Macy Gray, come sopravvivere a una shitstorm ed essere felice | Rolling Stone Italia
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Macy Gray, come sopravvivere a una shitstorm ed essere felice

L'americana, in tour in Italia dal 17 al 19 ottobre, ci ha parlato di razzismo, di pregiudizi, delle accuse di transfobia. «Oggi esprimersi liberamente è un azzardo, ma non conosco altro modo di vivere»

Macy Gray

Foto press

Quella di Macy Gray è una delle voci più inconfondibili del panorama mondiale, in tutti i sensi. Musicalmente, perché il suo timbro roco e graffiato è una firma impossibile da contraffare: brani come I Try, Sweet Baby, Finally Made Me Happy o Sexual Revolution sono diventati celebri soprattutto grazie alla sua intensa interpretazione, che si accosta a una scrittura raffinata ma al contempo molto pop.

Metaforicamente parlando, invece, la sua voce si distingue da quella delle altre colleghe per un motivo molto semplice: Macy non si censura. Mai. Quello che pensa è quello che le esce dalla bocca, non importa quanto possa suonare sconvolgente e inopportuno o, peggio ancora, quanto rischi di danneggiare la sua carriera, o di oscurare i traguardi che raggiunge e le lodevoli iniziative che promuove. Vedi il caso di quando nel 2001, durante un’intervista a Vibe, ammise candidamente di aver provato ogni tipo di droga per combattere la depressione, arrivando perfino a calarsi un acido mentre era incinta («Ero una grandissima cogliona», commenterà più di un decennio dopo in riferimento a quel periodo). O più recentemente, a luglio 2022 – ma ce lo faremo spiegare meglio dalla diretta interessata – quando durante il talk show Piers Morgan Uncensored si è lasciata andare a esternazioni che molti hanno ritenuto transfobiche, tra cui «cambiare le tue parti intime non fa di te una donna». A sua parziale discolpa, la frase in questione era riferita alla possibilità che le donne trans partecipassero alle competizioni sportive femminili, un argomento molto dibattuto per ragioni che hanno poco a che fare con la transfobia.

Nei Paesi anglosassoni l’intervista a Morgan ha scatenato una shitstorm di portata colossale, tanto che secondo l’interpretazione di molti media Gray sarebbe stata costretta a postporre la pubblicazione del suo nuovo album The Reset, che era previsto per quest’estate e non è ancora uscito. In compenso il tour mondiale già programmato per accompagnarlo è partito regolarmente, e farà tappa in Italia dal 17 al 19 ottobre a Milano, Roma e Padova. «È comunque un grande show, a mio parere», dice la diretta interessata, in collegamento da Los Angeles. «Facciamo tutti i classici, ma anche cover e canzoni che nessuno ha ancora ascoltato. Il pubblico si diverte molto: suda, balla, urla, canta…». Per chi ha già avuto la fortuna di vederla esibirsi dal vivo, è facile crederle.

Com’è, per te, cantare davanti a una platea canzoni che non ha ancora ascoltato nessuno?
È interessante, perché non sai mai come reagirà la gente. Non conoscono le parole e la melodia, sono lì che ti osservano con attenzione, e ti sembra davvero di metterti in gioco. Mi sento sempre parecchio nervosa, ma mi butto. Per ora, però, sono tutti davvero entusiasti. In particolare, apprezzano molto una canzone che si intitola Thinking of You, che ha delle sonorità un po’ disco. In generale The Reset è un album molto solido, dall’inizio alla fine: non è un lavoro leggero ma, proprio perché è diverso dalle mie solite cose, risulta perfino più nuovo e più fresco.

A proposito del tuo repertorio passato: quando nel 1999 sei arrivata al successo con il tuo singolo d’esordio, I Try, molti ti bollavano come una sicura meteora, una classica one-hit wonder…
La cosa mi rattristava molto: non è normale che, quando finalmente riesci a combinare qualcosa nella vita, la gente ti critica per quello che non hai ancora fatto. Non potevano sapere come sarebbero andate le cose, io per prima non lo sapevo. Negli anni ho fatto un sacco di album e sono molto felice della mia carriera, ma inizialmente non mi aspettavo proprio di diventare un fenomeno pop. Pensavo sarei stata una di quelle cantanti jazz di nicchia, con un successo strettamente underground: quel tipo di artista che in America chiamiamo una ghetto superstar, insomma. Invece I Try è esplosa in classifica, ed è stato fantastico, ma per me la definizione one-hit wonder era un insulto. C’è ancora chi me lo dice, perfino adesso che ho venduto 33 milioni di dischi nel mondo e dimostro di continuare a scrivere canzoni sempre nuove. E mi fa davvero incazzare.

Cosa ti motiva a continuare a scrivere, di questi tempi?
Come sempre, la vita. Per me non è difficile trovare ispirazione, perché è dappertutto. The Reset è stato scritto durante la pandemia, un periodo davvero strano: negli Stati Uniti c’è stata molta violenza. Se vogliamo guardare il lato positivo, dal punto di vista di un’autrice di canzoni come me c’era davvero molto di cui scrivere, ogni giorno ti imbattevi in opinioni e sentimenti nuovi. Anche registrarlo è stato strano: non ho un home studio, perciò dovevo andare in una sala d’incisione dove venivano applicate delle misure di prevenzione strettissime. Non potevano esserci più di quattro persone per volta, ti provavano continuamente la febbre, tutte le superfici erano ricoperte di plastica… Era così assurdo (ride). Ma anche qui, guardando il lato positivo, tutti avevano un sacco di tempo a disposizione, quindi era il momento perfetto per fare un album.

Durante la pandemia hai anche fondato una onlus di nome My Good, legata alla violenza di cui accennavi.
Esatto, supportiamo le famiglie delle vittime della brutalità della polizia negli Stati Uniti. Una cosa che, da donna nera, mi fa spesso pensare ai miei figli, a quello che potrebbe succedere se un agente chiedesse a uno di loro di fermare la macchina e accostare per un controllo. È orrendo trovarsi costretti ad avere paura di chi dovrebbe proteggerti. In televisione vediamo molti casi eclatanti, come quello di George Floyd, che tutti abbiamo ben presente: la gente si è mobilitata, ha protestato, ha lottato per fargli giustizia. Ma sullo sfondo ci sono madri, padri, figli e figlie che hanno perso i loro cari, e che non otterranno mai risarcimenti milionari per questo. Il 99% di queste morti passano sotto silenzio, e non arriveranno mai neanche a un processo, men che meno l’attenzione di tutti. Le famiglie non ottengono niente, nessun aiuto. Ed è lì che interveniamo noi, coprendo i vari costi che affrontano, in primis quello del funerale. Ma la maggior parte delle richieste che ci arriva è per avere accesso a un sostegno psicologico: hanno bisogno di qualcuno con cui parlare.

Questo tipo di razzismo sistemico è difficile da sradicare…
La verità è che molti non sono davvero interessati alla questione: vedono la notizia e la commentano con sdegno, ma poi proseguono con le loro vite, perché non è un problema che li riguarda direttamente. È estremamente complicato. Anche per questo abbiamo contattato una società che si occupa di big data e statistiche: abbiamo chiesto di esaminare i dati di alcuni dipartimenti di polizia, come ad esempio quello di San Francisco, e di studiare la questione dal punto di vista dei numeri. Hanno scoperto, ad esempio, che in alcuni giorni della settimana ci sono più episodi di violenza che in altri, che in certi quartieri sono più frequenti che in altri, che in presenza di certi fattori è più facile che ci sia un certo tipo di reazione, eccetera. Questi risultati, che raccoglieremo fino al 2024, ci permetteranno di elaborare delle strategie di risposta mirata, e credo che ci aiuteranno molto a risolvere il problema, per quanto possa sembrare roba molto noiosa e tecnica. Anche se alla gente non fregasse niente di George Floyd o Breonna Taylor (26enne incensurata uccisa dalla polizia, che aveva fatto irruzione di notte nel suo appartamento per una perquisizione a carico di terzi e aperto il fuoco, nda), non potranno negare l’oggettività di questi numeri: una volta diffusi, costringeranno le forze dell’ordine a prendere dei provvedimenti e permetteranno alla gente di sapere cosa fare o non fare, se una situazione rischia di degenerare in una reazione violenta.

Questi eventi ti hanno colpito al punto che hai intitolato una canzone del tuo ultimo album PTSD, la sigla che indica la sindrome da stress post-traumatico. Cosa ti ha aiutato a elaborare il trauma?
Non saprei, sul serio. Sicuramente avere qualcuno con cui parlarne aiuta, ma sta davvero succedendo di tutto nel mondo, e se un tempo potevi semplicemente spegnere la tv e mettere in pausa i pensieri per un po’, ora ti arriva tutto addosso ogni volta che prendi in mano il telefono. Mentre parliamo l’America è devastata dall’uragano Ian, ad esempio, e il mio feed è intasato da questo. Non c’è modo di sfuggire: siamo tutti in balia delle tragedie degli altri, dalle grandi cose a quelle piccole, come la tizia che segui che piange in video perché il suo ragazzo l’ha lasciata. È tutto così pesante. Troppe informazioni, decisamente troppe. E ti arrivano senza che tu le chieda.

Una sensazione che abbiamo avuto tutti, prima o poi.
Vero? Voglio dire, l’altro giorno ho googlato Harry Styles per curiosità, e ora ogni volta che guardo il cellulare trovo Harry Styles in tutte le salse. Per carità, il ragazzo mi piace, ma non voglio vedere la sua faccia ogni mattina quando mi sveglio. Oltretutto, se sei continuamente inondato da cose di cui non ti frega niente, finisci per essere costantemente distratto dalle cose che ti importano davvero. I social sono un rumore di fondo, una follia collettiva da cui non riesci a liberarti.

A proposito di social: parliamo delle accuse di transfobia per l’intervista con Piers Morgan. Hai detto di avere imparato molto da questo incidente…
Da allora ho avuto molte conversazioni con persone della comunità LGBTQIA+, in particolare con persone trans. Mi hanno spiegato tutto quello che devono passare durante la transizione, ma soprattutto le motivazioni che le spingono a prendere questa gigantesca decisione. È stato molto edificante, perché ho capito che ci vuole tantissimo coraggio e impegno per cambiare completamente la tua identità. Si assumono un rischio pazzesco, le operazioni e i farmaci hanno degli effetti collaterali notevoli. Mi sento davvero vicina a chiunque intraprenda questo percorso, e ora so di capirlo un pochino meglio, anche se ovviamente non del tutto, perché non lo vivo in prima persona. Probabilmente durante quell’intervista avrei detto cose diverse se avessi saputo allora ciò che so adesso.

E rispetto all’interpretazione che è stata data delle tue parole, che ne pensi?
Vorrei sottolineare che la mia non è mai stata transfobia o incitamento all’odio. Le mie opinioni si basavano su ciò che avevo visto e che conoscevo allora. Non volevo ferire nessuno, o fare incazzare nessuno. Non mi immaginavo proprio che scoppiasse questo putiferio. È stata una grande lezione per me, però, e mi ha cambiato letteralmente la vita, perciò non rimpiango niente.

La tua sincerità nelle interviste è spesso stata un’arma a doppio taglio. Rimpiangi mai di avere detto qualcosa che forse sarebbe stato meglio tenerti per te?
Beh, le persone avranno sempre un’opinione, e come dicevamo i social media ora ti permettono di comunicare direttamente a qualcuno che lo odi per ciò che ha detto, il che complica le cose. Oggi esprimersi liberamente è ogni volta un azzardo. Ma non conosco un altro modo di vivere. Anche rispetto all’intervista a Morgan, non ho rimpianti: se non avessi fatto quelle uscite, non avrei imparato tutto ciò che so oggi. Ne sono grata, quasi, perché ho raggiunto un livello superiore di comprensione e accettazione di chi è diverso da me. Tutti prima o poi dicono qualcosa che rimpiangeranno, ma cerco sempre di guardare il lato positivo di queste esperienze.

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