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Mahmood: «Quella che porto sul palco è una storia personale»

Contrariamente alla tradizione di Sanremo, il cantante di "Soldi" si è presentato al Festival con un brano personale, intimo e dal respiro (finalmente) attuale.

Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood. Foto Stampa

Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood. Foto Stampa

Che Mahmood sia uno degli artisti pop italiani più freschi e innovativi degli ultimi anni lo avevamo già detto, ma è difficile non ribadirlo per l’ennesima volta, dopo il suo ottimo exploit a Sanremo. Contrariamente alla tradizione, che consiglierebbe caldamente di portare sul palco dell’Ariston una bella ballad strappacuore – soprattutto se si è tra i pochi in grado di reggere delle dinamiche vocali importanti, e lui lo è – Mahmood è andato nella direzione opposta. Si è presentato in gara con Soldi, un pezzo urban e ritmato dal respiro internazionale, allo stesso tempo oscuro e orecchiabilissimo, che ha scritto personalmente e che nella serata dei duetti di venerdì verrà arricchito dalla presenza di Gué Pequeno, per cui ha già firmato vari ritornelli. Un pezzo che, nonostante non faccia mai riferimenti espliciti, è chiaramente ispirato alla storia della sua famiglia, che racconta con semplicità, senza mai scadere nella retorica.

Per ora la giuria demoscopica, che però di solito è quella più conservatrice e lontana dal paese reale, non lo ha premiato particolarmente: al termine della prima serata si trovava nella parte bassa della classifica. Ma nelle classifiche vere, quelle di streaming e vendita, ha le potenzialità per esplodere e spazzare via un bel po’ di vecchiume nazionalpopolare. In attesa di vedere cosa succederà stasera, ieri abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il diretto interessato, che giustamente non dà molta importanza alla gara e piuttosto cerca di godersi il percorso.

Com’è andata la prima esibizione?
È stata un’emozione pazzesca! Sono davvero felice: dopo aver riascoltato l’audio delle prove non ero contentissimo, ma per fortuna la situazione si è aggiustata ed è andato tutto per il meglio. Rispetto alla volta scorsa, nel Sanremo Giovani del 2016, mi sento molto cresciuto. Sono più maturo, sicuro di me stesso, consapevole di ciò che sto cantando.

Le aspettative erano altissime, dopo la tua doppietta: a dicembre, a Sanremo Giovani, sei riuscito in un colpo solo a passare il turno per il Sanremo vero e proprio e a vincere il premio speciale della critica. Cos’hai provato in quel momento?
Non capivo più niente. A rivedere il filmato di quella sera, ero talmente nel pallone che ho sparato un sacco di cazzate: quando mi hanno chiesto di ricantare la mia canzone, ho implorato in diretta “Pippo, ti prego, non farmelo fare, non ce la faccio”! (ride) Ero proprio fuori di me. In buona parte perché non riuscivo ancora a crederci: tendo a tenere i piedi ben piantati per terra, tutto mi sembra sempre irraggiungibile. Pensando a com’era andata la serata precedente, in cui era stata scelta l’altra canzone che entrava in concorso, ero abbastanza sicuro di non avere speranze di passare, che non ci fosse spazio per un pezzo come il mio. E invece…

Tra l’altro, la tua sembra essere una canzone estremamente personale.
Lo è. Ogni volta, per me, cantarla è una scarica di adrenalina. Sono contentissimo di poter portare la mia storia su un palco così importante: mi piace l’idea di espormi e svelarmi. Un artista, per essere tale, deve sapere e potere raccontare una realtà, anche quando è la sua, come in questo caso.

È difficile reggere la pressione di portare te stesso sul palco, e non una maschera? Soprattutto in un contesto come Sanremo?
Tengo botta abbastanza bene, per fortuna. Il primo giorno in effetti ero piuttosto stanco, anche perché prima ancora di decidere di provare ad andare al festival avevamo fissato un concerto proprio per la sera prima della partenza, e quindi non ero molto riposato. Poco male, comunque, perché a quella data ci tenevo tantissimo: era nella mia città, Milano, il locale era pieno di gente e per la prima volta ho sentito il pubblico che cantava i miei pezzi in coro. Per fortuna, però, nonostante la stanchezza appena sono arrivato in Liguria è subentrata l’adrenalina, quindi sono molto carico. Prendo anche un sacco di integratori ogni mattina, per sicurezza. Un’overdose di vitamine e via! (ride)

Tornando alla canzone, Soldi si è fatta notare anche perché ha due produttori d’eccezione, Dardust e Charlie Charles. Come è nata la collaborazione con loro?
Con Dardust avevamo già lavorato insieme, scrivendo per altri cantanti. La prima canzone a cui abbiamo collaborato è stata Nero Bali, che abbiamo dato ad Elodie, e poi anche Rivoluzione, che è finita sul disco di Marco Mengoni. Quando ho scritto la prima versione di Soldi mi piaceva tantissimo, ma temevo che la struttura della canzone fosse un po’ incasinata, così mi è venuto naturale chiamarlo per chiedergli una mano: il suo aiuto è stato fondamentale, perché la canzone si è rivelata una mina. A quel punto si è aggiunto a noi anche Charlie Charles, che le ha cucito addosso un sound molto innovativo. Paradossalmente con lui abbiamo lavorato a distanza, finora ci siamo sentiti solo via Whatsapp: spero di conoscerlo presto di persona, perché sono orgogliosissimo di quello che abbiamo creato.

Un’altra delle cose per cui sicuramente verrai ricordato, in questo Sanremo 2019, è l’idea di far battere le mani a tempo all’Orchestra: una call to action che prima di te aveva tentato (in maniera molto meno elegante, forse) solo Gabbani con il suo celebre “Namaste, alè!”. Come ti è uscita?
È una trovata collettiva, si potrebbe dire, perché è nata da un brainstorming con tutto il mio gruppo di lavoro. E secondo me è ottima, perché è figo vedere l’orchestra che partecipa in maniera non convenzionale in un pezzo che non è molto sanremese.

Infatti: perché rischiare portando a Sanremo un pezzo non sanremese?
Era una sfida con me stesso: presentarmi sul palco con un pezzo che rientrasse negli standard classici era troppo scontato, non sarebbe cambiato niente. Per me va bene anche arrivare ultimo, perché non ho nulla da perdere, per me è una vittoria già solo il fatto di essere arrivato qui. Mi sono detto che tanto valeva giocarsela al 100%.

Conclusa la parentesi del festival, ti aspetta un momento ancora più topico: la pubblicazione del tuo primo album ufficiale…
Esatto, e sono particolarmente emozionato perché sarà il mio primo disco a uscire su supporto fisico: io sono uno di quelli che gli album che ama particolarmente se li compra in negozio, quindi è un traguardo importante. Uscirà l’1 marzo e si intitolerà Gioventù Bruciata. Conterrà, oltre a Soldi, i sei brani dell’omonimo EP, più altri quattro inediti: li ho suonati per la prima volta sul palco qualche giorno fa, durante il concerto di cui parlavo prima, e la reazione del pubblico mi è sembrata molto bella.

Dopodiché ti aspetta un vero e proprio tour mondiale, il Sanremo Giovani World Tour (insieme ai primi sei classificati di Sanremo Giovani, tra cui Federica Abbate e La Rua, ndr)…
Pochi giorni fa mi è arrivato il programma di viaggio, e quando ho visto tutte le ore di volo che ci aspettano mi sono quasi sentito male! (ride) Sarà un viaggio lunghissimo: Toronto-Argentina-Sidney-Tokyo-Barcellona-Bruxelles e sicuramente dimentico qualcosa. Però ne sono felice: ne approfitterò per vedere il mondo, che è una cosa che non avevo mai fatto prima e che mi è sempre mancata molto.

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