C’è un momento, nella carriera di un’artista, in cui le mode, il suono del momento, cominciano a diventare quasi rumori da tenere sullo sfondo. Il momento in cui si presenta, puntuale, una domanda, la ricerca di una direzione, di un significato che appartenga. Per Mara Sattei quel momento ha preso la forma di un disco scritto in quattro anni, il primo da solista dopo Universo, il primo di cui è l’autrice principale. In mezzo c’è stato Sanremo 2023, Casa Gospel con il fratello thasup, le collaborazioni, i singoli e le hit estive.
Ma dietro il sipario, mentre tutto il resto andava avanti, c’era questo lavoro lento e ostinato: scrivere e riscrivere canzoni, aprire brani e lasciarli riposare, buttare via strofe intere per poi ricominciare da una prospettiva diversa. Il risultato si chiama Che me ne faccio del tempo ed è il disco in cui per la prima volta la sua voce non è solo timbro, ma racconto. Sedici tracce firmate da lei, un suono che si allontana dal mondo di “prima” per cercare il cantautorato, il pianoforte, le ballad, lo studio con una band. «Avevo la necessità di far arrivare un’altra parte di me, un animo più cantautorale», racconta. «E avevo la necessità di farlo adesso». Il titolo stesso nasce da una domanda che si è fatta lungo quel percorso: «Cosa faccio del mio tempo? Dove lo canalizzo, su cosa lo posso investire?». Una frase scritta di getto in un brano che nel disco non è neanche entrato, ma che ne ha definito il senso.
Prima dell’album e del ritorno a Sanremo 2026 con un pezzo interamente suo, c’è stata una settimana che ha cambiato qualcosa. A Dublino, per Jameson Distilled Sounds, il laboratorio creativo di Jameson Irish Whiskey che ha messo nella stessa stanza più di venti musicisti da ogni angolo del mondo con Anderson .Paak a fare da guida. Per Mara è stata la ricarica che non sapeva di cercare, arrivata nel momento in cui ne aveva più bisogno: «L’ho preso come se fossi in un campus. Stavo pensando solo a godermi la musica, a viverla come una passione, non solo come un lavoro». Ha scoperto artisti che venivano dalla sua stessa storia, voci cresciute cantando in chiesa, ha parlato di musica R&B fino a notte fonda, con molti di loro è rimasta in contatto, magari per future collaborazioni, chissà.
Un percorso partito da Dublino che ora arriva a Roma: il 17 marzo, giorno di San Patrizio, Mara Sattei suona all’Hacienda per la tappa romana di Jameson Distilled Sounds, l’appuntamento firmato Jameson che passerà anche al GAAARDEN BY AUDIOTECA di Napoli il prossimo 10 Maggio. L’abbiamo incontrata a poche ore dal concerto.

Foto: Jameson Irish Whiskey
Partiamo facendo un punto su queste ultime settimane: ti sei ripresa dal delirio Sanremo?
Non del tutto, dico la verità. Sono ancora un po’ nel vortice. Le emozioni che provi durante quella settimana sono così intense che per riprendersi ci vuole tempo. Però sto programmando una vacanza a fine mese, stacco e mi rimetto in sesto (ride, ndr).
Sei tornata all’Ariston dopo tre anni, e questa volta con un pezzo scritto da te, molto più personale. Com’è stato risalire su quel palco?
È stato un Sanremo stupendo. L’ho vissuto veramente bene, me lo sono goduta. Ho provato tantissime emozioni, mi sentivo diversa rispetto alla prima volta: più consapevole, con un progetto più completo alle spalle.
Venerdì sono poi uscite in digitale le ultime tracce dell’album, tra cui mi penserai con Elisa. Per un’artista della tua generazione, cresciuta con la sua musica, immagino che lavorare con lei abbia un significato particolare.
Per me è stato un sogno, ancora non ci credo. Vedere il mio nome accanto a quello di Elisa è una cosa indescrivibile. È nato tutto dalla musica: ho scritto la canzone e gliel’ho fatta avere un po’ in punta di piedi, chiedendole se le piacesse. Ho trovato un’artista incredibile. Lei si è messa completamente a disposizione del brano, ha scritto la sua strofa in una settimana. Si è creata una connessione molto profonda, umana e artistica. Alla fine di questo viaggio ci siamo dette che l’unione delle nostre voci aveva creato qualcosa di quasi spirituale, lei stessa l’aveva detto. Mi penserai è un brano a cui tengo tantissimo, un grande regalo.
Oltre a Elisa, nel disco ci sono altre collaborazioni molto a fuoco: Noemi, Mecna, Ultimo come autore. La scelta degli artisti con cui lavorare, da dove parte?
Parto sempre dalla musica e da quello che immagino nella mia testa: una voce, una penna. Per gran rumore con Noemi, ad esempio, la sonorità del brano mi ha richiamato subito la sua vocalità. Era tanto che volevamo fare qualcosa insieme, gliel’ho fatto avere, è venuta in studio, e da lì è partito tutto. È un grande scambio, che poi è quello che la musica dovrebbe fare: non forzare nulla, ma creare qualcosa che nasce prima dal suono. In questo disco mi sono impegnata a sperimentare, a cercare cose nuove e inedite. Collaborare con artiste come Noemi e come Elisa, ma anche con la penna di Ultimo, è stata una grandissima esperienza. Con lui ci siamo incontrati a casa sua a Roma, al pianoforte, e abbiamo lavorato al brano insieme. Uno scambio creativo incredibile.
Il disco arriva a quattro anni dal precedente album solista, che nella discografia moderna è quasi un lusso. Tutti i brani portano la tua firma, la tua figura è molto più centrale. Com’è nato questo desiderio di metterti al centro?
È partito da un momento in cui avevo la necessità di prendermi tempo e spazio. Quando scrivi certi brani devi vivere, devi attraversare delle emozioni per poter essere soddisfatta di quello che esce. Dopo il 2023 sentivo il bisogno di dedicarmi a questo. E devo dire che l’album è stato quasi terapeutico, ci ho riversato dentro tutte le mie emozioni. Ci tenevo che le parole fossero centrali, perché volevo raccontare delle storie. Universo era un album dove esploravo tanti mondi e giocavo con le metriche e con un sound, che comunque resta mio. Con Che me ne faccio del tempo però volevo far arrivare un’altra parte di me, il mio animo più cantautorale. I brani sono cresciuti insieme a me in questi quattro anni: li riaprivo, li cambiavo, riscrivevo le seconde strofe. Tante canzoni non sono entrate nel disco, perché in tutto questo tempo ne ho scritte veramente tante. Quelle che ho fatto uscire erano le canzoni che sentivo parte del viaggio, del racconto. È nato così.

Foto: Jameson
Sembra che questo tuo percorso sia rispecchiato dal titolo del disco, Che me ne faccio del tempo, da dove nasce?
Nasce da una frase che avevo scritto in un brano che poi nel disco non è neanche entrato. È una frase che mi ha fatto riflettere molto. Noi artisti, quando siamo da soli, ci chiediamo spesso cosa ne facciamo del nostro tempo, se quello che investiamo per essere artisti ha un senso. Quando ho deciso di prendermi questi anni per scrivere, a un certo punto mi sono chiesta: “Ma io adesso cosa faccio del mio tempo? Dove lo canalizzo? Su cosa lo investo?”. Mi piaceva questo gioco di parole, che può essere una domanda o un’affermazione. Raccoglieva l’essenza dell’album, e ho deciso di tenerlo così.
A livello musicale c’è una svolta netta rispetto ai lavori precedenti, anche rispetto al legame con thasup. Quanto ha influito questa voglia di imporre la tua visione?
Ci tenevo che uscisse un’altra anima, che è mia. Sono nata con il cantautorato, con la musica italiana, sono cresciuta con la musica suonata. E questo è un album prettamente suonato: tante ballad, tanto pianoforte, strumenti veri. Ha un’identità diversa, che però appartiene a Mara. Avevo la necessità di differenziare, di far vedere un’altra parte di me. E avevo la necessità di farlo adesso. È nato tutto da lì.
In questo percorso si inserisce anche l’esperienza con artisti da tutto il mondo e con Anderson .Paak per Jameson Distilled Sounds. Come si colloca rispetto a tutto il resto?
È stata un’esperienza incredibile. Anderson .Paak è un artista straordinario, ci ha dato tantissimi consigli. Abbiamo anche suonato davanti a lui, ed è stato surreale. È una persona molto centrata, che ha dedicato tutto al proprio lavoro. Si vede che è arrivato a quei livelli grazie alla sua personalità e alla sua precisione. Quella settimana mi ha dato una carica assurda, mi ha riempita a livello musicale e creativo.
E lo scambio con gli altri artisti? C’erano musicisti dalla Nigeria, dal Kazakistan, dall’Indonesia, dal Portogallo.
È stato bellissimo. Ho conosciuto moltissimi artisti e con diversi di loro ho condiviso la musica gospel. Tutto è partito da Kirk Franklin, che è uno dei miei preferiti in assoluto: appena arrivata a Dublino era appena uscito il suo disco, ho iniziato a parlarne con gli altri artisti e si è aperto un mondo. Ho scoperto tanti ragazzi che venivano dalla mia stessa storia, che come me avevano iniziato a fare musica cantando in chiesa. Anche Anderson .Paak viene da quel mondo. Quello è stato il mio primo canale di connessione con tanti di loro. Con molti, poi, siamo rimasti in contatto.
È una scelta abbastanza inedita, per un progetto di un brand, mettere insieme artisti con background così diversi. Come ti sei trovata in quel contesto?
L’ho vissuto come se fossi in un campus. Pensavo solo a godermi la musica, a viverla come passione e non come lavoro. Con la curiosità di chi vuole scoprire da dove viene l’altro, perché ha iniziato a fare musica, cosa lo muove. In quei giorni ci siamo confrontati, ci siamo scambiati ascolti, abbiamo passato nottate intere a parlare di musica e a scambiarci idee.
Il progetto Jameson è arrivato mentre eri nel pieno della lavorazione dell’album. Può essere stato anche un momento di respiro?
Assolutamente. È stato esattamente quello. Avevo la necessità di ricaricarmi come persona, e quella settimana è stata incredibile. Non saprei descriverla a parole.
Anche gli Eternal Love, che avevano partecipato anche loro a Jameson Distilled Sounds, avevano raccontato le stesse impressioni.
Con gli Eternal Love abbiamo legato tantissimo, sono due grandi. Il 17 suoniamo di nuovo insieme e non vediamo l’ora. Ma vale per tutti gli artisti che ho conosciuto lì: ci seguiamo sui social, ci scriviamo, continuiamo a scambiarci idee. Si è creata una connessione vera, è stata una settimana che ci ha riempito tutti.
Parlando appunto della data del 17 marzo: suonerai dal vivo e ci sarà anche un talk. Cosa possiamo aspettarci?
Il talk sarà in linea col progetto di Jameson, parleremo della direzione musicale del mio nuovo disco, la nascita dei brani e del nuovo approccio cantautorale
Dopo l’Ariston e il live per Jameson, a novembre c’è il tour nei club con il nuovo album. Come va la preparazione?
Sono molto emozionata. Non vado in tour da due anni e per me la dimensione live è una vita intensa ma bellissima. È il momento in cui la musica prende vita, e per un artista è la cosa più importante. Non vedo l’ora di portare questo album sui palchi, di vedere i miei fan, di vedere le persone che cantano le mie canzoni.
Hai scelto i club, che è una scelta particolare. Dato le tonalità più cantautorali dell’album, come si tradurranno dal vivo?
Porterò la mia band, sarà tutto suonato. Voglio fare una figata, dico la verità. Ce l’ho già in mente, devo solo concretizzare il tutto.















