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Mace e Gemitaiz, allenare l’empatia con la musica

Ci sono artisti che sognano di andare a Dubai, loro sono andati in Mozambico. Sono tornati con una canzone, un documentario e ora un libro. È un invito a mollare l'immaginario hip hop da ricchi & famosi

Foto: Manuel Marini

Quando Mace, Gemitaiz e il regista/fotografo Manuel Marini partono per le ferie, in valigia non si limitano a infilare il costume da bagno e la crema solare, ma anche una quantità industriale di hardware musicali («Metti caso che ci venisse voglia di fare un beat una sera dopo cena», dice Gemitaiz) e di attrezzatura fotografica («Perché non è solo un mestiere, è una passione», sottolinea Manuel Marini). Così, quando improvvisamente il loro viaggio in Mozambico del gennaio 2020 si è trasformato in una sorta di continuo brainstorming multi-formato, hanno avuto modo di catturare il momento nella maniera che riesce meglio a ciascuno di loro.

Il primo output è costituito da una doppia traccia, Bianco/Gospel, uscita a luglio 2020: il videoclip è stato realizzato in collaborazione con parecchi creativi del luogo. A giugno 2021 è arrivato invece il mini-documentario Quello che resta, per la regia di Manuel, tuttora disponibile sulla piattaforma Vimeo, che ne racconta la genesi. A completare il trittico, questa settimana è arrivato Gosto, il libro fotografico che ripercorre il viaggio. I proventi del progetto sono devoluti a COOPI, una ONG che opera in 70 Paesi del mondo – tra cui il Mozambico – per combattere la povertà e creare più equilibrio tra le aree sviluppate e le aree depresse del pianeta.

Dietro le quinte della presentazione milanese del libro, la sensazione è quella di essersi imbucati a una rimpatriata tra amici che si rivedono dopo un road trip epico. Forse anche perché la prossima occasione per partire è ancora lontana: Gemitaiz è in procinto di partire per il suo tour estivo (dove speriamo tutti di sentirlo suonare anche qualche brano inedito), Mace pubblicherà presto un nuovo lavoro votato all’elettronica, mentre Manuel sta lavorando a mettere in piedi un vero e proprio lungometraggio.

Inizialmente, quella in Mozambico doveva essere una vacanza…
Manuel: Siamo tre creativi che non riescono a stare fermi: se l’ispirazione ti arriva durante una vacanza, non la lasci scappare solo perché vuoi riposarti.

Gemitaiz: Però sì, all’inizio eravamo partiti per puro svago. Ricordo che in aeroporto eravamo esaltatissimi, perché ci aspettavano due settimane palle all’aria in spiaggia. Alla fine siamo andati al mare due volte in 22 giorni.

Mace: Diciamo che quella parte abbiamo preferito non includerla nel documentario, perché sennò rischiava di diventare il filmino delle vacanze (ridono tutti). Soprattutto, abbiamo passato un botto di giorni a Maputo, la capitale. Non avevamo nessuna aspettativa sulla città, ma appena atterrati abbiamo conosciuto dei ragazzi super stilosi che ci hanno portato nei posti giusti, e ci siamo presi subito benissimo. Ogni sera uscivamo e succedeva qualcosa di nuovo e incredibile.

Fin dalle prime scene di Quello che resta colpisce tantissimo il fatto che in Mozambico, un Paese africano molto povero che in teoria dovrebbe avere altre priorità, è davvero avanti quando si tratta di cultura…
Gemitaiz: C’è un grande fervore artistico. A Maputo ci ha accolto il papà di un altro nostro amico musicista, Victor Kwality, che è mozambicano. Ci ha portato a mangiare sul mare e poi ci ha accompagnato all’Associazione Nazionale Musicisti: è rimasto con noi a bere una birra dietro l’altra, nonostante abbia 70 e passa anni e sembri Martin Luther King. Era più in forma di noi!

Manuel: Anche un’altra mia amica mozambicana ci aveva consigliato di dirigerci a colpo sicuro all’Associazione Musicisti, e infatti la situazione era pazzesca. Quando siamo arrivati c’era una jam session, e una volta giunti all’orario di chiusura ci hanno spiegato che la festa sarebbe continuata all’Associazione Nazionale Scrittori, così ci siamo spostati lì.

Mace: La gente del posto era in calzoncini e ciabatte. Siccome noi tre siamo abbastanza appariscenti, abbiamo subito catalizzato l’attenzione di un ragazzo, Lauro, con cui abbiamo poi stretto amicizia: anche lui era piuttosto sgargiante rispetto agli altri, visto che fa lo stylist e disegna vestiti. Poco dopo ci ha presentato Sylvestre, un regista di videoclip. Sembrava che tutto cospirasse per farci fare musica, anche perché quando abbiamo cominciato a uscire tutte le sere con loro, girando per i vari club della città, eravamo bombardati da un sacco di stimoli e sound diversi. La nuova scuola di elettronica africana è davvero interessante: fanno una rilettura della techno che adatta i loro ritmi a beat super-veloci. Bianco è nata così.

La seconda traccia, Gospel, è uscita fuori in maniera altrettanto spontanea…
Gemitaiz: Eravamo in studio per registrare Bianco, quando Mace è uscito per fumare una sigaretta.

Mace: Ho sentito questa voce che sembrava quella di Whitney Houston da giovane, e sono rimasto scioccato. Ho spento la sizza e ho cercato di rintracciarne a orecchio la provenienza: arrivato in fondo a un corridoio, ho aperto una porta e mi sono trovato di fronte a un coro gospel femminile. Sono corso a chiamare Manuel e Gem, e siamo stati lì mezz’ora ad ascoltarle cantare i loro spiritual. Da lacrime agli occhi.

Gemitaiz: Ti giuro, io sono la persona più atea del pianeta – piuttosto che credere in Dio mi viene più facile credere agli alieni e a un sacco di altre cose altrettanto discutibili – ma quando sento quella musica, mi sento improvvisamente più religioso. Mi succede sempre: guardo il sunday service di Kanye West e mi ritrovo a pensare: sì, è vero, Gesù è buono (risate generali)! L’emozione di chi canta per Dio è fortissima, ti smuove.

Mace: È normale: da noi la musica da chiesa è di una tristezza micidiale, mentre nelle chiese nere è una celebrazione della gioia.

Gemitaiz: Vero, infatti consiglio sempre tutti quelli che visitano l’America per la prima volta di entrare in una chiesa, la domenica. E comunque, quel tipo di scale armoniche ci sono sempre piaciute tantissimo, fin da quando le sentivamo campionate nei dischi hip hop anni ’90, perciò trovarci in quella situazione è stato un flash. Abbiamo registrato le prove con il recorder portatile di Manuel, e abbiamo chiesto al loro manager se potevamo incontrarci in studio nei giorni successivi per incidere bene il coro.

Manuel: Purtroppo non è stato possibile, abbiamo provato a inseguirlo per settimane ma continuava a darci buca: era un personaggio un po’ così. Alla fine abbiamo utilizzato proprio la registrazione grezza di quel giorno.

Per voi, partire per il mondo e andare ad ascoltare la musica nei contesti da cui proviene (anche i più sconosciuti, come il Mozambico) è sempre stato fondamentale. A differenza di molti, che si limitano a sfruttare Internet per conoscere tutto senza uscire dalla cameretta.
Mace: Sono sconvolto nel riscontrare questa mancanza di curiosità in un sacco di artisti giovani. Io ho sempre viaggiato tantissimo, anche prima di fare il produttore professionista: a vent’anni, i pochi soldi che ho guadagnato con L’alba (il suo primo album uscito nel 2003 a nome La Crème, quando lui e l’allora socio Jack the Smoker erano ancora studenti squattrinati, nda) li ho investiti per girare il Messico zaino in spalla. Anche Gem e Manuel sono come me.

Gemitaiz: So che sembra una roba un po’ da fricchettoni, ma per noi è fondamentale. Le nuove generazioni hanno un’altra mentalità. Tempo fa stavamo parlando con un artista della nuova scuola, uno che stimiamo molto e che è tutt’altro che stupido: gli raccontavamo del nostro viaggio in Africa, esaltatissimi, e lui ci diceva che invece la destinazione dei suoi sogni è Dubai. Un posto che personalmente non mi attira proprio, non mi verrebbe mai da andarci spontaneamente, ma per lui e per molti ragazzi della sua età la vacanza ideale è in un posto con il motoscooter, il wi-fi, tutti i comfort.

Mace: C’è da dire che noi a vent’anni eravamo dei pezzenti, questi sono già tutti milionari (ride)! Hanno un altro immaginario, altri standard di riferimento. Noi abbiamo avuto la fortuna di viverci quell’età normalmente: quando sei giovane, se non hai soldi e hai voglia di viaggiare, trovi un modo comunque e sei felice lo stesso.

Gemitaiz: In generale, ai tempi se spendevi una barca di soldi per qualcosa che potevi rimediare a meno, non eri un figo: eri un coglione. Ricordo che io e la mia ragazza ci eravamo fatti un Interrail pazzesco grazie a dei biglietti del treno falsi che mi ero fatto rimediare da un amico: costavano 600 euro, li avevamo pagati 70. Il viaggio della vita (ride).

Mace: Era la cosa più hip hop del mondo, arrangiarsi. In quel famoso primo viaggio zaino in spalla, l’ultimo giorno avevamo finito i soldi: eravamo a Città del Messico e non avevamo più un centesimo, non avevamo letteralmente più nulla da prelevare al bancomat. Abbiamo messo insieme delle monetine per comprarci un hamburger pessimo da uno che li vendeva in strada, ed eravamo fierissimi di noi stessi per essere riusciti a sopravvivere.

Foto: Manuel Marini

Il documentario si conclude con un vostro invito, rivolto ad artisti e fan, all’empatia e ad allenare la curiosità. Da questo punto di vista, cosa vi porterete per sempre nel cuore, di questo viaggio?
Manuel: Tutti e tre eravamo già stati in Africa, ma constatare che anche in uno dei Paesi più poveri al mondo c’è un fermento creativo enorme è stato bellissimo. Non hanno quasi niente, ma quel poco che hanno lo usano per spaccare il più possibile. Si è creata da subito un’alchimia stupenda con la gente del posto, che andava oltre tutte le differenze. E poi, il Mozambico è un luogo dai paesaggi incredibili: le dune di sabbia, le isole, e soprattutto il cielo, in cui c’è qualcosa di ancestrale.

Gemitaiz: Il cielo africano è tutto. Sembra molto più basso e vicino di quello dell’Europa. Ma la cosa che mi ha colpito di più è stata la sensazione di naturalezza con cui siamo stati accolti. Ovviamente avevamo un po’ di paranoia, le prime volte che andavamo nei club: non che potesse succederci qualcosa di brutto, ma che non venissimo accettati, che ci giudicassero. Invece, dopo un quarto d’ora di sguardi un po’ incuriositi, nessuno ha più fatto una piega. Davano per scontato che se eravamo lì era perché eravamo genuinamente interessati a conoscere, ascoltare, ballare. Erano situazioni super essenziali, con un paio di luci al neon poggiate a terra, un gruppo di ragazzi che suonavano le percussioni e altri che ballavano (li potete vedere nel video di Blanco/Gospel), ma siamo rimasti scioccati dal loro talento.

Mace: L’uso del corpo che riescono a fare è incredibile. Ti chiedi come facciano a non rompersi o smontarsi, quando fanno certi movimenti. In generale, comunque, il Mozambico è un posto bellissimo, super pacifico, molto più di tanti altri posti che ho visitato: non avverti mai un senso di pericolo. È un ottimo punto di partenza per scoprire l’Africa con tranquillità.

Cosa resterà di questo progetto, quindi?
Manuel: Due brani, il documentario e il libro fotografico Gosto.

Gemitaiz: Ci tenevamo a restituire un po’ delle vibrazioni positive che abbiamo assorbito da quei luoghi, e a farlo in maniera molto concreta, con un progetto che rimanga nel tempo. Chissà che il nostro gesto non ispiri anche altri artisti a fare qualcosa di simile.

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