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Il caos benigno di M¥SS KETA

'Club Topperia' è l'avventurosa riconquista dei club, una discoteca immaginaria in cui s'ammucchiano stili, epoche, ospiti diversissimi. Per tornare a ballare «col cuore aperto e senza pregiudizi»

Myss Keta

Foto: Teresa Ciocia

M¥SS KETA ha architettato il suo nuovo disco, Club Topperia invece che come una serie di tempi (cosa che avviene per tanti altri album) come un luogo. Questo può essere una discoteca ideale o una navicella spaziale: in ciascun caso sarebbe in continuo movimento. Ha i suoi privé, le sue piste e un bagno dove è possibile imbattersi in Francesca Cipriani. Ha perfino una stanza a tema anni ’60 in cui puoi vedere un ottantatreenne canticchiare la sua campionatura nel singolo che ha anticipato il disco; e capisci così che quello che Edoardo Vianello chiama Finimondo per M¥SS KETA è solo un capello biondo, da cui però è in grado di sollevare il mondo.

La nostra M¥SS danza e chiacchiera liberamente con le sue fonti di ispirazione che, traccia dopo traccia, decennio dopo decennio, le si materializzano davanti per un featuring o uno skit. Club Topperia è una parte di senso di nostalgia sapientemente mixata con almeno due parti di gioia di vivere. E, nonostante le tante fonti e le tantissime note, Topperia non sembra mai correre il rischio di trasformarsi in Tropperia, ma presenta all’ascolto una sua unità da Pantheon prêt-à-porter, una sua recherche sia paziente che spasmodica, nostalgica e vitale, la cui la madeleine non è gustativa ma sonora.

Cara Signora, in questi due o tre anni in cui ci siamo visti di meno non ci hai mai lasciato senza una zaffata dello spirito proattivo e anti-austerità di cui sono infusi i tuoi pezzi, e che si è rivelato estremamente medicamentoso prima, durante e dopo la pandemia. Come ti è andata?
In effetti avevamo bisogno di medicamenti dello spirito oltre che del corpo, quindi ci sta. Dunque, com’è andata. C’è stata la pandemia, c’è stato un EP, un tour inedito coi DPCM e adesso, che sembra tornata la possibilità di fare concerti all’impiedi, di fare festival con vero pubblico. E maggio ci è sembrato il momento giusto per regalare al mondo questo nuovo album e poi portarlo anche in tour. Dopo due anni pesantemente complicati è stato bello concedersi un momento di leggera frizzantezza. Posso affermare però che, senza la relativa oscurità in cui abbiamo vissuto, non sarebbe stato possibile un disco come Club Topperia, con le sue luci al neon sparate, coi suoi suoni accesi.

A proposito, qual è il posto più strano in cui non hai preso il Covid?
Devo dire Lipsia. Ero lì per una doppia uscita tedesca. Nonostante fossi super vicina al pubblico e nella platea non si indossasse alcun tipo di precauzione: raga, non me lo sono preso. È stato straniante toccare con mano i differenti atteggiamenti di due Paesi così vicini eppure così lontani rispetto alle norme in materia di prevenzione, nello stesso momento storico. Noi tutti chiusi, loro a respirare.

Ci piace che il tuo edificio musicale non si mostri labirintico e psicanalitico, ma sempre di facile accesso: non è mai un particolare problema se, da una pista, si sente la musica di un’altra o si intravede una coreografia che ci apprestiamo a imitare anche se ha tutto un altro tempo. Non c’è una strofa in cui non convivano un inno alla gioia e un de profundis. È questa la visione di Club Topperia? Contamina et impera?
Assolutamente. Avevo voglia di trasmettere un certo tipo di caos benigno. Come tutte le notti passate in un club che si rispettino non può mancare una certa contaminazione, un certo mistero e una certa nebulosità. Più che psicanalisi rivolta all’interno è volontà di riacchiappare delle relazioni esterne, anche estemporanee, di quelle relazioni che ti danno qualcosa di particolare anche se durano solo il tempo di un incontro fortuito tra una parte e l’altra della discoteca. Non è un problema se da una stanza più tranquilla senti il basso di un’altra o vedi la gente che fa il trenino o il ballo di gruppo mentre tu cerchi di fare conversazione. Da una parte Malena e dall’altra Silvia Calderoni; di qua Isabella Santacroce e di là Gué.

Non sarà psicanalitico, ma è comunque terapeutico o utile?
Solo quando apri il tuo cuore a questo tipo di caos puoi davvero guadagnare o imparare qualcosa. In questo disco ho voluto con me tanti artisti iconicamente e intimamente diversissimi tra loro. Prendi Isabella che è iconica per la sua scrittura profonda. Ha ragionato filosoficamente su temi che sono considerati, dai più, leggeri, come lo sballo della riviera romagnola, in cui lei ha scoperto delle suggestioni luminose e magiche. Prendi Francesca Cipriani, che invece è un’icona pop italiana contemporaneissima. Sono sempre stata attratta dalle figure pop forti. Così, ho portato nel disco questi clash, ho visto come stavano insieme e devo dire che convivono bene sotto l’insegna del Club Topperia, grazie alla volontà di aprirsi e di ascoltare, ritrovandosi magari nello stesso bagno.

Topperia è una avventurosa riconquista del luogo club, dopo anni di relativo allontanamento; o è la dimostrazione che la discoteca, per quanto possano provare ad archiviarla, resisterà per sempre nella mente di chi è fatto della stessa sostanza dei cubi?
Onestamente sono partita con la prima idea. Per me è stato inevitabile concepire un album così dopo due anni di chiusura. Prima che cominciasse la pandemia, nel 2019, stavamo lavorando a un album di concetto completamente diverso. Era molto dark e un po’ distopico. Passato questo periodo abbiamo cambiato direzione perché volevamo lavorare, sfogandoci, su qualcosa a cui desideravamo tornare mentalmente. Così eccoci a parlare del clubbing. Questo, per quanto riguarda la discoteca come concetto. Invece, parlando di discoteca come problema, devo dire che non so rispondere alla domanda: che ne sarà della discoteca post-pandemia; soprattutto oggi che non si sa bene dove stia andando il mondo stesso. Non so rispondere però dentro di me ho degli archetipi, dei punti fermi, e uno di questi è proprio il club. Sono nostalgica di tutto ciò che è la discoteca, anche di suoi aspetti che non ho mai vissuto, come i fasti dello Studio 54, che pure ho cercato di collocare in Club Topperia. È un po’ come immaginare un luogo perfetto: oltre al tuo vissuto finisci per metterci dentro anche le tue idee e le storie che hai sentito raccontare.

Il tuo nuovo club ha dietro di sé un’ispirazione più ecumenica e mostra presenze più multigenerazionali rispetto al tuo passato. Lo hai fatto per invitare a ballare con te un pubblico più ampio oppure volevi educare la tua corte a nuove ispirazioni ed esperienze?
Credo che sia dettato da un percorso musicale personale. Quando realizzo qualcosa tendo a voler fare il passo successivo: qualcosa in più e di diverso. Con Paprika avevo già fatto un album dai molti featuring tratti dall’ambito rap e urban. Dunque quel sassolino dalla scarpa me lo ero già tolto. Con Club Topperia ho voluto scrivere un racconto dal respiro più epico, se mi passate il termine. Una storia che fosse davvero fuori dal tempo e dallo spazio. Ho voluto allargare il parterre degli ospiti fino a mettere insieme tutte le possibili idee di clubbing che mi venivano in mente: dal Capello remixato dell’inizio degli anni ’60 alla disco; dai suoni vintage di un pezzo come Il bagno delle donne prodotto da Francesco De Leo alla house più recente di Crookers.

Un enciclopedismo discotecaro.
Sì, ma questa volontà di farmi contaminare da vari mondi (io accanto a Noemi, io accanto a Vianello), in realtà, è stato un modo per mostrare nuove sfaccettature di M¥SS, possibilmente tutte quello che possiedo adesso. Per tornare alla domanda, non so se volevo educare il mio pubblico. Forse più me stessa. Di certo volevo mettere nero su bianco quello che ho imparato in questi anni, allargando la mia visione ed esplorando nuovi territori sfruttando i link che ti propongono le persone che incroci. I featuring sono mani che altri artisti ti tendono verso i loro mondi. E a me piace molto stringerle, quelle mani.

Quando trasporterai tutto questo immaginario in luoghi reali, nel tour, come sarà l’estetica del Topperia materializzato? Come hai scelto i club che potranno giovarsi dell’essere per una notte la sede terrena del Topperia extraterritoriale che, nel disco, passa da Milano a Napoli e a Roma con la facilità con cui si apre e chiude una porta?
Ho provato a costruire delle navicelle spaziotemporali ma non ci sono ancora riuscita. Quest’estate approfitterò più semplicemente dello spazio dei festival. Club Topperia è un luogo dell’anima quindi, per fortuna, è facilmente trasportabile. L’obiettivo del tour estivo è cercare di traslare il concetto del clubbing nello spettacolo che proporremo. Sarà bello intenso. Ci stiamo preparando a ballare e a far ballare. Diversamente da un concerto tipico molte canzoni saranno mixate tra loro, ci saranno dei visual molto potenti e due ballerine sul palco. È pensato insomma come un piccolo club itinerante. Mi auguro che il pubblico riesca a entrarci sia col corpo che con la mente, perché solo quando anche il pubblico è connesso si può avere un Club Topperia.

Ci ha sorpreso la profondità del cameo affidato a Malena in Scandalosa (“Lo scandalo è negli occhi di chi guarda / e io ti sto guardando”). Come mai hai scelto questa pornodiva per un ruolo così importante alla tua corte?
Ho conosciuto Malena l’estate scorsa, mentre ero in tour coi DPCM a Gallipoli. Ci siamo subito scambiate delle visioni. Le piaceva molto il fatto che io fossi così libera sul palco. In effetti sul palco ci vado come in trance agonistica. Faccio solo quello che desidero in quel momento, riesco a scardinare in qualche modo l’occhio esterno, con cui purtroppo la società ci schiaccia; e avvio finalmente l’occhio interno, che reca piacere prima di tutto a me. Sentendomi cantare Malena ha intuito tutto questo. La sua scelta di essere una pornodiva è stata molto complicata dal punto di vista dei rapporti esterni a lei, non di quelli con sé stessa. Lei lo aveva accettato, era il suo sogno e lo voleva seguire. Mi ha parlato delle problematiche legate al conciliare una vita normale col suo lavoro; del fatto che le persone non riescono a capire che tu puoi essere una pornodiva ma anche un’amica affettuosa e affidabile o una persona a cui piace cenare con gli amici. Abbiamo parlato delle etichette che ti vengono affibbiate e di come sia difficile distinguere tra ciò che sei sul palco o in certi ambiti lavorativi e quello che sei nella vita. Siamo arrivate così all’idea di scandalo. Spesso quello che ti viene più naturale viene visto dagli altri come una sfida verso di essi, una provocazione. Quando mi sono messa a scrivere Scandalosa con Zef e Jacopo Ettorre è venuta fuori l’idea di una M¥SS che si appropria dello sguardo degli altri e lo dirige, lo usa. Allora mi è tornata in mente Malena: la personificazione della Scandalosa che domina lo scandalo. Con quella chiusa abbiamo suggellato il nostro incontro.

Un’altra curiosità sui featuring è come mai, tra i pochi uomini del disco, ma tra i tanti che avresti avuto ai tuoi piedi per un’ospitata, hai scelto proprio Dargen D’Amico. Cos’ha Dargen che gli altri non hanno?
Per prima cosa Dargen è una delle persone più simpatiche che io abbia mai conosciuto nella mia vita. Per seconda cosa: una parte fondante dello studio musicale di M¥SS è stato l’EP di Crookers, e DumbBlonde, che conteneva La cassa spinge. Fu il primo EP di elettronica rappato da una donna italiana con temi decisamente spinti, che fino ad allora erano state trattate da uomini. Sono innamorata di quel disco. L’orgia di M.G. (il pezzo col featuring di Dargen D’Amico, nda) mi ricordava tantissimo quel beat, di cui Crookers e Dargen sono i padri fondatori. Se poi pensiamo a quanto sia buffa e divertente la storia dell’orgia di M.G., con questa ragazza che si ritrova sderenata da una parte all’altra di Roma – città in cui mi sento sempre un pesce fuor d’acqua, con quelle strade enormi in cui non si capisce niente – è stata molto naturale la scelta di chiamare Dargen, proprio per formare una coppia di milanesi spaesati alla ricerca di una festa. Molti rapper sono spaventati dai beat elettronici e dall’autoironia, ma non Dargen.

A un certo punto, con la decima traccia, La stanza dell’arte, arriva l’epifania preziosissima di Silvia Calderoni, maestra della performance di ricerca. Com’è andata la storia tra voi due?
L’avevo vista nella Leggenda di Kaspar Hauser, un film bellissimo che ho visto durante il primissimo lockdown e che tanto mi ha ispirato per Giovanna Hardcore. Nel film c’è un momento in cui c’è un dj set a picco su una scogliera. Nella mia mente è stata subito Giovanna Hardcore che ballava fra le casse in mezzo alla natura selvatica. Ero rimasta folgorata dalla performance di Silvia: non avevo mai visto qualcuno recitare così in un film. Adoro quando c’è quel tipo di confusione tra maschile e femminile, in cui è tutto fuso. Da lì l’ho inseguita e sono riuscita a inserirla in uno dei due skit del disco, che sono dedicati a due punti storici del Cocoricò di Riccione: uno è lo Strix, ovvero un privé che prende forma dal bagno delle donne (dove incontro Francesca Cipriani); l’altro è la cosiddetta Stanza dell’arte, dove venivano ambientate performance di vario tipo. Ho voluto far abitare questa stanza a Silvia, senza sapere ancora che in una fase della sua vita lei aveva praticamente vissuto al Cocoricò, facendo la porta. Una chiusura del cerchio abbastanza particolare.

C’è qualcuno che ti sarebbe piaciuto strappare alla vita reale per un featuring, senza riuscirci?
Mina. Sono riuscita a togliermi molti sfizi, ma il mio sogno è lei e non so se si realizzerà mai.

Lo abbiamo già chiesto ad artisti i cui pezzi sono dichiaratamente danzerecci, ma anche ermeticamente significativi: preferiresti essere capita o ballata dal tuo pubblico?
Senza alcun dubbio ballata, col cuore aperto e senza pregiudizi. È questo il modo giusto per ballare la M¥SS.

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