Madame, disincantante | Rolling Stone Italia
Cover Story

Madame
Disincantante

Gli artisti nati storti sono i più interessanti. Come lei, che canta di crisi, psicofarmaci, orrori della musica italiana, ma anche dei propri limiti e dubbi. Conversazione con una spudorata che non usa la canzone per assolversi

Foto: Claudia Cosi

È la foto dell’incanto prima del disincanto. Madame ha una maglietta arancione, i capelli raccolti con l’elastico, la lingua di fuori, una pizzetta tra le mani. Non ricorda esattamente dov’è stata scattata. Era in gita in montagna con la famiglia, forse dalle parti del Monte Cengio, sopra Vicenza. «Avrò avuto cinque anni. La guardo e non mi sembra di essere tanto diversa da come sono adesso. Mi ci riconosco, cosa che non succede con le foto della prima adolescenza. Ero già pensierosa, iperattiva e a volte mi adombravo. Ero già un mix di umori, ma lo stato d’animo era leggero. È come mi sento oggi».

Foto: archivio personale dell’artista

L’album uscito oggi, Disincanto, racconta tra le altre cose il percorso di consapevolezza fatto per tornare a questo stato d’animo ed è di gran lunga il migliore di Madame per le cose che dice e per come le dice. Una delle qualità di questa cantante, anzi di questa disincantante è la spudoratezza di cui c’è un gran bisogno nella musica italiana, una sfacciataggine che sfida il senso del pudore, il decoro, gli algoritmi, l’idea della canzone pop come formula auto-assolutoria. Madame canta i suoi limiti, i suoi difetti, le sue mancanze, le sue miserie che non sono diverse dalle nostre. Mette nelle canzoni cose che in pubblico non si dovrebbero dire: l’ipersessualità che la porta ad abusare delle persone che la eccitano, gli psicofarmaci senza i quali per un certo periodo non si alzava dal letto, la crisi che l’ha portata al ricovero. È nata storta e lo canta. E si sa che gli artisti nati storti sono spesso più interessanti degli altri.

Forse perché in passato si è aperta troppo raccontando di certe turbolenze dell’adolescenza, forse perché come dice oggi «ho imparato a non farmi cattiva pubblicità da sola» o forse perché dietro alla spudoratezza di Madame c’è la timidezza di Francesca, canta di certi temi, ma non ne parla volentieri. Sta sulla difensiva, non aggiunge dettagli. Si trincera dietro all’idea che è tutto nella musica, anche se sappiamo che non è vero. Non hanno risposta le domande sul perché non parla da oltre un anno col padre, che è poi l’uomo che ha scattato la foto di lei cinquenne in montagna, su che cosa ha scatenato la crisi che l’ha tenuta ferma per un pezzo, sulla vita che c’è dietro le canzoni.

In compenso, ammette che tutto ha un prezzo, persino un’infanzia felice, figuriamoci il cambiamento, le cose che si fanno per cercare di stare bene, mostrarsi in pubblico quando si è giovanissimi. Quand’è andata a Sanremo nel 2021 sembrava molto matura per la sua età, ma aveva 19 anni. Le probabilità di non pagarla prima o poi giocavano a suo sfavore. Affrontare la vita adulta l’ha portata a farsi domande di cui non conosce le risposte, tant’è che per provare a darne alcune ha chiamato il grande saggio del rap italiano Marracash. Interrogata sulle sue esperienze, non fa che ripetere che non le considera straordinarie. Nessun presunto eccezionalismo: Madame vuole disincantare anche il pubblico.

In passato hai parlato in modo molto franco della tua adolescenza con noi di Rolling. Ora racconti quel che è accaduto dopo, il successo che ha portato con sé anche arroganza e sensi di colpa.
Esigevo di essere ascoltata come persona. Quando ho trovato il modo di farlo e questo modo iniziava a realizzarsi e a realizzarmi, ho avuto diciamo così qualche scappatella con l’arroganza. Ho iniziato a pensare di essere migliore degli altri, anche dei miei famigliari. Credo sia successo a chiunque nelle mie condizioni, non puoi non attraversare un periodo del genere, sennò non sei umano, cazzo.

E poi?
Poi o continui a essere così o l’arroganza va via perché non ti ci riconosci, perché non lo sei di carattere.

E tu non lo sei. E i sensi di colpa?
Sono arrivati crescendo. Avevo più tempo e soldi dei miei coetanei e ho iniziato a chiedermi: ma questa roba me la merito o è una gran botta di culo?

La risposta?
Me lo chiedo tutt’ora. È la sindrome dell’impostore.

E questo nonostante i riconoscimenti, l’affetto della gente, i dischi, i concerti?
Non è una cosa che va via. È una questione caratteriale. Ci sono momenti in cui ti senti Dio e altri in cui si senti l’ultimo degli stronzi.

Oltre al disincanto come mezzo necessario per diventare adulta, nel disco canti la ricerca di te stessa. Nel pezzo con Marracash, che non a caso s’intitola Volevo capire, dici che ti sei sentita amata solo dopo avere avuto successo e quindi sei arrivata a pensare che forse l’affetto è un bene di lusso. Immagino sia diventato più difficile distinguere le amicizie disinteressate da quelle interessate. Ti ha fatto sentire più sola?
Ho sempre avuto quelle due o tre persone vicine che so che mi amano incondizionatamente, parlo dei miei amici, quelli che considero la mia famiglia. La solitudine più profonda che ho provato è stata quando sono arrivata a certi punti del dolore. Quella è la vera solitudine.

Ti riferisci al periodo della crisi?
Sì, arrivi lì e capisci che nessuno ti può aiutare. Ma non è niente di speciale o di nuovo.

Lo ripeti spesso che non è niente di speciale, vuoi far capire che la tua esperienza è ordinaria.
Perché voglio disincantare il pubblico. Non ho una vita emotiva diversa da quella degli altri. Sono cose che chiunque può sperimentare.

Forse per questo alla fine di Grazie ridimensioni il tuo dolore dicendo che non è così grave: “Paragonata al mondo la mia vita è straordinaria”. È il pezzo in cui racconti la crisi che hai affrontato.
Sì, ma preferisco non parlarne. Posso dirti che è stata una cosa del tutto inaspettata, ma se te ne parlassi non sarebbe più un’intervista a Madame, sarebbe un’intervista a Francesca. Penso di essere stata così spudorata nelle canzoni che non serve aggiungere niente, tutti i dettagli che ti fornirei sono già presenti nel disco. Potrei dirti del ricovero, degli psicofarmaci, del momento di crisi che c’entra e non c’entra con la musica, perché i dolori profondi sono intimi, sono personali. Non è una cosa di cui parlo volentieri. Ne scrivo volentieri, quello sì, ma è un’altra cosa. Quello che mi è successo non c’entra col mio lavoro.

Ma come? Sta alla base delle tue canzoni.
Guarda che il momento della scrittura è assolutamente sacro. Non è come parlare con un giornalista. È il momento in cui la mia parte razionale e la mia parte emotiva si fondono. Soffro mentre scrivo. Non è una cosa di cui riesco a parlare in un altro contesto.

Esiste nel tuo caso una distinzione tra persona e opera?
Sì, perché la persona vive, l’opera fotografa. La scena è la stessa, ma sono due azioni diverse. Se ascolti solo le ultime quattro tracce del disco sembro una da legare, però poi nella mia vita sono un cazzara tremenda. L’opera serve anche per conoscere meglio me stessa, scoprire cose nuove. Forse perché sono sempre stata una bimba pensierosa. Detto volgarmente, la persona mangia caga vive, l’opera passa al setaccio le cose inutili, quelle che non è necessario scrivere. La scrittura è terapia, dovrebbero farla tutti.

Nell’opera c’è un sovrappiù rispetto al reale?
No, quando c’è un sovrappiù le canzoni non escono.

Foto: Claudia Cosi

“Io non vivo più con sotto le istruzioni” sembra un verso di Vasco Rossi. Essere disincantati significa anche mettere in discussione ciò che si è appreso. Ma da chi?
Da tutti: i genitori, la scuola, la Chiesa, i social.

Hai avuto figure autorevoli nella tua vita?
Nì.

Cos’è che non ti fa rispondere “no”?
Non ti dirò chi è, ma ho un maestro che mi insegna delle cose. Presente l’antica Grecia? Lui mi ha scelta come suo allievo e io l’ho scelto come mio maestro. È abbastanza conosciuto. È stata una figura importantissima per me negli ultimi quattro o cinque anni di vita e forse anch’io gli ho insegnato qualcosa.

E la famiglia? Canti che sono “68 settimane che non parlo con mio padre” e che “con i miei non ho questo gran rapporto”.
È così, non ho grandi rapporti, ma ho anche l’età giusta ed è il periodo giusto per non avere rapporti con i miei visto che mi sto costruendo una vita.

Sedici mesi senza parlare con un genitore è qualcosa di più di «mi sto costruendo una vita». Stai svicolando…
(Ride) Allora diciamo che mi era morto il telefono.

Dimmi almeno che cosa pensano i tuoi della tua musica.
Mia madre ha ascoltato Allucinazioni e voleva che togliessi dal testo la parola mamma (“Mamma / ogni notte che passa / quando ritorni a casa / guarda dentro gli occhi l’abisso / digli che tu vuoi esser libera / che non sei tu che non vivi / ma che è lui che non ti fa vivere”, nda). Sono io che le dico: puoi essere una persona migliore, puoi farcela da sola, dai che sei una grande. All’inizio si è presa un po’ male per le parole crude nei suoi confronti, secondo me invece è una bellissima canzone di amore e tenerezza.

E tuo padre?
Lui è mega fan, di brutto. Fan numero uno, lui.

Sessantotto settimane che non parli col tuo fan numero uno?
Eh, oh (con aria furba, nda), la vita va avanti, a volte torna indietro e ogni tanto si ferma.

Una delle immagini scelte per il lancio di ‘Disincanto’

In Grazie sei davanti a una psicologa, da cui sei andata anche dalla vita reale. Questo disco è anche frutto di quel percorso?
Ti dico la verità, l’anno in cui ho scritto Disincanto è l’anno in cui ho smesso di andare in terapia. Non perché era finito il percorso, ma dopo essere stata molto male ho voluto mandare affanculo tutto. Ho detto basta, non voglio più sapere niente, fine. Appena sto un po’ meglio mi metto lì, scrivo il disco, ricomincio a vivere con le mie forze. Gli aiuti più grandi li ho avuti, le persone che mi dovevano salvare mi hanno salvato, grazie a tutti, io adesso non voglio più saperne niente per un po’. Appena ho chiuso il disco son tornata.

Nel disco c’è un bel passaggio in cui parli di affrontare il dolore e di ritrarre la mano nel momento in cui ti sembra di toccarlo. È per la paura di riconoscerti vulnerabile o per quale altro motivo?
Non so quali siano i meccanismi che ci sono dietro, non so perché accada, ma mi rendo conto che appena sono a tanto così c’è qualcosa che mi scaraventa indietro e devo ricominciare da capo.

Tu, Blanco, Angelina Mango, Sangiovanni e altri: ti sei chiesta come mai così tanti cantanti oggi sentono il bisogno di allontanarsi dalla musica e prendersi una pausa? C’entra quella che nel tuo disco descrivi come la fabbrica dell’orrore e cioè il mondo della musica italiana?
Detto che non è tutta una fabbrica degli orrori, solo i peggiori ne fanno parte, quella cosa succede perché diventi famoso quando sei molto piccolo, impari come gira il mondo, questa cosa ti sciocca e devi fare una pausa. E poi perché, come dice Marra, il successo è come mettere una lente di ingrandimento su un insetto: ti fa sembrare gigante, ma ti fa vedere anche quelle zampettine schifosissime. Vedi ingigantiti i lati che non ti piacciono.

L’insetto sei tu: quali sono i tuoi lati che hai visto ingigantiti?
Le insicurezze. Questo lavoro può gonfiare l’ego, ma alla fine non è che aria. Metti le insicurezze sotto un tappeto e quando vengono fuori te le ritrovi ancora più incazzate di prima perché non te ne sei presa cura. E poi la timidezza. Sono estroversa con gli amici, ma timida con gli sconosciuti. Il successo ha amplificato questa cosa facendola passare per quello che non è e cioè per arroganza. Non sono arrogante, non me la tiro, sono timida, certe cose mi imbarazzano.

Ci sono due pezzi in cui picchi duro sul mondo della musica. In Mai più c’è un diablo, che fa rima con Shablo…
Questa è una cosa che dici tu. Fa rima anche con “tableau” come dice Sfera (ride).

Il nome non lo vuoi fare, lo so, però nel pezzo dici che non ti stupiresti se ti rispondesse cantando. Ma il diss uno lo deve recapitare all’indirizzo giusto, forte e chiaro, affinché l’altro risponda.
Io però non lo considero un dissing, sono le cose che ho vissuto, ho scritto quello che penso, non l’ho fatto per spettacolarizzare la cosa.

E dunque ci sono un diavolo che ti ha sfruttata, quelli che comprano gli stream, quelli che vorrebbero che facessi musica più stupida, il giornale che parla di rap italiano e che chiede migliaia di euro per un articolo…
Fidati, sono cose che hanno vissuto moltissimi altri artisti con cui parlo e in dosi ben maggiori delle mie.

Lo so, ma non tutti lo dicono esplicitamente.
Infatti la dico io. Mi piace mettermi nella merda… no, scherzo. Volevo togliermi un sassolino dalla scarpa.

Un sassolone, direi. Anche in Come stai? fai un bel quadretto: le radio che ti ricattano se non passi alla loro festa, i producer che fanno la cresta, gli anticipi che in realtà sono debiti…
Devi ricordarti qual è il titolo del disco.

Certo, il disincanto è anche nei confronti del mondo della musica. Tempo fa si è parlato un po’ del tema degli anticipi e dei debiti. A te è successo?
No, i miei anticipi sono sempre stati molto bassi (ride), cioè giusti, concordati.

Allora non è vero come canti che a 21 anni eri già milionaria?
Vabbè, non è che i soldi ti arrivano solo dagli anticipi. È tutto vero quel che dico. Sono stata milionaria a 21 anni, poi ho comprato casa e i soldi sono finiti impastati nella malta.

Ma tu ci credi all’idea dei cantanti italiani che firmano contratti senza rendersi conto che si indebiteranno per anni perché sono un po’ ingenui e un po’ spinti da un eccesso d’ambizione e dai bei discorsi di manager, discografici e promoter?
È vero che più l’anticipo fa gola e più fa debito, non sono soldi regalati, devi ricordati che poi li devi dare indietro, ma è raro che uno non si renda conto di queste cose. Soprattutto i cantanti di quest’ultima generazione che sono più consapevoli rispetto a quelli di un tempo, quando c’erano meno mezzi per informarsi, non c’era Internet.

Sul set del video di ‘Disincanto’. Foto: Claudia Cosi

Nella tua musica c’è sempre un lato ironico e divertente, però in un pezzo dici che la profondità non va confusa con la pesantezza. Temi la mancanza di leggerezza? Invidi chi ce l’ha e riesce a tirarla fuori?
Col tempo ho capito che puoi vivere la leggerezza solo se non hai un forte investimento emotivo. Non posso prendere con leggerezza una canzone se ho impiegato a scriverla tre giorni mettendoci l’anima. Vale per la musica e per qualunque altra cosa. Inutile far finta di prenderla alla leggera perché non è vero. Quindi no, non invidio più la leggerezza degli altri. Anzi, quando le persone sono troppo leggere mi stanno un po’ sul cazzo.

La spudoratezza dei testi viene da un tuo tratto caratteriale o è una cosa che hai conquistato col tempo?
È un tratto caratteriale. E poi tendo molto a sporcare le mie frasi con parole più… popolari. Questa cosa mi piace moltissimo. Lo faccio perché lo scelgo, non perché non ho altre cose da dire.

Ti sei mai autocensurata dicendoti: questa cosa al pubblico non la voglio dire?
Sì. Nel momento in cui scrivo non mi do limiti, però poi su alcune cose mi faccio delle domande e questo perché ci sono i miei amici giornalisti che fanno certi paginoni e quindi è meglio evitare. Posso dire che a volte, i giornalisti sono veramente delle merde? Posso dirlo? Pur di mettere un minchia di titoletto del cazzo, ti prendono un pelo del culo, lo analizzano e lo mettono in copertina. Ecco, i giornalisti a volte sono il motivo per cui fai certi dietrofront, e la cosa non vale solo per me. Il giornalismo che fa del male è anche il giornalismo dei social, dei titoli su Instagram.

A proposito dei social, li leggi i commenti?
Ho dei fan strabuoni.

E i commenti cattivi?
Chi se ne frega di quelli, perché devo rovinarmi lo stomaco? Ho i concerti pieni e devo ascoltare l’unico sfigato che mi dice che gli faccio cagare? Pace, me ne farò una ragione, easy. Disincanto è anche saper scegliere a chi dare ascolto.

Mettere nei dischi i tuoi limiti e i tuoi difetti ti rende diversa da tanti altri…
Che vengono dal rap.

Esatto. L’arco narrativo di un rapper tende alla vittoria, tu invece dici: sono in mezzo a un casino, non so onestamente se ne sono uscita e forse non ne uscirò mai perché questa è la condizione umana.
Ho iniziato col rap perché la prima volta che l’ho sentito mi sono detta: orca troia, ma quindi non serve saper cantare per fare la musica! I rapper mi piacevano perché a differenza degli autori pop scrivevano un botto di parole, mi sembrava meravigliosa questa cosa e ho iniziato a scrivere in quel modo lì. Ma non vengo dal mondo del rap, non vengo da Tupac, non vengo da una scuola super hip hop. Ho iniziato a scrivere a 17 anni perché soffrivo le mie insicurezze e i miei limiti. Mi chiedevo: ma ci sarà qualche altro cazzo di cristiano nel mondo che vive le stesse robe mie, no? Io intanto le scrivo e poi vediamo. E poi ci ho preso gusto.

Dici che sei nata storta e sono sicuro che questo disco parlerà a molte persone che si sentono nate storte. È una bella immagine, si capisce cosa vuoi dire, ma da dove viene?
Mi appassionano gli alberi. Vado spesso a guardarli e fotografarli, lo chiamo tree watching. Nel film di Lars von Trier Nymphomaniac il padre porta Joe nei boschi e le dice che un giorno troverà l’albero che rappresenta la sua anima. Nel finale Joe sale su una collina e vede un albero cresciuto storto. Non ci sono dialoghi, non ci sono battute, non c’è una voce fuori campo, ma è ovvio che Joe riconosce la sua anima in quell’albero. Ecco, quando vado in giro a fare tree watching non mi riconosco negli alberi dritti, ma in quelli storti.