M+A: «Abbiamo anticipato i Daft Punk. Ma lo sappiamo solo noi» | Rolling Stone Italia
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M+A: «Abbiamo anticipato i Daft Punk. Ma lo sappiamo solo noi»

Sono tra gli italiani che più ci invidiano all'estero forse perché non seguono le mode ma cercano di anticiparle. Come quella volta in cui potevano uscire prima dei due francesi

Gli M+A sono Michele Ducci e Alessandro Degli Angioli

Gli M+A sono Michele Ducci e Alessandro Degli Angioli

Raggiungo gli M+A dopo essermi scolato un cocktail al profumo di mirto che poi si rivelerà il sapore perfetto per l’intervista. Michele e Alessandro parlano velocissimi perché hanno una marea di cose da dire e un cervello che è sempre in movimento. Lo stesso che ha permesso al duo di raggiungere un apprezzamento orizzontale, anche se il loro linguaggio è spesso sfacciatamente pop. Partendo dall’album prossimo (che non ha ancora una data di uscita) e dalla loro estetica, siamo finiti a parlare di Daft Punk. E di come i due di Forlì abbiano anticipato i due di Parigi, senza dirlo a nessuno.

Come state lavorando all’album? A che punto siamo?
Siamo ancora indietro, stiamo scegliendo che brani inserire e stiamo finendo la scrittura. Però abbiamo capito la direzione che avrà: ci saranno due estremi, una faccia molto pop, molto più di quello che abbiamo fatto finora e una parte più sperimentale, che torna un po’ all’inizio del nostro mondo più hip hop e underground. Il pop ci permetterà di muoverci verso nuovi spazi, ma volevamo tenerci una zona in cui essere liberi di fare cose che piacciono a noi e che piacciono anche a una grossa fetta della gente che ci segue.

A volte sembrate un progetto che porta avanti in parallelo sia la parte musicale che quella estetica. Gli M+A sono nati con questo intento o è una cosa che si è sviluppata col tempo?
No, non ci siamo mai posti l’idea di avere un’estetica precisa. Il nostro modo di pensare l’estetica è un contenuto quanto il contenuto stesso. È venuto molto naturale: come scriviamo quella musica, ci piace anche la grafica, tutto il mondo visuale. Viene fuori anche se non lo vogliamo.

State iniziando a portare avanti anche dei live in luoghi diversi dai club (sono invitati alla Biennale di Venezia a ottobre, ndr). Cambia qualcosa nel vostro approccio?
Siamo molto in piena per queste situazioni, quando cambi situazione, pubblico, apparato audio, dopo che fai un anno di tour nei locali, ti fa anche bene. Ci sono delle volte in cui fa schifo lo stesso come i live veri eh. Spesso portiamo in giro un set acustico che abbiamo iniziato a fare all’Orto Botanico di Padova. Andò sold-out in un giorno. A noi piace metterci in gioco, quando ce lo chiedono.

Si dice di voi che avete bruciato tanti collaboratori con cui avete lavorato…
Tutti!

Ok, tutti. Cosa vi ha fatto capire?
L’unica cosa che abbiamo capito in questi due anni è che questo percorso è solo nostro. Continuiamo ad avere dei collaboratori, c’è molto dialogo, ma non a livello di produzione. Diciamo che avevamo già un approccio da produttori.

Magari vi apre una carriera vera come producer…
Ci arrivano spesso richieste, ma perdiamo molto tempo per noi. Nessuno di noi ha studiato, abbiamo bisogno dei nostri tempi per colmare alcune lacune tecniche ma non abbiamo molto tempo per fare remix. A volte non abbiamo abbastanza tempo neanche per noi! Però sulla questione collaborazione tendiamo a fare dei featuring magari. A volte siamo stufi ad avere lo stesso sound di voce o di base, magari ho voglia di partire da qualcosa di diverso. Per esempio, adesso stiamo lavorando con due rapper americani, abbiamo registrato un pezzo con un rapper russo. Il suono del rap russo è come se fosse un synth diverso, non è il classico inglese per dire. Ci piace deviare dalla nostra matrice, ma l’ossatura deve restare quella.

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Avete mai seguito le mode? O avete sempre pensato con la vostra testa?
Come arrangiamento no, siamo sempre partiti con degli strumenti che ci hanno influenzato personalmente. A volte ci dicono che suonano un po’ 90s ma ci piace quel suono, quello che passa ora è più plasticoso. Se dovessimo stare alla moda saremmo un po’ indietro, ma non ci siamo mai posti il problema delle tendenze. In campo grafico, invece, siete più attenti. Anche quando abbiamo fatto uscire These days non abbiamo seguito le mode. Ma siamo stati fortunati. Abbiamo anticipato quello che poi avrebbero fatto i Daft Punk. Ci furono un sacco di ritardi nel nostro album, ma il master è stato depositato mesi prima dell’uscita di Random Access Memories. È stato curioso vedere che a distanza geografica e di “fama”, siamo finiti col fare le stesse cose. È una cosa che resta tra noi, sia chiaro. Ma quando saremo vecchi andremo a dirglielo. Sempre che le loro guardie del corpo ci lascino passare.

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