Mac DeMarco risponde da Varsavia («Sì, direi che fa caldo») ed è esattamente come lo immagini. Rilassato, ironico, non più interessato a costruire una mitologia attorno a sé. Chi lo segue dagli esordi sa che qualcosa è cambiato. Negli ultimi anni si è allontanato dai ritmi del music business, ha pubblicato dischi sempre più liberi e ha ripensato completamente il suo approccio ai concerti. Alla vigilia del ritorno in Italia – sabato 27 giugno a Bologna, domenica 28 a Roma e martedì 30 a Milano – abbiamo parlato del suo ultimo lavoro, Guitar, della nostalgia, dei social network e di cosa significa essere diventato uno degli artisti indie più influenti della sua generazione senza averne mai avuto davvero l’intenzione.
Negli ultimi anni hai cambiato parecchie cose, sia artisticamente sia personalmente. Cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo tour?
Stiamo cercando di suonare tutto quello che la gente vuole sentire. Mi sembra giusto. Però vorrei anche sorprenderla un po’. Ci sono canzoni nuove, ovviamente, ma stiamo recuperando anche pezzi che non suonavamo da moltissimo tempo. L’idea è mantenere il concerto fresco e libero sia per chi viene sia per noi sul palco. Finora sta funzionando.
Una delle cose che ha colpito molti fan è stata la svolta rappresentata da Guitar. Non sembra una rottura totale con il passato, ma certamente apre un nuovo capitolo. Da dove nasce quel disco?
Non c’è stato un piano preciso. Non mi sono detto: adesso farò qualcosa di completamente diverso. È semplicemente venuto fuori così. Credo sia il prodotto naturale della vita che sto vivendo oggi. Non perché la mia vita sia radicalmente cambiata, ma perché sono cambiate alcune cose intorno a me e questo si riflette inevitabilmente nella musica.
Quindi non c’era una volontà programmatica di reinventarti?
No. Molte persone che ne hanno scritto hanno parlato di ritorni o svolte, ma per me è stato semplicemente continuare a fare musica. Non ho mai avuto la sensazione di essermi fermato.
Ascoltando Guitar si sente una forte componente strumentale e cinematografica. C’è qualcosa di ambient, qualcosa di country cosmico americano. Quali erano gli ascolti che ti accompagnavano in quel periodo?
Ultimamente sto ascoltando tantissima musica strumentale e suonata, quindi ci sta. Continuo ad amare Lou Reed e torno spesso ai classici, ma passo anche molto tempo con cose che non hanno necessariamente una struttura pop tradizionale. Credo che questo abbia influenzato parecchio il disco.
Però continui a tornare alla forma canzone. Cosa trovi nella scrittura che non trovi nella musica strumentale?
Sono due processi diversi. Per scrivere canzoni devo trovarmi in uno stato mentale particolare. Uno stato emotivo specifico. Quando lavoro su materiale strumentale mi interessa di più esplorare suoni, sperimentare, scoprire qualcosa che non conosco ancora. Con le canzoni, invece, devo entrare in un’altra dimensione. È difficile spiegare come funzioni esattamente.
Negli ultimi anni ti sei allontanato da Los Angeles e hai trascorso molto più tempo in Canada. Questo ha influenzato il tuo modo di lavorare?
In parte sì. Anche se Guitar l’ho registrato a Los Angeles, mi piace sempre di più stare in posti dove ci sono meno distrazioni. Amo vedere gli amici e tornare a Los Angeles, sia chiaro, ma a volte avere spazio intorno aiuta a pensare meglio. Non vivo in una capanna nel bosco come la gente immagina, però stare lontano da una grande città può essere utile.
Hai attraversato 15 anni di trasformazioni radicali dell’industria musicale. Sei arrivato prima dell’esplosione di TikTok, della creator economy e dell’obbligo di essere sempre online. Come guardi a quello che succede oggi?
Mi considero molto fortunato. Oggi molti giovani artisti devono affrontare cose che io non ho mai dovuto fare. Non so nemmeno se siano le etichette a chiederlo oppure no, ma sembra che una parte enorme del lavoro consista nel produrre contenuti, fare video, pubblicare continuamente. Sono felice di non dover vivere quella pressione. Allo stesso tempo è un periodo strano. Tutto costa sempre di più, il mondo sembra andare a fuoco e immagino che per chi inizia oggi sia molto difficile orientarsi. Però credo anche che ogni volta che una situazione diventa assurda – come oggi – emerga una nuova generazione di artisti che reagisce facendo l’opposto. Forse succederà anche con l’intelligenza artificiale e con tutto quello che stiamo vivendo adesso. È quello che spero.
Hai trovato artisti giovani che ti fanno pensare che questa reazione sia già in corso?
Sì. C’è un ragazzo che apre i nostri concerti in questo tour (anche quelli italiani, nda), si chiama Otto Benson. Ha avuto successo online, ma ha l’atteggiamento giusto. Conosce la storia della musica, ha una sua direzione precisa. Mi ricorda molto l’idea un po’ persa di crescere dentro una scena locale e costruire qualcosa in modo organico. È la dimostrazione che si può ancora fare.
Una delle cose curiose della tua carriera è che ormai hai diversi periodi “classici”. Ci sono fan che vogliono Salad Days, altri che vogliono This Old Dog, altri ancora Cowboy. Come vivi il rapporto con la nostalgia?
È vero. Ognuno sembra avere il suo Mac DeMarco preferito. E lo capisco perfettamente. Le persone sviluppano un legame fortissimo con i dischi che ascoltano in un certo momento della loro vita. Molte delle cose che ho fatto nel corso degli anni hanno una firma sonora molto riconoscibile. Potrei aggiungere altri elementi, e ci ho provato, ma non sempre mi sembra naturale. Apprezzo profondamente il fatto che la gente sia affezionata a quei dischi. A volte riascolto qualcosa e mi chiedo persino come abbia fatto a ottenere certi suoni. È una sensazione strana, ma anche molto bella.
Hai detto che oggi la tua priorità è il live. Cosa significa concretamente?
Significa cercare di suonare meglio (ride). Per anni i concerti erano molto più caotici. Ci divertivamo, bevevamo parecchio, succedevano cose imprevedibili. Era divertente, ma oggi mi interessa un’altra idea di concerto. Non bevo più, ho più energia e posso investire quella energia nel gruppo e nella musica. I musicisti con cui suono sono incredibili e mi piace lavorare insieme a loro per migliorare continuamente lo spettacolo. Credo che la band stia suonando meglio che in qualsiasi altro momento della mia carriera.
E fuori dal palco?
Sto cercando di essere più presente. Ho girato il mondo tre o quattro volte e per anni ho visto soprattutto aeroporti, hotel e bar. Adesso, quando arrivo in una città, voglio vedere il mercato, un monumento, una strada qualsiasi. Voglio vivere i posti che attraverso. È una cosa semplice, ma mi sta dando molto.
Stai seguendo i Mondiali?
Un po’. Ho visto una partita del Canada e mi sono chiesto cosa stesse succedendo (la conversazione si è svolta il giorno dopo la vittoria per 6-0 del Canada sul Qatar, nda). Poi il calcio non lo capisco molto, anche se molte persone della crew sono fan. L’unico sport che seguo per davvero è l’hockey.
Allora non ti chiedo niente sulla vittoria dei Knicks.
È impossibile non avere niente da dire sulla vittoria dei Knicks, dai. È stato un fenomeno incredibile e tutti, anche chi non segue come me, ne sono stati giustamente colpiti.















