Malika Ayane: «Non ho grandi ambizioni di immortalità» | Rolling Stone Italia
Cicaleggiare

Malika Ayane: «Non ho grandi ambizioni di immortalità»

Torna dopo cinque anni con ‘Cicale’, un disco sull’età delle «sante cantonate», dell’amore adulto e della terapia. E parla anche dell’ira dei giovani, dell’avanzata dell’AfD in Germania e del caso Macklemore-Sheeran. L’intervista

Malika Ayane. Foto: Davide Edoardo

Malika Ayane

Foto: Davide Edoardo

A cinque anni dall’ultimo disco, Malika Ayane torna con Cicale. Dieci canzoni scritte con Pacifico, Andrea Bonomo, Leo Pari, Davide Simonetta, Emma Maestrelli e Dargen D’Amico. Il titolo non compare in nessun brano – come nei suoi precedenti album – e nasce da una folgorazione entomologica: le cicale restano sottoterra fino a 17 anni e poi vengono giudicate per il breve lasso di tempo in cui cantano. Tutta colpa della favola di Esopo, che lei sospetta sia stata scritta da un insonne.

Ma anche il disco si muove su un territorio di confine, tra l’esistenziale e il reale. Infatti ammette che è troppo presto per la sua My Way, ma è anche troppo tardi per l’ottimismo di Rossella O’Hara. Un’età che definisce «interessante», perché ha vissuto abbastanza da avere materiale di confronto – tra cantonate, dolori e relazioni finite – ma non abbastanza da guardare solo indietro. Dentro ci sono l’amore maturo di Animali notturni, la terapeuta che cita Valéry in Probabile, i cinque traslochi in sei anni di Diversamente, la finta felicità da cartolina di Una possibilità.

L’abbiamo incontrata tra gli scatoloni di un trasloco, quello in corso nella sede di Believe a Milano, alla vigilia dell’uscita. E ci ha parlato anche di quello che il nuovo disco incontrerà là fuori: l’estrema destra che avanza in Italia e nel Paese dove vive (Berlino), il caso Macklemore-Sheeran («una situazione ricattatoria da ogni punto di vista») e persino dell’ipotesi, per il prossimo disco, di una Malika clonata dall’intelligenza artificiale. Che, dice, potrebbe cantare note più alte e fare la promo al posto suo visto che «non ho grandi ambizioni di immortalità».

Malika Ayane. Foto: Davide Edoardo

Foto: Davide Edoardo

Un disco nuovo. Nel 2026, tra singoli a ripetizione e brani con l’intelligenza artificiale, che effetto fa?
Per me è necessario uscire con gli album. Ci ho anche provato a far uscire un singolo ogni tanto, ma più per dare dei cenni di vita. È una cosa che funziona, i brani fanno dei giretti, però non è esattamente la stessa cosa che uscire con un disco.

Fare dei giretti è una definizione originale per l’uscita dei singoli.
Ci sta uscire con dei singoli, però a me piace prendermi il tempo per raccontare un capitolo della mia vita e chiuderlo. Sarà per formazione, ma per me prima o poi devi fare un album.

Intanto dall’ultimo, Malifesto, sono passati cinque anni. Oggi è anche un lusso prendersi tutto questo tempo e ritrovare ancora il proprio pubblico?
Assolutamente sì. E speriamo che ci caschino di nuovo, per ora voi media mi sembra che ci siate cascati (ride). A parte gli scherzi, è importante prendersi il tempo necessario, però è anche una scommessa. Infatti sto provando grandissima gratitudine verso la vita e anche verso di voi, che rispondete alla chiamata a ogni uscita. Questo mi fa sentire meritevole. Anche perché siamo in un mondo dove in una settimana esce tutta la musica pubblicata nel 1984.

Solo su Spotify pare che escano tra le 60 e le 100mila canzoni al giorno.
Una bella concorrenza, vero? Però io mi sono dedicata a fare altre cose e così non ho sentito eccessivamente la pressione di dover essere onnipresente sul mercato. Perché anche se sei onnipresente, diciamo che, da qualunque punto di vista lo guardi, non è un momento facilissimo per fare musica.

Cicale è un titolo che non viene ripreso da nessun brano dell’album.
Non l’ho fatto mai, sai? Nessuno dei titoli dei miei album è mai stato dentro un brano. E poi i titoli arrivano sempre alla fine. In questo caso mi piaceva l’idea, a parte essere rimasta folgorata dalla storia delle cicale, che impiegano fino a 17 anni per uscire dalla terra e vengono giudicate per un attimo. Capisci? Per un solo attimo rispetto a tutto il resto.

A causa della famosa favola.
Maledetto Esopo! Secondo me quando l’ha scritta era insonne. Si è inventato questa cosa e ci siamo cascati tutti. Così io sono qua per ripristinare alla cicala il diritto di cicaleggiare!

Che tradotto?
Mi piace l’idea di portare lo sguardo sul fatto che quello che giudichiamo, e come lo giudichiamo, spesso si basa su una mancanza di conoscenza di dati essenziali. Come tutto quello che succede prima che una cicala canti.

Ti sei mai sentita come una cicala? Cioè ti sei mai chiesta che cosa rimarrà del tuo canto?
Sinceramente, mi salva un atteggiamento fondamentale: ritengo bellissimo poter fare questo lavoro, lo faccio con tutte le mie forze, ma non ho grandi ambizioni di immortalità. Penso sia importantissimo cercare di fare tutto il meglio possibile, con le possibilità che hai, con l’impegno massimo, con la curiosità aperta a ogni aspetto, ma poi chissà che cosa rimarrà di noi. Forse, per quanto riguarda la mia vita in generale, rimarranno anche altre cose. Nella dimensione di musicista, invece, rimarrà probabilmente qualcosa nelle storie delle persone, nei ricordi di chi ha vissuto le proprie emozioni con le mie canzoni. Ma appunto, non di più.

Di Finalmente hai detto che è troppo presto per la tua My Way e troppo tardi per l’ottimismo di Rossella O’Hara. Di solito si dice che dischi come questo sono dischi della maturità, ma nella maturità sembri avere più dubbi che certezze.
Io lo considero il mio disco del dopolavoro all’inglese.

Con la birra sul bancone al pub?
Esatto, proprio quella è l’immagine. Un disco quasi amatoriale, ma nel senso più nobile del termine. Cioè tornare a percepire che è bello fare musica, per cui facciamola con tutto l’impegno e tutta la passione possibile senza pensare troppo alla forma e alle conseguenze.

In Probabile canti che “concedersi un nuovo inizio succede ai superstiti”. Tu a cosa sei sopravvissuta?
A 40 anni sulle spalle, che non è poco. È un’età molto interessante, perché non sei ancora così vecchio da dover guardare solo indietro. Ce l’hai davanti il senso della finitezza che si avvicina, per cui inizi a pensare in un altro modo rispetto a prima. Però hai vissuto abbastanza da esserti preso delle sante cantonate, da aver vissuto dei dolori, la fine di relazioni, le delusioni con gli amici o sul lavoro. Hai abbastanza materiale per confrontarti.

Per questo in Animali notturni racconti l’amore maturo e la soddisfazione di potersi scegliere?
A un certo punto lo sai che ti abitui a tutto, no? E quindi c’è il tentativo di non abituarsi mai. È una cosa che puoi ricercare in un momento della vita, ma vorrei sottolinearlo: non solo in una relazione sentimentale, in tutte le cose che richiedono il nostro coinvolgimento diretto. E serve per non diventare né passivi né apatici.

In Probabile citi addirittura la tua terapeuta, che a sua volta cita Valéry: “L’amore consiste nel voler dire ancora”. Altri espongono le fragilità in modo compassionevole, tu invece sembri volerci giocare.
Intanto sono convinta che tutti dovremmo andare in terapia perché fa bene. La terapia ci rende meno dannosi per le persone che vogliamo conservare. Pensa a poterti lamentare due ore con il terapeuta, in pratica risparmi a un amico o a un partner tutte le tue scorie negative. Poi con l’amico o il partner ci discuti lo stesso, ma parti da uno stato di pulizia differente, sei più lucida. Eviti moltissime pesantezze.

Malika Ayane. Foto: Davide Edoardo

Foto: Davide Edoardo

In Come la prima volta ritorna Adesso e qui (Nostalgico presente), ma dieci anni dopo. È quasi un sequel?
In Adesso e qui, quando parlavo di silenzi per cena, intendevo come intendono tutti quelle coppie che stanno insieme da un sacco e non si parlano. E ne abbiamo viste una marea, adesso purtroppo anche molto giovani, che stanno insieme da poco ma scrollano TikTok mentre sono insieme. Invece ho provato a immaginare che quelle persone, nonostante i silenzi, si conoscano così bene da essere in uno stato di intimità tale da non aver bisogno di parlarsi. Se una volta il silenzio era un problema, oggi è altro. Anche qui torniamo al giudizio frettoloso, perché spesso ci manca un dato per la fantastica metafora cicalesca. Ti vedo in silenzio a cena con qualcuno e do per scontato che sia un problema, invece magari è solo che hai parlato tutto il giorno. Io ringrazio il cielo se qualcuno stasera mi fa stare zitta (ride).

In All’improvviso ci verrà da ridere paragoni le emozioni alla febbre, che però preferisci non curare e vivere appieno.
Spesso ci sono due possibilità quando senti qualcosa: o cerchi di reprimerlo o cerchi di liberarlo e assecondarlo. È come quando sentiamo che sta per arrivare la febbre, c’è chi prende la Tachipirina ai primi due gradi di febbre e c’è chi la lascia sfogare.

Tu preferisci lasciarla sfogare.
Dipende, ma di solito sì.

Nell’altra sala ci sono gli scatoloni tipici di un trasloco, un po’ come nel video di Detto tra noi. È un’immagine autobiografica?
Sì, penso di aver fatto almeno cinque traslochi negli ultimi sei anni.

Anche se in queste canzoni spieghi che traslocare non vuol dire per forza cambiare vita.
Perché non basta cambiare il paesaggio se vuoi cambiare qualcosa della tua esistenza. Devi andare più in profondità. Come per tutto, credo.

E allora perché continuare a traslocare?
Perché alcune cose devono cambiare, altre no. Quindi è meglio cambiare le case.

Quella che non sembra cambiare, almeno in Italia, è “l’ira funesta dei giovani che ho intorno”, come canti in Una possibilità. Perché, nonostante quest’ira, resta tutto immobile?
Diciamo che l’attuale, secondo me, è un momento storico di grande trasformazione. Non so dirti esattamente dove ci porterà, però in quell’immagine penso più di tutti ai ragazzi di certi luoghi, quelli che vivono dove arriva un sacco di gente come noi in vacanza ad affollare ogni loro spazio. Che è quasi una forma di violenza, una sorta di sovraffollamento senza cura. E mi piace che lo riconoscano, perché è una generazione molto attenta a come vuole vivere i propri spazi, sia fisici che mentali. È molto più attenta di quanto lo fossimo noi.

Nello stesso brano la località da cartolina utile per Instagram dici che è “un posto che non voglio”.
Per fortuna mi sembra di percepire che i ragazzi giovani preferiscono viversi le esperienze invece di farne un manifesto social, un’immaginetta da pubblicare per avere dei like.

Invece in Primavera in città ci sei tu che torni dall’ennesima trasferta e guardi le vite degli altri dalla finestra. Cos’è per te la nostalgia?
Sai che non ci penso mai? Perché pensiamo sempre alla nostalgia come alla mancanza, ma io questo senso della nostalgia non ce l’ho. A me invece piace molto mettermi a guardare dalle finestre i miei vicini, osservare le loro storie con avidità. Poi, per fortuna, nella zona dove abito nessuno ha le tende, per cui posso spiarli facilmente. Quindi, più che nostalgia è una sorta di contemplazione in assenza di giudizio.

Una contemplazione cinematografica.
Sì, decisamente. Nella pace di una dimensione domestica.

Questo disco, da una dimensione personale, ora incontrerà il mondo. Che è un luogo dove, negli ultimi tempi, tornano a crescere i nazionalismi, Italia compresa. In Germania, dove vivi, l’AfD ha appena preso il 43,8% dei voti in Sassonia-Anhalt.
Berlino non è la Germania, è una bolla un po’ particolare. Ma è vero, intorno crescono i nazionalismi. Io sono per parlarne il meno possibile, anche a criticare fa il loro gioco. È comunque una forma di pubblicità che si autoalimenta. Come contrasto quest’ondata? Facendo il più possibile bene il mio lavoro come membro della società civile e cercando di portare attivamente quelle che penso siano le cose più giuste da fare per la società in cui vivo e in cui voglio continuare a vivere. Cerco di agire secondo coscienza.

Ma un po’ ti spaventa?
Mi spaventano un sacco di cose, devo essere sincera. Ma cerco di comprendere anche qual è il sintomo. Cioè che cosa sta succedendo alle persone? E quindi torniamo sempre alla raccolta di più dati possibile: vedere, parlare con la gente nel loro privato, nella loro intimità, per capire come mai queste cose tornano ad essere attraenti.

Il titolo di questa intervista potrebbe essere “Malika comprende il voto all’AfD”?
No, no, assolutamente (ride). Però dobbiamo cercare di capire perché le persone votano in quel modo. La loro propaganda è molto ben organizzata e molto efficace. La mia domanda è: per quale motivo la gente crede a quella propaganda? E, ancora prima, come sta la gente per arrivare a crederci? Sono le uniche risposte da trovare per arrivare ad avere delle soluzioni.

Nel frattempo, in queste ore, Ed Sheeran è tempestato di critiche per l’allontanamento di Macklemore dal tour, dopo il suo «Free Palestine» sul palco. Se ne sono andati per solidarietà anche Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e i Beoga. Un artista può dirsi neutrale di fronte a quello che succede a Gaza?
Secondo me devono essere tutti liberi: chi si vuole esprimere si deve esprimere, chi non si vuole esprimere non si deve esprimere. Chiaramente, quando le cose diventano gigantesche come in questa storia, si tende ad avere più opinioni sulle opinioni che sul centro della questione. E quindi, da qualunque punto la guardi, alla fine rischi di arrivare a dire la cosa sbagliata. Mi dispiace che Macklemore abbia perso il suo lavoro, mi dispiace che Ed Sheeran sia stato abbandonato da tutti, ma se non l’avesse allontanato avrebbe perso le sue date, insomma mi dispiace per tutti di base. In definitiva mi dispiace che siano finiti tutti, in un modo o nell’altro, in una situazione ricattatoria da ogni punto di vista.

L’unico aspetto positivo è che è partita la gara di beneficenza tra loro per donare a organizzazioni palestinesi.
Meno male che hanno mantenuto alta l’attenzione sulla questione palestinese. Io sono un’ottimista per natura, però mi dispiace per le persone coinvolte, non vorrei essere nei panni di nessuno di loro in questo momento, ma guardiamo al lato positivo della raccolta fondi.

Prima di salutarci, ci pensi che tra cinque anni, per il tuo prossimo disco, potremmo ritrovarci con una Malika Ayane clonata dall’intelligenza artificiale?
Non sarebbe male, riuscirebbe a cantare certe canzoni con una tonalità più alta. Ma soprattutto, la Malika IA, la potrei mandare in giro a fare la promo al posto mio.