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Malika Ayane: «Finché se ne può parlare vuol dire che la libertà è garantita»

È il commento della cantante sul caso Ghali alle Olimpiadi. Abbiamo parlato con lei del ritorno a Sanremo, di come sia cambiata Milano e dei «giovani che non sono cialtroni». E della polemica di Levante su Eurovision. L'intervista
Malika Ayane

Foto: Press

Al Circle Milano, chiccoso bar di via Stendhal, che sembra fatto apposta per attutire il rumore di fondo della città, incontriamo Malika Ayane dopo la conferenza stampa che anticipa la sua partecipazione in gara a Sanremo 2026 e un fitto giro di interviste. Quando capisce che con noi non serviranno le telecamere si rilassa, si toglie i tacchi («che bello tornare in ciabatte»), si siede su un divanetto, ordina un caffè lungo e lo sorseggia gustando con calma ogni sorso. Uno stacco netto rispetto al flusso festivaliero in cui è immersa.

Le facciamo presente che sarà il suo sesto Sanremo, ma l’idea di essere a una tappa ben definitiva della sua carriera non la convince: «Quello della maturità lo sto ancora aspettando», premette, quasi a smontare la narrazione che prevede delle etichette obbligate per le varie partecipazioni. Ogni Festival per lei è diverso ma questo, «complice l’ultimo vissuto in pieno Covid cinque anni fa», le ricorda l’esordio nel 2009: «Stessa voglia e stessa leggerezza. Con una differenza: oggi il peso del giudizio non mi interessa. A chi non piaccio non piacerò mai. E riesco a dire chissenefrega».

Nel 2010, con Ricomincio da qui, questa presa di distanza non c’era ancora. Ma dopo il quinto posto in classifica, l’orchestra che stracciò gli spartiti in segno di protesta è rimasto uno dei momenti più anomali del Festival. E lei lo ricorda con un ampio sorriso e non poca soddisfazione: «È stato qualcosa di veramente punk». Anche perché quel brano, precisa, «era basato su un tempo dispari, con l’arrangiamento di Vince Mendoza, con un testo sulla fine consapevole. Conteneva una serie di elementi anti-cliché. Avevo anche rifiutato autori importanti per cercare di raccontarmi in prima persona. Me la sono giocata ed è andata bene. E quel gesto mi ha fatto sentire meglio».

Foto: Press

Molto prima di Sanremo, però, torniamo sulla sua formazione che non aveva nulla di pop: il coro delle voci bianche del Teatro alla Scala, il Conservatorio scelto per ragioni pratiche («le scuole civiche erano costose, il Conservatorio più accessibile e gli strumenti si potevano noleggiare»). E tutt’altra musica in testa: «In cameretta ascoltavo i Radiohead e andavo a ballare allo Space in Corvetto». Non voleva fare la musicista classica, ma quella formazione le ha dato basi solide: «Quello che so sulla musica l’ho imparato là». Per un periodo, visto che in famiglia le dicevano «studia musica ma trovati un lavoro», ha persino pensato a una carriera da corista: «Quando ho capito che il corista lavorava con costanza e prendeva lo stipendio, mi è sembrato un ottimo affare».

Il passato riaffiora anche quando le facciamo vedere la foto del Trottoir chiuso, uno dei locali simbolo sulla Darsena dove ha iniziato a esibirsi: «L’ho visto ieri sera, è stata una botta». Non solo per la sua storia personale, ma per come è cambiata la città in cui è cresciuta: «Mi dispiace pensare che sui Navigli i locali potrebbero pagare musicisti diversi e invece usano playlist a caso». Il tema è complesso, «riguarda le licenze», ma in generale «è un grande peccato».

Lo stesso sguardo ambivalente lo riserva alla musica fluida sulle piattaforme: «È stata una gran fortuna vivere l’epoca dei dischi d’oro e di platino, quando ancora la gente andava a comprarli in negozio». Ricorda quando lei, «giovane e squattrinata», dopo aver letto le recensioni «scaricavo musica con eMule e poi saltavo i pasti per andare a comprare i dischi alla Virgin». Oggi la fluidità la considera insieme opportunità e limite: «È molto più difficile, per chi ascolta, avere attenzione». Se avesse iniziato oggi, aggiunge, sarebbe stato tutto più complicato: «Allora bastava beccare un brano in radio e potevi costruire qualcosa di duraturo. Oggi esistono fenomeni frammentati».

Animali notturni, la canzone con cui torna a Sanremo, nasce proprio da questa sovrabbondanza: «Parla dello scegliere tra una moltitudine. È la forma più grande di autodeterminazione e leggerezza». Il problema per lei, infatti, non è la mancanza di opzioni, ma la difficoltà di approfondire: «Tutto arriva alla stessa temperatura e scade velocemente». Sull’esperienza come giudice a X Factor, dove le facciamo notare quanto fosse severa, ci restituisce un’immagine diversa delle nuove generazioni: «Sono più smaliziati di quanto lo fossimo noi». E anche più pronti alle critiche: «Nelle audizioni sono stata severa. Nei live no, perché non volevo mortificarli». Ma quello che l’ha colpita è la determinazione, «il pelo sullo stomaco», senza le ansie della sua generazione: «A uno dei concorrenti che aveva talento ho detto: “Ritirati, prenditi tre anni per studiare e ti darò una mano”. Ma ha voluto continuare e pubblicare subito un singolo».

Quando allarghiamo il discorso al clima politico e sociale, Malika rifiuta le semplificazioni. «Non esiste più una maggioranza», dice, ma «una costellazione di posizioni». Per questo nei giovani vede una consapevolezza nuova: «Oltre alle manifestazioni mi hanno colpito i boicottaggi. Rinunciano a tante cose, non come noi che manifestavamo contro la globalizzazione e poi, in tanti casi, andavamo a mangiare al McDonald’s i cheeseburger a un euro. Oggi i giovani non sono cialtroni come li raccontano». Ma subito dopo, a causa delle varie “bolle”, paragona il presente agli anni Settanta: «C’è troppa polarizzazione. Se non si trova un dialogo, lo scontro purtroppo è inevitabile».

Controcorrente anche sulla libertà di espressione degli artisti. Le citiamo le polemiche innescate dal live Ghali alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, con il ministro dello Sport che lo ha messo in guardia sul non esprimere il proprio pensiero: «È stata un’esibizione di una potenza devastante, trasmessa da tutte le televisioni del mondo. Io ero allo stadio. Ghali c’era, no?». Le polemiche, infatti, per Malika sono un segnale opposto alla censura: «Se ogni giorno abbiamo una polemica diversa è perché abbiamo la fortuna di essere europei. E dovremmo avere una coscienza europea molto più radicata. Finché se ne può parlare vuol dire che la libertà è garantita».

Dello stesso tenore il suo pensiero sul tema Eurovision sollevato da Levante, che in caso di vittoria ha annunciato di non partecipare vista la presenza di Israele. La sua storia familiare, sottolinea Malika, è attraversata da identità diverse, per questo non vuole ridurre tutto a un posizioni binarie: «Un artista deve portare messaggi di unione. E confondere un singolo con uno Stato è un errore. «Boicottare una manifestazione per la presenza di un artista, in base solo alla sua nazionalità, è il contrario di quello che vorremmo come giustizia nei confronti di chi è oppresso. Anche perché non sappiamo neanche chi sia l’artista che rappresenterà Israele. E non sappiamo se sia un sostenitore o un oppositore del governo israeliano. Come facciamo a boicottarlo a priori? Continuare a fomentare odio e confondere il singolo con una nazione mi sembra sbagliato».

A questo proposito ci racconta un episodio successo in Francia. Era in radio con il regista Michel Gondry e «i conduttori mandano in onda un estratto di Iva Zanicchi che raccontava la storia del bunga bunga». Una volta finito, le chiedono: «Tu sei italiana, sei tutto questo?». La reazione è quella di qualcuno tirato dentro a qualcosa in cui non c’entra nulla: «Non sapevo cosa rispondere. Faceva ridere, ma è stato anche un momento veramente assurdo e che fa capire piuttosto bene gli effetti di quando su un argomento facciamo di tutta l’erba un fascio».

Infine, prima di salutarci, ci ha spiegato perché nella serata dei duetti ha scelto Mi sei scoppiato dentro il cuore, un pezzo evergreen di Mina, in collaborazione con Claudio Santamaria. Una decisione che lei stessa definisce «da pazza». Ma è in questa «incoscienza pura», su un brano «molto emozionante», che trova certezze: «Sulle grandi emozioni possiamo fare grandi cose».

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