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Macklemore parla delle sue dipendenze: “Se penso solo a me stesso ricomincio a farmi”

«Ero sempre fatto e ho mentito». In tour con il nuovo album, oggi il rapper bianco più importante dai tempi di Eminem sarà a Milano. E ora vuota il sacco sul suo passato

Macklemore, foto di Mark Seliger

Macklemore, foto di Mark Seliger

Macklemore manda un messaggio a mezzogiorno: «Arrivo tra un minuto. Sono su un Hummer rosso». L’Hummer è uno scherzo, ma Macklemore arriva puntualissimo a bordo di un’auto che fa comunque sgranare gli occhi: una Cadillac DTS Biarritz nera con i finestrini oscurati, capote in vinile color crema, cerchioni bianchi e una fila di cactus dipinti sulla fiancata.
Macklemore, nato a Seattle 32 anni fa con il nome di Benjamin Haggerty, è il rapper bianco più importante dai tempi di Eminem. È anche un fanatico delle Cadillac, fin da quando da ragazzino andava i giro con il Walkman cantando gangsta-rap californiano. Questa l’ha comprata qualche anno fa, «con i primi soldi veri che ho fatto con il rap». Al polso ha un Rolex a 18 carati con diamanti. A sottolineare l’aura di ostentazione pura c’è la griglia del radiatore rotta: «L’ho sfasciata ieri mentre guardavo il telefono. Ho pensato: “Sto facendo una cosa stupida” ed esattamente in quel momento ho tamponato un camion».
Scuote la testa e fa una smorfia. Macklemore ha cose più importanti di cui preoccuparsi. Sta per uscire This Untruly Mess I’ve Made, il suo sesto album e la seconda collaborazione con l’architetto dei suoni Ryan Lewis. Hanno debuttato nel 2012 con The Heist, che ha vinto un disco di platino battendo Kendrick Lamar, Drake, Jay-Z e Kanye West ai Grammy. È l’album di Thrift Shop – una celebrazione delle giornate passate a girare nei negozi di vestiti di seconda mano – che è stato sei mesi al numero uno e ha totalizzato la cifra incredibile di 863 milioni di visualizzazioni su YouTube. Il nuovo singolo, Downtown, è una specie di operetta B-Boy, tra rap old school e teatro alla Freddie Mercury, ed è lanciato verso il disco di platino. L’attività promozionale dell’album è già cominciata: stasera Macklemore e Ryan Lewis partiranno per Phoenix per la prima data di un tour che toccherà 25 città. Prima del volo, Macklemore ha un paio di cose da fare, un’ultima prova e soprattutto, siccome è un alcolizzato e tossicodipendente, deve andare a un incontro in un centro di recupero. Arriverà, si siederà su una sedia, giocherellerà ansiosamente con il cordino del cappuccio della sua felpa e ascolterà le storie di uomini e donne che conosce ormai intimamente, li ringrazierà per aver condiviso la loro esperienza e racconterà come, anche se non beve una goccia d’alcol da sette anni, è ricaduto più volte nell’uso di droghe. Soprattutto da quando il successo di The Heist lo ha trasformato da rapper underground conosciuto a Seattle in popstar di fama mondiale. Racconterà anche che ha mentito a sua moglie Tricia Davis, che ha sposato l’anno scorso un mese dopo la nascita di Sloane. E dirà a tutte queste persone che ha paura. «Se non metto come priorità quella di guarire, non ci vorrà molto prima di ritrovarmi ancora distrutto e strafatto», mi dice dopo in privato. «Il tipo di droga dipende dalla ricaduta: può essere una pasticca, erba, un beverone di Codeina, qualcosa che sniffo o qualcosa che mangio, non ha importanza. Se metto qualcosa nel mio corpo poi ne voglio ancora».

Macklemore insieme alla moglie Tricia Davis, dal profilo Instagram del rapper

Macklemore insieme alla moglie Tricia Davis, dal profilo Instagram del rapper

Adesso Macklemore ha bisogno di comprare un rasoio elettrico. Molte star avrebbero delegato un compito del genere a qualcun altro, ma a Macklemore piace poter fare ancora certe cose da solo. Una commessa sulla quarantina nota la sua indecisione: «Mio marito usa questo», dice. Macklemore sceglie un modello da 201.99 dollari e quando la commessa gli chiede: «Possiamo fare una foto?», risponde di sì.
Il successo è arrivato con due party song, Thrift Shop e Can’t Hold Us, che però contenevano tutti e due messaggi contro il conformismo e inviti ad avere fiducia in se stessi. Fin dall’inizio della sua carriera, Macklemore è stato guidato dalla ricerca pressante di serietà e di una sorta di coscienza di quello che dice. In This Unruly Mess I’ve Made tutto questo è più vero che mai. Nella prima traccia parla dell’industria dell’intrattenimento come di una farsa in cui tutti sono perennemente insicuri e in cerca di facili gratificazioni. In Kevin, ispirata alla morte per overdose di medicinali di un amico, attacca Big Pharma definendola una gang di assassini approfittatori protetti da un sistema giudiziario ipocrita. Ancora più ambiziosa e controversa è White Privilege II, che solleva una serie di domande sul razzismo della nostra società e sulla sua stessa complicità in qualità di rapper bianco. Nessuno di questi pezzi è nato da quello che si potrebbe definire una finalità commerciale tradizionale: «Con The Heist abbiamo avuto più successo di quanto avremmo mai potuto prevedere e quindi abbiamo avuto più soldi da spendere. Ma può essere una cosa incredibilmente rischiosa».

«Quando prendo droghe, l’unica cosa a cui penso è che ne voglio ancora»

 

Macklemore mi chiede di non specificare qual è il suo programma di recupero, e aggiunge: «Ti porto con me perché voglio essere completamente trasparente: questo è quello che ho da fare oggi». Il suo rapporto con le droghe è iniziato quando era un ragazzino: «Quando prendo droghe, l’unica cosa a cui penso è che ne voglio ancora». Da ragazzino, «fatto di erba o di birra doppio malto», ne faceva di ogni, da rubare i soldi dalla cassa del Burger King in cui lavorava a «sfondare i finestrini delle macchine per rubare gli spiccioli e comprare da bere, fare graffiti e girare su macchine rubate. Sono sempre stato attratto dal lato oscuro». Non era un problema economico, perché la sua famiglia era benestante, ma piuttosto «un rito di passaggio, in un’età in cui hai gli ormoni in subbuglio. Cercavo la mia identità e di farmi conoscere dagli altri. Tutte cose in cui l’alcol non aiuta». Macklemore trova nell’hip hop e nei graffiti una strada che, se presa seriamente, richiede non solo voglia di rischiare, ma anche dedizione. I suoi genitori lo mandano a un corso estivo d’arte. Le cose però non vanno come dovrebbero: «Ho passato tutta l’estate a bere e a sballarmi senza fare niente di artistico. Ho dovuto mentire ai miei genitori». Si inventa il nome Macklemore, e incontra un ragazzo che gli dice chiaramente: «Amico, sei un alcolizzato». «Non ci avevo mai pensato prima, sapevo che succedeva qualcosa quando bevevo, ma non avevo mai associato quella parola a me».

I problemi crescono di pari passo con il successo e la fama, e Macklemore alterna momenti di sobrietà a ricadute. Comincia a bere il lean, uno sciroppo a base di codeina, e oggi può parlare con cognizione di causa dei suoi effetti collaterali poco piacevoli («Sei sempre costipato e, quando smetti, sei pieno di merda che però non riesci a fare. A un certo punto però deve uscire, e di solito lo fa sotto forma di diarrea»). Depresso e sempre più chiuso in se stesso, Macklemore comincia a mentire alle persone più vicine a lui: «Faccio finta che tutto vada bene, ma in realtà dal momento in cui mi sveglio fino a quando non vado a dormire non faccio altro che pensare alla droga. Non voglio drammatizzare, ma avrei potuto essere morto da molto tempo».

Macklemore e Ryan Lewis

Macklemore e Ryan Lewis

L’incontro è in una piccola sala con pochi mobili e una vecchia tappezzeria in un quartiere abitato prevalentemente da neri: «Ci sono quattro bianchi su 26 persone di colore, e lui è uno dei pochi che dimostra meno di 40 anni», mi spiegano. Macklemore saluta e abbraccia i presenti e, mentre un uomo sta parlando della sua infanzia difficile esce dalla sala, torna con un bricco di caffè e riempie le tazze a tutti. Il prossimo a parlare è un tipo che inizia a piangere, mentre si scusa con una ragazza per averle gridato contro. Macklemore parla delle difficoltà che ha ad ammettere i propri errori con Tricia: «Non so da dove cominciare, quanti anni indietro devo andare? Cosa faccio? Mi è capitato di ricaderci, ero a letto con lei, sballato e con la voglia di farmi ancora. Ho provato ad ammettere tutto in quel momento per evitare di andare a farmi di nuovo». Lo sguardo si abbassa sul pavimento: «Stanotte parto in tour. Mi sono già trovato nella situazione di pensare solo ai miei affari e alla mia carriera ed è l’essere così testardo ed egoista che mi ha portato alla malattia. Non ho seguito il programma di recupero, sono stato qui ad ascoltare, sono arrivato agli incontri in ritardo e me ne sono andato prima, ho cercato di tirare fuori qualcosa da questa esperienza, ma non l’ho fatto. Devo lavorarci su, devo pensare agli altri, perché se penso solo a me stesso ricomincio a farmi».
«Chiamaci», dice qualcuno. «Sì, chiamaci», confermano gli altri.

«Preferisco non tenere il conto dei momenti in cui sono stato sobrio», mi dice più tardi quando gli chiedo da quanto tempo è pulito. «La cosa importante da dire è: “Sono fatto, ero fatto e ho mentito”. Ho seguito un programma di recupero per un anno e mezzo, e per la maggior parte del tempo è andato bene. Mi sono sentito così male seduto in quella sala con il mio Rolex al polso, la Cadillac parcheggiata fuori e una casa a Capitol Hill. Mi guardo intorno e vedo persone più centrate spiritualmente e più realizzate di me, con molta più pace e serenità nelle loro vite». Cerca un collegamento tra quello che è appena successo all’incontro e i suoi obiettivi artistici: «Ho visto un uomo piangere di fronte a tutti, scusarsi e andarsene con più rispetto e potere. È quello a cui aspiro quando faccio la mia musica. Scrivo delle bozze, le straccio e poi vado in profondità. Scavo. Quando qualcuno dice la verità, l’effetto è esplosivo, quindi per me la domanda è sempre la stessa, sia che stia scrivendo una canzone o che stia condividendo le mie dipendenze in un incontro: “Cosa sto nascondendo?”».

La prossima meta è una sala prove nella zona industriale della città. Ryan Lewis è già lì con i suoi jeans attillati e un paio di grossi occhiali da sole. L’idea di questo tour è cominciare suonando in posti piccoli con una crew di 50 persone («Spendendo da 70 a 80mila dollari a concerto») e poi raddoppiare le dimensioni della produzione per un tour europeo nei palazzetti. I primi concerti devono essere speciali, e tutte le canzoni possono essere cambiate per l’occasione. Le registrazioni di This Unruly Mess I’ve Made sono cominciate nel 2014 e sono andate avanti lentamente, sia per i problemi personali di Macklemore sia perché con il successo il duo è diventato più ambizioso. Ryan Lewis ha speso tutti i soldi di Heist per comprare suoni: solo per il primo pezzo dell’album, Light Tunnels, ha scritturato i 33 tamburi della coreografia della squadra di NFL dei Seattle Seahawks, un coro, «una sezione di archi composta da 12 a 15 elementi», un arpista e un suonatore di dulcimer. Ci è voluto un anno intero solo per finire la base del pezzo. Macklemore, nel frattempo, ha cercato di superare il blocco dello scrittore con degli esercizi di scrittura libera in stile flusso di coscienza sulla macchina da scrivere, un’idea ispirata al libro The Artist’s Way: «L’imperativo era togliere le ragnatele».

Nel suo primo album, Open Your Eyes, che ha registrato da solo quando aveva 17 anni, Macklemore metteva insieme ricerche spirituali fatte sotto l’effetto di psylocibina con le sue idee radicali. In un pezzo meravigliosamente bizzarro, Journey, canta di andare sulle Olympic Mountains nello Stato di Washington, prendere funghi allucinogeni e fare beatbox seguendo il canto degli uccelli per assorbire «la loro saggezza». Verso la fine del pezzo racconta una sua fantasia: «Trasformarmi in un Nativo Americano, dirottare la Santa Maria e uccidere Cristoforo Colombo». Ha anche definito la religione un killer più pericoloso di «suicidio, Aids e cancro messi insieme». Nel 2012 in The Heist ha abbassato i toni, ma in Unruly Mess il suo lato polemico è tornato fuori, soprattutto in White Privilege II, in cui riprende un tema su cui aveva già detto la sua nel 2005. La scintilla è scoppiata alla fine del 2014, quando Macklemore, scosso dalla morte del 18enne nero Michael Brown e dalla mancata incriminazione del poliziotto che gli ha sparato, Darren Wilson, partecipa a una manifestazione del movimento “Black Lives Matter” a Seattle. Riprende la canzone e la riscrive in base alle conversazioni che ha avuto con attivisti, musicisti, intellettuali e accademici: «Sono un bianco che affronta il tema del razzismo sistemico della nostra società, e devo costantemente chiedermi: “Quali sono le mie intenzioni?”», dice Macklemore. «Non esiste una versione perfetta di una canzone del genere», aggiunge Ryan Lewis.
Macklemore sa che arriveranno delle critiche: «È una riflessione fatta a voce alta: “Posso rimanere protetto dai miei privilegi e non dire nulla e fare in modo che il sistema vada avanti così com’è, oppure posso provare a entrare nella discussione, sapendo che non ho tutte le risposte e che ho molto da imparare”».
Gli faccio notare che il pubblico mainstream bianco potrebbe irritarsi nel sentire il tizio di Thrift Shop dire che la bandiera americana è un simbolo del suprematismo bianco, e lui risponde: «So che questo pezzo avrà delle conseguenze sulle vendite del disco o sul tour, ma non mi importa, sento di dover parlare e dire la verità».

Sono un bianco che affronta il tema del razzismo sistemico della nostra società, e devo costantemente chiedermi: “Quali sono le mie intenzioni?”

Dopo le prove, Lewis sale sulla sua moto, una Harley Davidson modificata che ha chiamato Iron Guerilla, e guida fino all’edificio di fronte al mare che lui e Macklemore hanno trasformato nel loro quartier generale. Al piano terra c’è la sala di registrazione con una tonnellata di apparecchiature, un muro pieno di chitarre e una fila di appendini pieni di abiti con paillettes, frange e piume. C’è anche un quadro molto kitsch di un’aquila, un dipinto a olio di Drake che balla e un agghiacciante ritratto di Justin Bieber nudo, con lo sciroppo di acero che gli cola dal petto su un pancake appoggiato in bilico sul suo pene. Al piano di sopra c’è Tricia, simpatica e sorridente, con la piccola Sloane. Macklemore non la vedrà per un paio di settimane. È una bambina grande per la sua età, con gli occhi blu e un paio di adidas Jeremy Scott ai piedi. Mi vede e allunga il suo piccolo pugno verso il mio. «Ti sta salutando», dice Macklemore pieno di orgoglio. Qualche ora dopo, lui e Ryan Lewis salgono su un volo Alaska Airlines diretto a Phoenix. Viaggiano in classe economica, e dormiranno in un albergo della catena Holiday Inn Express. Gli piace spendere in orologi d’oro, macchine, moto e ville da sogno, ma nelle altre cose i due sono parsimoniosi.
Le prove iniziano la mattina dopo al Comerica Theatre, un teatro da 5000 posti.

Dopo aver passato otto ore a cantare le stesse canzoni, Macklemore scherza e comincia a dire stupidaggini nel microfono, poi chiama a raccolta la sua crew e chiede a tutti di sedersi in cerchio sul palco. Dice di essere contento di lavorare con loro, e che hanno davanti «una stagione come quella dei Seahawks». Poi cede la parola al responsabile della sicurezza del tour, Terrell, che elenca le regole fondamentali tra cui il divieto di usare i social media dietro le quinte e li ammonisce di «non usare il bagno nel tour bus». Tutti ridono, ma Macklemore sembra preoccupato. Lascia il palco, si cambia, indossa la sua felpa con il cappuccio e sale su una macchina che lo sta aspettando fuori. Ha trovato un centro di recupero dove organizzano degli incontri lì vicino e non vuole arrivare in ritardo. Non più.

Questo articolo è stato pubblicato in versione integrale su Rolling Stone di aprile.
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