mescolato con altro e che tutt’oggi mi interessa».

Gli chiediamo se il dibattito odierno gli ha fatto sorgere dubbi sul suo lavoro di esplorazione della tradizione blues, soul, jazz, funk. La risposta: «Sai, il mio rapporto con la musica è una battaglia costante, un continuo rimettermi in gioco: come in tutte le relazioni ti senti coinvolto, poi ti viene detto che stai sbagliando qualcosa, allora discuti e capisci cosa cambiare. Da questo punto di vista non c’è mai riposo, diciamo che come post hipster mi ritengo un musicista che apprezza la cultura afro-discendente in modo rispettoso e nella consapevolezza che quella cultura è legata a una lotta contro i privilegi di alcuni e le discriminazioni di altri che è sacrosanta».

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