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Mace: «Imbastardiamo i generi»

'OBE' è il primo grande disco italiano del 2021 non per i feat, ma perché c'è lui, un produttore che pensa la musica in termini di esplorazione e rinnovamento. «Finalmente in classifica c'è roba figa»

Mace

Foto: Francis Delacroix

OBE è un acronimo che significa letteralmente Out of Body Experience, ovvero esperienza extra-corporea. E in effetti anche la musica di Mace viaggia nell’etere in maniera fluida e multiforme, proprio come quando ti ritrovi a galleggiare dalle parti del soffitto e a guardare te stesso dall’alto, in un sogno o in una realtà alterata da sostanze allucinogene.

L’atmosfera onirica e assolutamente unica nel suo genere che pervade tutto il disco è frutto di esperienze musicali e di vita altrettanto uniche: Mace è uno dei pochi produttori italiani ad avere attraversato le fasi e i generi arricchendo e personalizzando il suo sound, anziché disperdendolo e annacquandolo. Nasce come beatmaker hip hop quando l’hip hop non se lo filava ancora nessuno, poi per un lungo periodo, con il suo progetto Reset!, devia verso la dance e l’elettronica, generi altrettanto di nicchia all’epoca in Italia. Nel mentre si perde per il mondo, viaggia, scopre nuove culture e nuove sonorità, apre le porte della percezione e poi torna alla base, diventando uno dei nomi di riferimento per la nuova scena rap e R&B italiana, da Ghali a Venerus. Una cosa, però, ancora non l’aveva fatta: pubblicare un album a suo nome.

«Sono prontissimo al debutto, però», conferma alla vigilia dell’uscita di OBE, la sua prima fatica in tal senso. «Direi che per prepararmi a questo momento ho avuto parecchio tempo, considerando che i primissimi beat li ho fatti nel ’99/2000», ride.

Perché ci hai messo tanto?
Quando ero un produttore prettamente rap non mi era mai interessato fare un disco di questo tipo. Ora, però, sentivo che era il momento giusto. Tutto è partito da una mia fuga in Sudafrica, dove ho vissuto per qualche mese, e ho registrato un album fatto interamente con artisti locali, di cui ero davvero soddisfatto. Ma appena sono tornato mi sono reso conto che, per quanto fosse un lavoro davvero bello, quel tipo di musica era giusta lì, ma non funzionava in questo contesto. È stata una delle esperienze più belle della mia vita e mi è servita a capire tante cose, ma non era il disco giusto da pubblicare.

L’altro fattore determinante per la pubblicazione di OBE è stato conoscere Venerus: c’è stata un’alchimia talmente forte con lui che ho capito che il livello, in Italia, era diventato abbastanza alto che fare un album sarebbe stato una bella sfida artistica. Finalmente al top delle classifiche ci sono cose fighe, e comincia ad esserci un terreno fertile per imbastardire i generi. E quindi oggi ho qualcosa da raccontare anche io, con la mia personalità e il mio stile, senza dover fare per forza una semplice compilation.

In effetti la tua personalità e il tuo stile emergono tantissimo, più di quella dei singoli artisti che hai convocato…
Ne sono contento. Ci ho messo un paio d’anni per mettere insieme il materiale: ho lavorato un po’ a step, anche per capire man mano chi coinvolgere e per riuscire a rispettare i tempi di tutti. Ho cercato di allontanarmi il più possibile dai cliché della trap contemporanea, anche se è un genere che amo: sono stato tra i primi dj a suonarla qui in Italia, quando ancora facevo prevalentemente musica elettronica. La gente si fermava in mezzo alla pista e mi guardava, perché non capiva come si ballava quella roba… (ride) Oggi, però, ho l’impressione che si sia un po’ involuta su se stessa, quindi volevo andare in una direzione diversa.

Tu hai sempre viaggiato moltissimo, entrando in contatto con musicisti di tutto il mondo: Africa, Asia, Sud America… Eppure in quest’album compaiono solo nomi italiani. Come mai?
Innanzitutto, perché volevo fare un disco che avrebbe potuto fare la differenza per il mio Paese, lanciare un messaggio. Dopo anni a guardare all’estero, soprattutto con i miei progetti di musica elettronica, ho voluto tornare alle radici, anche perché volevo lavorare con artisti con cui ho un rapporto diretto e personale: non mi interessavano i featuring prestigiosi commissionati a distanza, anche se in questo periodo storico sembra che tutti stiano andando nella direzione opposta (ride). L’unico dubbio è stato se includere alcuni degli artisti sudafricani con cui avevo lavorato, ma alla fine ho deciso che li coinvolgerò su altri lavori, magari.

Foto: Roberto Graziano Moro

Quando il rap non se lo filava nessuno, facevi quello; quando la moda della musica elettronica non era ancora esplosa, tu la suonavi nelle tue serate; quando il K-pop era praticamente sconosciuto, eri in Corea del Sud a fare provini per le case discografiche di Seoul… Sfruttiamo le tue doti predittive, visto che quanto al futuro del sound sei sempre stato un passo avanti: dovendo fare una scommessa, secondo te quale sarà il prossimo trend?
La sfera di cristallo ancora non ce l’ho, mi spiace (ride)! Le mie previsioni non sono mai dettate dal pensiero, ma da sensazioni personali, che sperimento in prima persona. In questo momento ci sono due cose che mi hanno colpito molto. Il primo è l’effetto pandemia: la musica avrà una fruizione sempre più casalinga, nei prossimi mesi, e non a caso ascolto moltissima roba psichedelica e ambient, con sonorità molto distese, perché accompagnano molto bene la vita che sto facendo. Grandi soundscape per pensare ed emozionarsi, insomma, non concepiti necessariamente per essere ascoltati dal vivo in impianti potenti. Nel clubbing, invece, l’ultima cosa che aveva risvegliato il mio interesse era stata l’ondata di techno downtempo a 110 bpm che cominciava ad andare di moda a Berlino e in altre città del mondo. Un suono tribale ed ipnotico, molto lento, che non siamo ancora abituati a ballare ma che poi ti fa muovere il corpo come non l’hai mai mosso prima. Un po’ come la trap ai tempi, appunto.

A proposito, com’è stato per te l’ultimo anno da dj e frequentatore assiduo di club forzatamente chiuso in casa?
Ovviamente mi è mancato moltissimo suonare: non mi interessava essere protagonista degli eventi in streaming, perché è una modalità di interazione che non amo molto, così dal punto di vista dei dj set ho fatto poco e niente. Forse andare a ballare mi è mancato ancora di più, però: adoro stare nei club e ascoltare musica a un volume improponibile, in mezzo alla folla. Ma va bene così, ho trovato altro da fare. Mi sono dedicato a me stesso: ho fatto molta più meditazione ed esercizio fisico, ho ripreso a leggere un sacco e a guardare un botto di film. Ho fatto anche tanta musica, senza pressioni esterne, per puro piacere personale. Alcune delle scelte sonore frutto del primo lockdown sono finite anche nel disco, e non credo che avrei mai avuto modo di sperimentarle se non fossi stato in isolamento.

Tornando a OBE, una delle tracce più riuscite è Senza fiato, con Joan Thiele e Venerus…
Siamo tutti e tre molto amici, e per me sono le due voci più interessanti in Italia in questo momento. Per me, quindi, era ovvio e scontato che dovessero fare un pezzo soul insieme. Hanno lavorato in grande autonomia: si sentivano a loro agio e così si sono lasciati andare, improvvisando molto sulle melodie. Nel songwriting mi piace essere una guida, piuttosto che imporre il mio gusto. E se lavoro con persone che non conosco mi prendo sempre parecchio tempo per chiacchierarci: di solito le prime ore in studio insieme le spendiamo a parlare e basta, per entrare nelle rispettive mentalità e capirci meglio. Penso che un vero artista sia quello che cerca consapevolmente delle nuove strade: sono artisti non solo musicalmente, ma anche umanamente, perché hanno tanto da raccontare e rielaborare a modo proprio.

Foto: Francis Delacroix

Un altro pezzo davvero forte, che però non c’entra niente con il resto del disco, è la traccia finale, la super acida Hallucination (di nome e di fatto, aggiungerei).
A un certo punto della mia carriera, attorno al 2006, ho avuto un rigetto completo per la musica hip hop: mi sembrava di avere già fatto tutto quello che volevo fare, avendo già pubblicato un disco mio nel 2003 (dal titolo L’alba e uscito a nome La Crème, il suo primo gruppo, fondato con Jack the Smoker, ndr) e avendo lavorato con tutti i big di quel periodo, da Kaos ai Colle Der Fomento. Mi sono messo a cercare un genere in cui potevo esprimermi meglio come produttore, e ho guardato alla musica dance ed elettronica, fondando il progetto Reset!. Sono tornato al rap solo nel 2012, quando ho dato un mio beat a Noyz Narcos, ma l’elettronica è ancora un mio grande amore, e Hallucination è uno dei tanti brani che esprimono quella parte di me. È ispirato alle mie esperienze psichedeliche: ho cercato di trasformare in suono le visioni che avevo, creando una specie di sinestesia e ricreando un viaggio che parte con una ronza e arriva al climax. Contiene anche l’estratto di un TED Talk perfettamente a tema, che parla della natura illusoria della realtà.

Quindi fammi capire: è stato scritto quando eri ancora under the influence?
No, è stato scritto after the influence, diciamo. Non credo che riuscirei mai a fare musica quando sono sotto l’effetto di sostanze psicotrope (ride)! Però dopo, quando metabolizzo e ripenso a quello che ho visto e immaginato, mi vengono grandi momenti di ispirazione.

Tornando al disco, c’è una grande assenza che colpisce scorrendo i nomi degli artisti che hai ospitato nella tracklist: quella di Ghali, unico tra gli artisti con cui hai collaborato molto a mancare all’appello…
Non ci sono stati scazzi, non temere! Semplicemente, non abbiamo avuto tempo: abbiamo lavorato ai provini di due pezzi, ma non eravamo soddisfatti al 100%, e dopo aver lavorato a un disco come DNA, che era riuscito così bene ed era andato così bene, non potevamo accontentarci, dovevamo sfornare una bomba. Non una hit, sia chiaro: non uso quasi mai quella parola perché non mi piace, non è quello il concetto su cui mi concentro, come penso sia evidente a chi ascolterà l’album. Anche La canzone nostra (con Salmo e Blanco, ndr), che sta andando molto bene, non era stata concepita per fare grandi numeri: è arrivata al successo quasi per caso.

Molti degli artisti con cui hai lavorato appartengono a una generazione lontana dalla tua. Com’è, per te, confrontarti con loro?
Quando Blanco è entrato in studio e ho scoperto che era nato nel 2003, gli ho detto ridendo: «Frate, hai l’età del mio primo disco!». A me capita spesso di invitare giovani artisti nel mio studio, non necessariamente per lavorare insieme, ma anche solo per conoscerci e trovare nuovi stimoli. Per me è uno scambio: loro possono dare una prospettiva più fresca a me, e io posso insegnare qualcosa a loro. Il che è davvero utile, mi fa sentire come se ci aprissimo vicendevolmente gli occhi su tante cose. Quello che io faccio oggi con loro, lo hanno fatto con me Bassi Maestro o Fritz Da Cat quando muovevo i miei primissimi passi nel mondo della musica. Sapere di avere la loro approvazione mi aveva dato davvero tanta fiducia in me stesso, anche se non si faceva una lira!

La mentalità degli artisti emergenti di oggi è diversissima da quella con cui è cresciuta la tua generazione. Tu sei stato uno dei primi a lasciare l’università per concentrarti solo sulla musica, e tutti lo vedevano come un passo azzardato, mettendoti in guardia sulle possibili conseguenze. Oggi gli aspiranti rapper quattordicenni mollano direttamente la scuola…
Aggiungerei che oltre a mollare la scuola vanno a tatuarsi in faccia, magari accompagnati dalla mamma (ride)! Scherzi a parte, il mondo cambia, ma le dinamiche non sono poi così diverse. Un sacco di giovani si scontrano ancora con i genitori per le loro ambizioni musicali, anche se il trapper è diventato il nuovo calciatore, nell’immaginario collettivo, quindi forse è un po’ più facile convincerli che è una scelta di carriera facile e redditizia. E poi c’è anche un’altra cosa che è cambiata…

Cosa?
Quando noi ascoltavamo rap da ragazzini, l’hip hop era considerato in assoluto il genere musicale più sfigato che ci fosse, da tutti. Adesso invece è quello di punta, il più venduto e di successo, il che è una grande soddisfazione, una rivincita. Però quando parlo con i miei amici dell’epoca ci troviamo spesso concordi sul fatto che, se avessimo avuto 14 anni oggi, probabilmente del rap non ci saremmo mai innamorati. A quei tempi ci aveva colpito anche perché era un linguaggio non massificato, che il tuo compagno di banco o i ragazzini zarri che incontravi in piazza non ascoltavano. Ti faceva sentire diverso, speciale. Oggi, invece, è per tutti.

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