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«Quando ho messo il cappello, mi ero vestito da Mannarino ma non lo sapevo»

Il Brasile, musicalmente, lo emoziona. L’Italia, politicamente, lo abbatte. Due chiacchiere con il cantautore romano, che passa l’estate in tour

«Siamo un Paese che non conta niente, in cui anche giornalisti e intellettuali si devono piegare». Foto: Giovanni Gastel

«Siamo un Paese che non conta niente, in cui anche giornalisti e intellettuali si devono piegare». Foto: Giovanni Gastel

Alessandro Mannarino è in tour, a riscuotere il crescente credito tributatogli dalla gente. Ma quanto si sa di lui? Per molti è ancora quello degli stornelli 2.0, di Me so ‘mbriacato. Per altri è un cantautore politico vecchio stile. Ma forse è solo una maschera.

Approfitto del tuo curriculum per una curiosità: hai lavorato da McDonald’s. È così terribile?
Fu il primo lavoro dopo il liceo. Sono stato anche fattorino per Speedy Pizza e manovale. Non è così terribile, puoi essere te stesso ovunque. Certo, pulendo cessi tutti i giorni, alla lunga quel te stesso diventa un’altra cosa. Porti a casa i soldi, ma non ti realizzi come persona, anche perché il part-time tende a sfiancare il dipendente per sfruttarne le energie: in 8 ore produci meno che in due turni di 4. Ma è anche vero che, dopo tanti rifiuti altrui, loro mi presero. Il ricordo peggiore è la luce artificiale. Credo faccia male anche a chi lavora nei centri commerciali.

La prima volta che ti ho visto, ho pensato: toh, un cantautore col cappello. Voglio dire: De Gregori, Zucchero, Capossela…
E il mondo gitano, Tom Waits… Non a caso la prima volta che l’ho messo è stato per entrare gratis a una festa in maschera. Presi un cappello e un bastone, e mi presentai.

E cosa hai detto all’ingresso?
Per me anche solo così ero già qualcun altro… Un viveur, forse. Oppure ero vestito da Mannarino, e non lo sapevo. In ogni caso entrai.

Quindi ti mascheri tuttora?
Forse. Quando ho iniziato a esibirmi, sul palco portavo il mio sogno, ciò che avrei voluto essere: era il mio abito da supereroe, mi dava sicurezza.

Di cosa parli nelle interviste in questo periodo?
Soprattutto dell’idea del tour, che ruota attorno alle corde, alle vibrazioni, agli strumenti organici.

In realtà volevo sapere se ti chiedono dell’arresto (un anno fa, per resistenza a pubblico ufficiale, ndr) e del processo. Cosa ti ha lasciato quell’episodio?
Ho imparato certe cose. Intanto, che alle 6 del mattino la prima cosa che fa la Questura è avvertire l’Ansa. Dando la SUA versione dei fatti, che si arricchisce ulteriormente nelle altre testate e sui social. Così io ero in cella con la mia verità, e qualcuno raccontava tutt’altro. Orwelliano. Forse con le mie canzoni ho dato più fastidio di quanto pensavo.

Eppure pareva che ai media piacessi. Sei stato ospite più volte di trasmissioni Rai.
Bisogna vedere lo spazio che ti danno. Certe canzoni mi chiedevano di non farle, specie quelle anti-Vaticano.

Avevi un blog sul Fatto Quotidiano, ma da tempo non posti più. Divergenze?
No, incostanza e impegni. Ci scrivevo dei racconti e li sto tenendo per me perché vorrei farne un libro.

Ti ho chiesto del Fatto perché in un’intervista dicevi che PD e PDL si somigliano.
Posso essere più articolato. Tra PD e PDL le differenze ci sono: intanto nel mostrarsi. Poi il PD ha la fortuna di un’eredità storica, di contenuti e militanza cui Forza Italia contrapponeva la cultura della pubblicità. Ma di fatto il bipartitismo serve a tenere le cose come stanno in un Paese che non è sovrano.

Ora lo scontro è sui migranti e la solidarietà. Tu cerchi di essere vicino alla strada, alle periferie: molto razzismo viene da lì.
Ieri ero al Baobab di Roma, ho visto ragazzi scappati alla morte in mare, al deserto, al carcere e agli stupri. E l’Italia dei cristianucci gli sputa. C’è una psicosi favorita dai social network, ed è manipolata. Non è un sentimento di pancia, perché la pancia è soffrire, è sentire. La cancellazione dell’altro è un’operazione a freddo, come i nazisti che disegnavano gli ebrei come topi. Salvini e l’odio per i diversi sono un’operazione calcolata, semi gettati in un terreno reso fertile da un humus di ignoranza da media che vendono pubblicità inondandoci di scandali e servizi sui nostri amici a quattro zampe. Di Peppino Impastato si parla tanto, ma ne vedo pochi in giro. Siamo un Paese che non conta niente, in cui anche giornalisti e intellettuali si devono piegare.

Chiudiamo con la musica. Che stai ascoltando?
Reggae, musica elettronica, ma anche classica, vado da Trentemøller a Mahler. Poi, i due mesi passati zaino in spalla in Brasile mi hanno messo voglia di cimentarmi col samba, con la melodia triste che si sposa col ritmo. Ci vedo il senso della vita.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di luglio-agosto.
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