M. Ward e Billie Holiday: «La sua voce era una chitarra distorta» | Rolling Stone Italia
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M. Ward e Billie Holiday: «La sua voce era una chitarra distorta»

Il musicista racconta ‘Think of Spring’, l’album tributo alla cantante e soprattutto al 33 giri ‘Lady in Satin’. «L’ho scoperto in un centro commerciale, in quei suoni c’era qualcosa di spezzato»

M. Ward e Billie Holiday

Foto: Holly Andres; Michael Ochs Archives/Getty Images

La voce spezzata che sentiamo ovunque ultimamente è di Billie Holiday. A più di sessant’anni dalla morte, la leggendaria cantante è tornata di moda: è protagonista di un nuovo documentario (Billie, girato da James Erskine) e di un biopic in uscita (The United States vs. Billie Holiday, diretto da Lee Daniels e con protagonista André Day). Strange Fruit, la canzone di protesta contro il linciaggio che ha reso popolare negli anni ’30, è stata reinterpretata, campionata e portata a nuova vita. Un altro dei suoi brani è finito persino nella colonna sonora di Watchmen, la serie HBO.

Il tributo più inaspettato, però, ha la firma di un veterano dell’indie rock: M. Ward. Aveva già suonato le sue canzoni, ma il nuovo album Think of Spring approfondisce ulteriormente la sua passione per la cantante. Quasi un remake completo di Lady in Satin, l’ultimo disco che Holiday ha pubblicato in vita, Think of Spring riduce quella musica all’essenziale. Al posto delle piccole jazz band e delle orchestrazioni del passato, Ward ha suonato tutto chitarra e voce, e le canzoni della Holiday sembrano ancora più desolate che in passato.

Come racconta a Rolling Stone, ha lavorato a questo disco per anni. Come tanti altri musicisti, però, la pandemia gli ha dato tutto il tempo di cui aveva bisogno per finirlo. L’isolamento l’ha costretto a cancellare un tour mondiale, e così è finito a registrare Think of Spring nella sua vecchia casa a Portland e poi a Los Angeles, dove passa parte del suo tempo. Spera di poter suonare quelle canzoni dal vivo, quando si potrà tornare a farlo.

Mentre lavoravi all’album eri consapevole della nuova ondata di apprezzamento per Billie Holiday? 

È un’assoluta coincidenza (ride). Non riesco a capire come sia successo. Le stelle si sono allineate per il mio disco, direi. Non vedo l’ora di vedere il film di Daniels.

Perché il pubblico è ancora attratto da lei? 

Quello che ha conquistato in quanto donna, soprattutto afroamericana, è d’ispirazione per tutte le generazioni. In più, ha cantato una canzone controversa come Strange Fruit: ha senso che ispiri questa generazione e le prossime.

Sì, Strange Fruit purtroppo è di nuovo attuale…

La sua stessa esistenza è incredibile. Il fatto che la gente degli anni ‘30 la comprasse mi lascia esterrefatto. È una storia incredibile.

È uscita con un’etichetta indipendente di proprietà dello zio di Billy Crystal. La label di Holiday, la Columbia, era agitata…
Sì, è abbastanza folle. La trama s’infittisce!

Quando hai ascoltato per la prima volta la sua musica? 

Presto, a un’età in cui sei impressionabile, quando stavo stavo pensando a come fare un disco. Ho iniziato a suonare la chitarra a 15 anni. Pensavo che avesse registrato solo con piccole jazz band, che cantasse solo musica “felice”. Poi, cinque o sei anni dopo, ho sentito Lady in Satin in un centro commerciale. Non avevo idea di cosa fosse. La sua voce, paragonata a quegli arrangiamenti d’archi così belli, era come una chitarra distorta. Non avevo mai sentito niente di simile. È stato come un sogno. È quel disco che mi ha fatto impazzire per lei.

Che altro ti ha colpito dell’album? 

All’epoca studiavo le canzoni dei Beatles, avevo appena iniziato ad ascoltare John Fahey, Joni Mitchell, i Sonic Youth e a sperimentare le accordature alternative. Insomma, avevo una mentalità molto aperta. La cosa che mi ha colpito di più, però, era la sensazione che ci fosse qualcosa di spezzato nella produzione, nelle canzoni, nella voce. Non c’erano altre cantanti così. Il modo in cui interpretava quelle melodie andava contro ogni regola. Il modo in cui giocava col ritmo e le tonalità dei brani… nessuno è riuscito a fare la stessa cosa. È difficile piegare le note ed essere credibili, emozionanti. Credo si ispirasse molto al modo di suonare la tromba di Louis Armstrong, un altro dei miei idoli: forse quel disco è un’estensione di tutte le cose che mi colpivano dei due. Amo immaginarla bambina, mentre fa il mimo e imita quegli assolo.

Hai visto Lady Sings the Blues, il film con Diana Ross?
Ho letto il libro scritto da Billie Holiday, ma non ho visto tutto il film. Non mi interessava molto. A volte, quando vedi un film, la magia di alcuni dischi sparisce. A volte estingue il tuo interesse per la musica, altre lo aumenta, come nel caso di quello su Tina Turner. Non sono un grande appassionato di film biografici, ma non vedo l’ora di vedere quello nuovo su Billie.

Hai suonato la sua musica per la prima volta nel 2009, lo strumentale I’m a Fool to Want You… 

Quando ho ascoltato per la prima vota quel brano, ho pensato di registrare una versione in cui la chitarra distorta suonasse la parte di voce. Col tempo è diventato uno dei brani che ci piaceva di più fare dal vivo. La risposta del pubblico era davvero interessante, perciò mi sono messo lì e ho arrangiato tutti i brani di quel disco, canzoni che avevo ascoltato centinaia di volte. E considerato la situazione di quest’anno, senza i tour, sono riuscito a finirlo e pubblicarlo.

Avevi già pubblicato un disco in primavera, immagino che tutto questo sia successo in lockdown… 

Sì, lavoro agli arrangiamenti da un decennio, ma ho iniziato a registrarli solo un paio d’anni fa. Ho sperimentato varie accordature, cercavo quelle giuste per la mia voce. Ho fatto del mio meglio per tirare fuori gli elementi migliori degli arrangiamenti di Ray Ellis, c’è voluto tanto tempo. Con una canzone, For Heaven’s Sake, ho fatto fatica a liberarmi dalle altre versioni che avevo ascoltato. Così ho provato un’accordatura diversa, è diventato più semplice decostruirla e ripartire da capo. Quest’anno ho finito i brani e lavorato ad artwork, mastering e tutto il resto.

Hai preso in considerazione di arrangiare qualcosa per una band?
No, sapevo fin dall’inizio che avrei fatto un disco essenziale. Con le cover lavoro così da sempre, sia con Let’s Dance di Bowie che con i pezzi di Natale. E mi sembrava un suono adatto al 2020, perché potevo fare tutto a casa.

Cosa hai imparato di Billie Holiday e della sua musica, dopo esserti immerso così a fondo nella sua opera? 

Era una cantante sperimentale. Se ti metti a cantare i suoi brani, a rifare le parti di voce col pianoforte o la chitarra, spesso scopri dei piccoli viaggi fuori tonalità. A volte sono voluti, altre no. Ascoltandola non finisco mai di imparare. È tutta una questione di emozione. È impossibile replicarla, ma è facile esserne ispirati.

Credi che la sua vita tragica abbia aumentato il fascino della sua musica? 

Per me la rende più interessante, ti fa venire voglia di saperne di più. Più scopro dettagli sulla sua storia, più mi sembra simile a quella di Robert Johnson. Vieni attirato dal talento e dalle emozioni, ma è quando scopri i misteri e i drammi delle loro vite che decidi di restare.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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