A 60 anni appena compiuti, Manuel Agnelli non fa bilanci: rilancia. Suoni dal futuro è il progetto con cui prova ad accendere una nuova scena musicale: «L’obiettivo non è distruggere un sistema, ma aprire una nuova possibilità». Lo abbiamo incontrato a Milano e il discorso si è allargato. Ai giovani che «non vedono un futuro e si giocano tutto nel presente», la prima generazione «destinata a stare peggio dei propri genitori», ma che ha la stessa urgenza che animava i suoi anni ’90 quando «non solo vivevamo di musica senza passare in tv o in radio, ma ci vivevamo molto bene» e «facevamo più paganti del nazionalpopolare». Almeno finché quella scena, ci ha spiegato, non ha deciso di auto-ghettizzarsi.
Poi, per il frontman degli Afterhours, è arrivata «una generazione molle», l’indie della posa che ha lasciato campo libero al «materialismo cosmico», alimentato dai media e dai social che «sono un gigantesco deposito di letame». Nel mezzo MTV che «ha contribuito a uccidere una generazione», Morgan «il più bravo di tutti in tv» (e che Agnelli voleva di nuovo in giuria a X Factor), il mantra tossico per cui o fai San Siro o non sei nessuno, e un’industria drogata tra streaming factory e intelligenza artificiale («una grande sbornia per ubriachi di futuro»).
Non chiedetegli di cambiare idea su TonyPitony («un ottimo performer, ma da villaggio turistico di lusso»). Manuel Agnelli punta sulla nuova scena, ancora in stato germinale, ma che è convinto «non è una moda, non è un trend: è una necessità». In contrapposizione a quella che, secondo lui, è la fotografia del popolo che siamo diventati: «Volgari ignoranti tornati indietro di cinquant’anni».
Come si crea oggi una nuova scena musicale oggi?
Negli anni ’90 ho contribuito a crearla e so come si fa. L’obiettivo non è distruggere un sistema, ma aprire una nuova possibilità. Costruire un sistema alternativo, non necessariamente distruggendo l’esistente. C’è spazio per tutti. È chiaro che all’industria fa comodo monopolizzare il mercato ed è più facile se possono promuovere un’unica idea.
Alcuni musicisti della tua generazione sono scettici. Come te lo spieghi?
I musicisti critici hanno dai 50 anni in su. Non possiamo aspettarci che siano loro a cambiare le cose. Hanno fatto quello che dovevano fare. Io a 60 anni ho ancora idee ed energie, però quel tipo di forza che ti spinge a fare qualcosa, al di là che convenga o meno, inevitabilmente ti passa. Un po’ perché hai già realizzato qualcosa, un po’ perché cambi totalmente direzione. Ma penso che il problema dell’Italia sia sempre il “però”.
A un certo punto si innesca la disillusione rispetto alla possibilità di cambiare?
La disillusione è giustificata. Se uno vuole sedersi sulla disillusione, faccia pure: io non ce la faccio. Una scena non si riforma in un mese o in un anno, ma qui una scena c’è già. Io l’ho vista. Non mi sono alzato una mattina dicendo: adesso vado a trovarmi dei ragazzi per questo progetto. Questo progetto serve ad alimentare qualcosa che già esiste.

Foto: Hugo Weber
Quanto è stato importante, per renderti conto di una nuova scena, il rapporto con le nuove generazioni, per esempio attraverso tua figlia musicista e la frequentazione dei live?
Anch’io ho avuto periodi di stanchezza, ma non ho mai smesso di girare nei locali per ascoltare musica e di collaborare con persone delle nuove generazioni. A X Factor ho collaborato, e sto ancora collaborando, con giovani musicisti. Come i Little Pieces of Marmelade, che sono diventati una delle mie band e ai quali ho prodotto un disco. Oppure i Bengala Fire, che sono collaboratori diretti di Carne fresca a Germi e ora di Suoni dal futuro. Senza dimenticare lo spettacolo teatrale Lazarus su David Bowie con Casadilego. Certo, mia figlia mi ha spinto a capire meglio che qualcosa si stava muovendo davvero, soprattutto dopo essere stato ad alcune rassegne dove ho visto lo spirito che hanno.
Cosa ti colpisce di più di questi ragazzi?
Hanno una forza trascinante. Una freschezza che a me piace e mi stimola tantissimo. In questi concerti, dove suonano tre o quattro band a sera, si scambiano gli strumenti e suonano senza pensare al successo. A livello stilistico c’è una grande varietà, ma hanno anche una visione e un pubblico. È come per quelli della mia generazione: negli anni ’80 e ’90 andavamo in giro in posti improbabili, con il furgone quando c’era, per suonare di fronte a poca gente. Però eravamo convinti che ci fosse qualcosa che stava per nascere.
Quindi oggi serve soprattutto creare le condizioni perché questa scena emerga?
Io vorrei contribuire a velocizzare l’ascesa di questo movimento. In questo modo, invece di dieci anni, ce ne potrebbe mettere cinque. E spero di accendere un piccolo fuocherello sul fronte dei locali live. Ci sono tanti locali come Germi in Italia che non hanno la mia faccia per avere visibilità, e mi auguro che questa iniziativa serva a dare coraggio a chi già dà spazio a musicisti emergenti o a chi vuole buttarsi in questa attività.
Che ruolo ha avuto la rassegna Carne fresca a Germi in questo percorso?
È una rassegna che ci ha dato la possibilità negli ultimi anni di offrire a questi ragazzi dei punti di riferimento. Germi è piccolissimo, non è una questione di pubblico: per loro è una forma di accreditamento. Detta semplice: suonate qui perché avete l’attitudine giusta. E questo è un primo aiuto.
Com’è nato il coinvolgimento della Siae?
Ci siamo trovati a parlare della situazione odierna della musica italiana, con gli attuali autori che poi autori non sono, perché fanno parte di team di composizione. E gli ho spiegato che esiste anche una nuova e diversa scena di autori che scrivono le proprie cose.
Erano consapevoli di questa scena?
È normale che non lo fossero del tutto, perché quello che si sta muovendo adesso è in forma embrionale. Me ne sono accorto un paio di anni fa. Era difficile da raccontare allora. Io l’ho tenuta d’occhio perché mi era già successo qualcosa di molto simile da ragazzo, quindi ho alzato le antenne. Ma chi non ha fatto questo percorso fa fatica ancora oggi a vederla. Non a caso ci sono musicisti che hanno delle resistenze, figurati un ente gigantesco come la Siae. Devo dire, però, che sia il presidente Salvatore Nastasi che tutto il consiglio sono stati entusiasti di abbracciare il progetto, e io non ci avrei mai sperato.
In cosa questa nuova generazione ti ricorda la tua?
Il fanculo ai però e ai distinguo. Noi vogliamo fare questa cosa e la facciamo. Questo atteggiamento passa attraverso mille errori, cambiamenti e ripensamenti, ma un po’ di casino con la nostra scena l’abbiamo fatto. Io personalmente, e non solo io, sono quarant’anni che vivo bene facendo esattamente questo.
La tua esposizione nazionalpopolare arriva con X Factor 2017, ma prima con gli Afterhours avevi già alle spalle una carriera trentennale molto solida. Era la dimostrazione che si poteva vivere di musica anche senza un’ampia popolarità?
A volte circola la leggenda che prima di X Factor non ci cagava nessuno. È un’informazione, se non da chi è in malafede, sicuramente da malinformati. Tutta la generazione degli anni ’90 poteva vantare migliaia di persone live: dai 2000 ai 7000 paganti. Il record di paganti noi l’abbiamo realizzato dieci anni prima di X Factor con 146 concerti in un anno in tutto il mondo. Non solo vivevamo di musica, ma ci vivevamo molto bene. Parallelamente abbiamo sviluppato progetti enormi, come il Tora! Tora!, che ha portato in giro la scena in eventi da 10 a 40 mila persone. E ce ne sono stati altri. Naturalmente X Factor mi ha dato una visibilità nazionalpopolare che prima non avevo: adesso il posto al ristorante lo trovo sempre e i bambini e le vecchiette mi fermano per strada per fare la foto.
E dal punto di vista lavorativo cosa ha cambiato davvero X Factor?
È stato importante, perché mi ha permesso di realizzare gli stessi progetti, ma in meno tempo e con più mezzi. È una questione di credibilità. In questo Paese visibilità è sinonimo di credibilità. Ma ci tengo a sottolineare che quella scena di cui ho fatto parte per anni, nel complesso, era molto più grande di chi andava in classifica. Facevamo molti più paganti noi dal vivo rispetto a chi era nazionalpopolare. Anche se dalle radio e dalle tv eravamo ignorati.
Allora c’era anche un forte pregiudizio interno: chi passava in radio o tv e firmava con una major era un “venduto”.
È un punto dolente di quella scena musicale. La mia generazione si è auto-ghettizzata e suicidata. Se avessimo avuto la capacità di rapportarci con i media in maniera più dinamica, avremmo ottenuto risultati maggiori. Io l’ho capito dopo con X Factor, che mi ha insegnato come stare in televisione ed essere me stesso sempre. Io non rappresentavo lo scouting, quello era lo specchietto per le allodole. Ma era l’unico posto dove si poteva raccontare la musica in tv in modo diverso da come la propagandavano, e ancora la propagandano, i media. Era uno spazio che andava occupato. Mi è convenuto e sono convinto di aver fatto bene ad occuparlo, al di là delle mie convenienze personali. Però è vero: quella scena aveva un’etica di stampo politico, ereditata dalla controcultura degli anni ’70. Non vorrei che questa generazione ci cascasse. È giusto essere integralisti, ma a livello musicale. Anche a noi dicevano di cambiare, ma non li ascoltavamo.
Quindi non è importante il contenitore, ma quello che ci porti all’interno?
Devono portare la loro musica ovunque. Questo riesci a farlo quando raggiungi una consapevolezza tale da poterti presentare in qualsiasi contesto rimanendo te stesso.
L’auto-ghettizzazione della vostra generazione è stata anche una forma di autodifesa?
Bisogna ammetterlo: è stata anche un po’ la favola della volpe e l’uva. Molta gente che non ce la faceva, e probabilmente non ce l’avrebbe mai fatta, è diventata ancora più integralista, per invidia e per un grandissimo provincialismo. La generazione dopo, anche prima dell’indie, è stata una generazione molle, che ha rinnegato la scena precedente. C’era un’invidia incredibile, aumentata dal proliferare dei primi blog e poi esplosa con i social.
Come mai?
Nei primi anni 2000 è morto un po’ tutto. Forse i due momenti spartiacque sono stati il G8 di Genova e l’attentato alle Torri gemelle a New York. Quei due eventi hanno cambiato la percezione di tutto. Comunque non avrei mai fatto X Factor se mi fossi trovato bene dove stavo, cioè nella scena alternativa. Il problema è che in quella scena ho cominciato a sentirmi male, non mi riconoscevo in quell’ambiente che avevo contribuito a creare. E ho compiuto un atto di rottura. Volevo diventare indipendente, ma anche dall’ambiente da cui venivo.
Alla serata dei duetti di Sanremo 2021 con i Måneskin avete portato Amandoti dei CCCP in una versione tutt’altro che festivaliera. Un esempio di consapevolezza?
Io sono convinto di sì, anche se non succede sempre. Nel 2009, con gli Afterhours, quando abbiamo partecipato in gara, siamo stati eliminati subito, anche se poi abbiamo vinto il Premio della critica. I cambiamenti non avvengono in un mese. Sto solo cercando di evitare che questi ragazzi facciano gli stessi errori che abbiamo fatto noi, alimentando il loro percorso, perché hanno dei sani principi. Sani perché suonano senza pensare al successo.
Negli ultimi anni il successo e i soldi sono diventati il mantra dominante.
È un demonio, questa mentalità. Avere successo e soldi è una figata, perché puoi fare quello che ti pare. Ma l’importante è non fare musica con quegli obiettivi. Altrimenti sarai disposto a fare qualsiasi cosa per ottenerli e alla fine non ti porterà niente di buono.
In cosa questa nuova generazione è diversa dalla tua?
Rispetto alla mia generazione non sono scandalizzati da chi ottiene successo e soldi.
C’è qualcosa che accomuna questa nuova generazione alle scene che in passato hanno cambiato la musica?
Che non vedono un futuro e si giocano tutto nel presente. Perché è la prima generazione che starà peggio dei propri genitori. Non ha prospettive e non sa, come non lo sappiamo neanche noi, come andranno le cose con queste guerre e crisi economiche in corso. Se c’è un ritorno all’incontro fisico, invece di usare solo i social, e a suonare gli strumenti, cantare senza Auto-Tune e scrivere le proprie canzoni secondo me è una forma di autodifesa verso l’esterno. L’unica cosa che l’ambiente l’esterno non può controllare è proprio questa. Le ultime manifestazioni di piazza molto partecipate sono un bell’inizio di consapevolezza.
Tra le critiche a Suoni dal futuro, c’è anche quella che puntare su chi non usa l’Auto-Tune sarebbe un’operazione vintage, perché l’Auto-Tune rappresenta il sound del presente.
Prima di tutto l’Auto-Tune non è vietato a Suoni dal futuro. Non c’è niente che non si possa usare, non ci sono regole. E poi, te lo dico sinceramente, chi se ne frega! Questi sono i maniaci del progresso e delle novità che accettano qualsiasi cosa nel nome della contemporaneità. Preferiscono qualcosa che fa male in nome del progresso. Sono cazzi loro! Ci sono state tante invenzioni che hanno cambiato la nostra vita e che avevano lati negativi mostruosi. Internet è una di queste: è diventata un problema. Prima o poi le persone dovranno sviluppare un’etica che non porti a usarlo in maniera così distruttiva. Adesso i social sono un gigantesco deposito di letame. E l’Auto-Tune è un’invenzione come un’altra.
Un’invenzione che ha sconvolto tutto.
Tra cinque anni è probabile che l’Auto-Tune ce lo saremo dimenticato. Come i tastieroni alla Sandy Marton o i riverberi sui rullanti degli anni ’80. L’Auto-Tune, a parte aver rotto le palle con un utilizzo massiccio, ha senso per aggiustare delle voci. Ma adesso viene usato anche a Sanremo senza ritegno. Quella roba lì sparirà, perché toglie personalità e umanità.
Come si è arrivati a questa situazione?
Ritorno alla generazione subito dopo la nostra, che ha sprecato una grandissima occasione. Ha preso tutto quello che avevamo creato noi e l’ha usato senza rialimentarlo. Una generazione che non ha portato niente, se non la fine di certi discorsi. Una scena che si caratterizzava per la posa più che per dei veri concetti. E ha lasciato campo libero a un materialismo cosmico, alimentato anche dall’industria e dai media.
Questa nuova scena può invece usare i social in modo diverso, più consapevole?
Ho fiducia che, con il tempo, ci sarà la necessità di cambiare in maniera netta. I ragazzi che sto seguendo o ascoltando hanno la lucidità per riuscire a cambiare le cose, almeno per loro.
C’è chi dice che la trap sia già finita.
Non sapremo se e quando si verificherà un cambiamento, ma per quello che posso vedere io questa generazione ha le carte in mano per cambiare la situazione in maniera decisa.
Dopo aver lanciato Suoni dal futuro, ti aspettavi un’adesione maggiore da parte di altri artisti della tua generazione?
No, ma non ce n’è bisogno. Io stesso andrò a fare le conferenze stampa in giro per l’Italia, ma a un certo punto non voglio cannibalizzare questi ragazzi mettendoci sopra la mia faccia. Deve diventare una cosa loro. Non è un problema che altri artisti salgano sul carro, così come non è un problema se non lo fanno. Noi vogliamo coinvolgere più gente possibile, poi, se c’è una scena si formerà al di là di noi. Io credo che questa scena succederà comunque. Non è una moda, non è un trend: è una necessità. La domanda è una: quando?

Foto: Laila Pozzo
Il modello dei grandi live rischia di lasciare il vuoto intorno?
«O fai San Siro o non sei nessuno» è una percezione malata, sia da parte di chi produce sia da parte del pubblico. Un grande evento, di solito, tratta il pubblico come un elemento passivo, che subisce quello che succede sul palco. I concerti più piccoli sono molto più potenti e questi ragazzi l’hanno capito. Hanno compreso l’importanza di pogare, ballare, conoscersi di persona. È molto più figo che guardare uno spettacolo seduti in poltrona.
Anche perché questi grandi eventi ora sbarcano sulle piattaforme streaming.
Te li vedi da casa con il caschetto 3D e i maniaci del progresso esultano. Ma se qualcosa è merda è merda, non si può definire in un altro modo. Il progresso causa anche lo smog, le radiazioni o la dipendenza dai social. Le invenzioni, di base, sono tutte geniali, poi sta a noi usarle nel modo migliore. Questo tipo di futuro è distopico. Non sono un luddista e non sono io che ho creato questa scena: ho soltanto colto un’esigenza guardandomi attorno. Parlando di invenzioni, ci rendiamo conto che esistono le streaming factory, che a pagamento forniscono visualizzazioni agli artisti o alle case discografiche? Per non parlare dell’intelligenza artificiale, con la musica costruita in catena di montaggio: che senso ha? Come fa a piacerci un mondo così? Solo perché è un’invenzione tecnologica? È una grande sbornia. Quelli che stanno zitti e si fanno piacere tutto sono ubriachi di futuro, anche se il futuro è alienante.
A proposito di numeri, nell’ultimo tour con gli Afterhours avete venduto 160 mila biglietti. Non hai mai pensato di farlo davvero un San Siro?
In passato non ci ho mai pensato e adesso neanche, perché lo fanno tutti. Se succede non dico no, ma non farei un progetto per arrivare a San Siro. Sono grandi eventi che non mi eccitano. Ne ho fatti tanti, ne ho visti tanti, e questa concezione del pubblico passivo non mi piace. Godere dei concerti, anche non grandi, è il senso di tutto.
Dopo il suo successo è curioso che tu non abbia cambiato idea su TonyPitony, che avevi bocciato a X Factor.
Non mi interessa niente di quello che fa TonyPitony. Per me non ha nessun valore artistico. È un ottimo performer, ma da villaggio turistico di lusso. Ricordiamoci gli Squallor o gli Skiantos. Non è necessario che uno faccia qualcosa di nuovo, ma io non ero a X Factor per trovare quello che funzionava di più sul mercato. A me di quello che funziona non me ne frega nulla, tanto per non girarci intorno. Altrimenti darei ragione a qualsiasi progetto che vende copie, intelligenza artificiale compresa. Per me un artista deve avere una visione di un certo tipo. Quel giorno eravamo quattro giudici diversi, ognuno con una direzione differente.
Mika, per esempio, era stato l’unico a promuoverlo.
Perché, evidentemente, cercava qualcosa che potesse funzionare sul mercato. A me non interessa quel tipo di linguaggio, anzi mi fa proprio schifo. Artisticamente in TonyPitony non trovo niente di speciale. Come performer è bravo, ma sai quanti ce ne sono come lui?
Anche il suo giocare sull’esclusione dal provino, trasformandola in una contro-narrazione, è diventato parte della sua comunicazione.
Non poteva prevedere l’esclusione, poi può dire quello che vuole. A me sorprende che abbia un seguito di persone che mi insultano sui social. Mi auguro che sia il canto del cigno di questo tipo di dinamiche: quelle che ti dicevo prima, «o fai subito San Siro o non sei nessuno». La gente che mi insulta usa questo sistema per giudicare: se funziona è buono, se non funziona è cattivo. Ma con questa logica la storia dell’arte non esisterebbe. Fa parte di una distorsione culturale tremenda. È la fotografia del popolo che siamo diventati: dei volgari ignoranti tornati indietro di cinquant’anni. Ma ci tengo che lo sappiano quelli che mi insultano: più lo fanno e più mi convinco che faccio bene ad arginare fenomeni del genere.
Alle critiche reagisci contrattaccando.
È vero, anche se non ci godo. L’insulto non è la cosa che mi dà più fastidio, ma il fatto che venga riportato in maniera inesatta ciò che dico. Io mi prendo la responsabilità di quello che dico, ma non posso assumermi anche la responsabilità di ciò che gli altri capiscono. La paura di esporsi e di essere criticati è figlia di Internet, dove veniamo coperti di insulti per ogni posizione che prendiamo. Come per il video che ho fatto sul referendum giustizia, con un milione e 300 mila visualizzazioni: in realtà un terzo sono insulti pesantissimi. Però non possiamo fermarci solo perché ci insultano. Sono stato criticato con gli Afterhours per Sanremo 2009 e per X Factor, alla fine cos’è successo? Ho avuto sempre più possibilità, sempre più esperienza e sempre più consapevolezza della direzione da prendere.
Vedi segnali, insieme a una nuova scena musicale, di un possibile cambiamento politico?
La musica non cambia mai niente, se non c’è già un cambiamento in atto nella società. La musica, e l’arte in generale, rappresentano e alimentano quello che sta succedendo, raramente lo creano. Per cui è difficile pensare che un movimento musicale possa cambiare qualcosa. Ma se esiste un movimento musicale o artistico, allora vuol dire che è in atto anche un cambiamento nella società, quindi nella politica. Noi ancora non lo vediamo, ma probabilmente già c’è.

Foto: Virginia Bettoja
A X Factor hai occupato uno spazio che prima era stato di Morgan. Che rapporto avete, considerando che venite dalla stessa scena ma sembrate lo yin e yang?
Siamo due persone radicalmente diverse e due artisti con visioni radicalmente diverse. Però c’è stato un periodo in cui siamo andati molto d’accordo. Devo dire che Marco, nel privato, è una persona dolcissima. Spesso dice cose giuste e, quando le dice, lo appoggio senza remore. Se poi sbraca è un altro discorso. In passato il nostro rapporto era un po’ complice e un po’ competitivo. Ricordo quando abbiamo registrato i dischi da Mauro Pagani, alle Officine Meccaniche, e ci confrontavamo spessissimo. Mi aveva fatto ascoltare un suo brano dove cantava “ti piace Springsteen? Ok non c’è problema” (Zero, ndr). Mi era piaciuto e, una volta in studio, mi ha ispirato la scrittura di Non si esce vivi dagli anni ’80. C’era una sorta di simpatica competizione, tanto che andavo spesso anche a trovarlo a casa sua a Monza.
Poi vi siete allontanati.
Ci siamo frequentati per un periodo, poi non ha importanza se le cose non durano per sempre. Detto questo, Morgan in televisione è stato il più bravo di tutti noi. E se non è stato il più bravo, è stato il primo. Ha capito prima di tutti MTV, come usare quel mezzo, che a me non piaceva e che consideravo negativo per la scena di allora. È stato il primo ad avere quella spigliatezza che funziona in tv, perché è una persona di cultura e allo stesso tempo un grande talento come divulgatore. Anche a X Factor ha inventato lui quel tipo di divulgazione, che io ho fatto mia e ho proseguito a modo mio. Ma quella porta l’ha aperta lui.
In generale i Bluvertigo erano meno legati a certe ideologie?
Se fossimo stati tutti precoci come Morgan, anche la scena di allora avrebbe avuto una potenza penetrativa maggiore nel sistema. Morgan e i Bluvertigo erano più sgamati di noi nel rapportarsi ai media. Ogni tanto Marco tende a dire cose che conosce relativamente con una sicurezza eccessiva, io invece un po’ mi vergogno, ma forse è giusto che abbia questo atteggiamento. In Italia abbiamo troppi dubbi rispetto al prendere posizione. Anzi, ti dirò di più, c’è stato un anno in cui a X Factor ho proposto che fosse giudice con me.
Questa ce la devi spiegare meglio.
In un’edizione di X Factor erano in difficoltà a trovare il quarto giudice e io ho rilanciato: chiamiamo Morgan. Magari avremmo litigato ogni minuto, però almeno ci sarebbero stati degli argomenti interessanti su cui discutere. Quando io ho lasciato, l’hanno richiamato. Anche quando ho letto sue critiche nei miei confronti ho sempre percepito da parte sua stima e rispetto. Non so se avremmo funzionato a X Factor, ma di certo avremmo parlato tantissimo di musica. Perché per noi, non ci sono dubbi, la musica è sacra.
Non avete mai pensato di collaborare artisticamente?
Credo non sia mai successo perché c’era una visione completamente diversa della musica. C’è una mia parte emotiva che, per la sua storia, ha sempre rifiutato. Quando si accendeva una telecamera lui diventava solo cervello. E a me la sola posizione intellettuale non interessava, almeno non solo quella. Io cercavo una dimensione emotiva che a lui, in quel periodo, non interessava. Eravamo distanti anche nello stile, ma questa è soltanto una conseguenza. Non ci frequentiamo da tempo, e quando ci siamo visti negli ultimi anni non c’è stato un gran rapporto, ma continuo a considerarlo un cantautore dotato, un grande bassista e una persona ricca emotivamente.
Hai citato MTV. Perché non l’hai mai considerata una televisione positiva per la musica italiana?
Secondo me ha fatto male alla scena musicale italiana. Videomusic aveva fatto bene alla scena. MTV, invece, quando è arrivata si è presa tutte le frequenze delle altre televisioni e noi siamo passati dall’alta rotazione diurna a quella notturna. Dicevano che il nostro pubblico era notturno, quando invece erano studenti che si alzavano alle 6 del mattino per andare a scuola. Infatti non ci guardavano. Se poi aggiungiamo le recenti dichiarazioni di Billy Corgan mi fa pensare che non abbia tutti i torti. C’è stato uno spegnimento da un giorno all’altro, con i videoclip dei rapper messi in primo piano. E non erano i 99 Posse o i Colle der Fomento, ma gangsta rap che non aveva nulla a che fare con la situazione sociale di allora. MTV ha contribuito a uccidere una generazione, perché sul territorio succedeva ben altro. I rapper continuano a lamentarsi, ma sono più di vent’anni che dominano le classifiche. Il rock, in Italia, non è mai stato rappresentato nei media. Eppure, se guardiamo i numeri dei live, i concerti rock sono sempre quelli che fanno più biglietti.
Giorgio Canali ci aveva detto: «La dietrologia è l’unica scienza esatta». A essere un po’ complottisti si fa peccato, ma spesso si indovina?
Sai che comincio ad avere dei dubbi? Giorgio Canali ha ragione e anche i tempi gli stanno dando ragione. Magari non su tutto, ma su tante cose sì. Il ruolo delle lobby sta emergendo in maniera inequivocabile. L’unico vantaggio di quest’epoca è che certi giochi, prima sotterranei, stanno venendo a galla. I giochi di potere dei grandi gruppi finanziari ci sono sempre stati, solo che oggi sono talmente evidenti che le persone stanno iniziando a rendersi conto della loro malignità. E la prima reazione, a differenza di quello che probabilmente si aspettavano, per fortuna non è stata di scoramento, ma di opposizione a un sistema malato.















