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“Post Pop Depression”, l’ultima tentazione di Iggy Pop

La leggenda del rock ha chiesto aiuto a Josh Homme per creare un disco potente e dalle idee chiare. Con uno scopo ben preciso: sentirsi sempre all’altezza dei tempi
Iggy Pop, Josh Homme e Dean Fertita dei Queens of the Stone Age e la batteria di Matt Helders degli Arctic Monkeys. Foto: Andreas Neumann

Iggy Pop, Josh Homme e Dean Fertita dei Queens of the Stone Age e la batteria di Matt Helders degli Arctic Monkeys. Foto: Andreas Neumann

A Times Square il traffico è tranquillo e anche d’inverno ci si può sedere ai tavolini dei bar all’aperto. Ci sono classi di studenti che fissano gli schermi pubblicitari sulle pareti dei palazzi, con le insegne digitali animate e le scritte scorrevoli di Apple, Diesel ecc. Solo la caserma della NYPD e la stazione di reclutamento dell’US Army, strettamente presidiata, ricordano la vecchia, cattiva Times Square. “The Heart of the World”, come Nik Cohn – scrittore pop inglese – definiva nell’omonimo romanzo il lungo canyon di edifici al di sopra della 42esima strada. Nel libro di Cohn, sono i tossici, le prostitute, i perdigiorno, i senzatetto e i bigliettai dei cinema porno, a essere i sordidi protagonisti della parte marcia della Grande Mela. In questo tableau vivant non potevano certo mancare i musicisti: tipi incalliti che vivono nelle topaie da quattro soldi della zona. Mentre di notte scrivono canzoni con una bottiglia scadente sul tavolo, fuori il cuore della metropoli si trasforma in una distopia al neon. Un incubo che sembrava pensato apposta per quel rock&roll che personaggi come Lou Reed, i New York Dolls o l’elettro-dandy Alan Vega portavano negli angoli più bui della città.

Appena arrivato da Detroit, anche Iggy Pop aveva attinto da questa energia così vibratile di Midtown, una zona di Manhattan ora quasi completamente occupata da Starbucks e negozi di design. Ma quelli erano i primi anni ’70 e, al bancone del leggendario nightclub Max’s Kansas City, Iggy Pop faceva conoscenza con la sua controparte: David Bowie. Adesso accanto alle piste ciclabili, alle brasserie con le Pale Ale (invece della solita bionda Rolling Rock locale) e a Broadway temporaneamente chiusa, sono le sedi dei giganteschi studi di avvocati con le pareti a specchio e i grattacieli di 70 piani con gli appartamenti di lusso a dominare la zona attorno a Times Square, una volta malfamata. Se su Broadway ci si sposta di qualche isolato verso Uptown, arriviamo al Winter Garden Theatre, dove il musical School of Rock non smette mai di avere successo. Alla parete accanto all’uscita campeggia un graffito con l’albero genealogico della musica pop-rock dalla fine degli anni ‘50: gli scapigliati dell’underground come parte integrante dell’intrattenimento più mainstream. È questa l’era della depressione post pop?

«Oh no, non sono arrivato a tanto», ride Iggy Pop a sentire dei miei tentativi di interpretazione. «Il titolo dell’album non è amaro; ma non vuole nemmeno sembrare una resa dei conti con la cultura pop. È invece una questione più personale, che mi fa riflettere: cosa sarà di te dopo tutti questi anni di servizio? Avrai il giusto riconoscimento? Nel sistema americano vige una concorrenza spietata; cosa succede quindi se alla fine sembri a tutti – speriamo non a te stesso – inutile? Riesci a fartene una ragione? Per l’album mi ero immaginato un personaggio molto preciso: un tipo a metà tra un veterano di guerra… e me stesso!».


Con i suoi 68 anni, Iggy Pop siede accanto a Joshua “Josh” Homme, un colosso californiano di quasi due metri, che il 17 maggio ne farà 43. Un quarto di secolo divide l’anno domini degli Stooges dall’inizio degli anni ’90, quando sono nati i Kyuss, poi diventati Queens of the Stone Age e Eagles of Death Metal. Due leggende, due spiriti irrequieti, che nel ping pong della conversazione si completano come quelle coppie di artisti sposati da una vita. Uno non perde mai di vista il filo del discorso (Homme), l’altro fa il brillante con aneddoti divertenti (Pop). «C’è ancora quel greco sulla Hauptstraße a Schöneberg?», ecco che Iggy inserisce tattico una storiella su Berlino non appena Homme deve allontanarsi perché sua figlia, che si trova a Burbank sul Pacifico, gli vuole augurare il buongiorno.

«Da lui prendevamo sempre il “piatto dello studente” per cinque marchi; poi lì accanto c’era un supermercato dove non ti veniva nemmeno voglia di rubare le bottiglie di vodka, tanto costavano poco». Erano gli anni d’oro di Berlino, un vero paradiso per chi era a corto di soldi e voleva darsi per un po’ alla macchia. Non appena Homme ritorna, riprende senza troppi complimenti le redini del discorso e attacca con il suo pistolotto sul Mojave. Parla dello studio allestito in un bungalow; hanno registrato lì il nuovo album di Iggy, un disco moderno e vitale: «Nel deserto non hai nulla, l’isolamento ti obbliga a concentrarti sulle cose essenziali. Questa costellazione fa bene all’arte». In questa costellazione, siedono sul divano di pelle nell’esclusiva business suite del Mandarin Oriental Hotel che sovrasta il Columbus Circle. Al 53° piano, per l’esattezza, con vista sul mare di case di Upper West Side.

Una panoramica che non fa certo pensare a un’atmosfera deprimente. Bisogna quindi trovare un’altra chiave di lettura per la “depressione pop 2016″. Il fascino alla Madama Butterfly dell’hotel asiatico di lusso è un pugno nell’occhio allo scenario pulitino di Manhattan. La realtà della “Kill City” di una volta continua a vivere nei varietà, nei fumetti o nelle t-shirt dei Ramones di American Apparel. Il punk diventa un accessorio, e il rock&roll una performance storica, in una realtà sempre più virtuale. Una rappresentazione che – di fronte a eventi mondiali drammatici e reali, come la sparatoria dell’Isis al Bataclan parigino – può sicuramente sembrare arrogante, o di cattivo gusto. Ma sarebbe troppo semplice abbandonarsi a un deprimente pessimismo culturale. Nemmeno Iggy e Joshy ne hanno voglia. Non sono i predicatori di una retro-cultura che va preservata mentre tutto attorno i tempi cambiano in modo radicale.

Iggy Pop compirà 69 anni il prossimo. Foto: Andreas Neumann

Matt Helders (batterista degli Arctic Monkeys) e il polistrumentista Dean Fertita (dei QOTSA) hanno registrato l’album con Iggy e Josh. La composizione di questo celebre quartetto potrebbe far sorgere qualche critica: sta forse tornando in auge la super-band? Siete i nuovi Emerson, Lake & Palmer? «No, un momento!», sbotta Josh Homme (t-shirt bianca modaiola, jeans, taglio rockabilly con codino). «Ma che ELP! Siamo semplicemente la band che inciderà il nuovo album di Iggy. È lui il boss. È stata sua l’idea. Ci ha dato lui le direttive artistiche». Iggy Pop (pullover raffinato con scollo a V, pantaloni eleganti neri, collana d’argento, capelli sfrangiati e spettinati) annuisce saggio e ridacchia malizioso. Con il suo corpo asciutto e abbronzato, sembra una via di mezzo tra un capo tribù indiano e un’atletica pensionata di Beverly Hills. Chi lo conosce da decenni come un guerriero da palcoscenico, si meraviglierebbe dei modi gentili e colti con cui snocciola perle di saggezza, citazioni letterarie e aneddoti. E di certo Iggy Pop non ha l’aria di un nonnetto escluso dallo showbiz, che è riuscito a traghettare alla meno peggio la sua icona di leggenda dagli anni d’oro del rock agli anni ‘10 del XXI secolo. Sta veramente bene, dice. A parte l’operazione alla schiena a cui si è sottoposto da poco in una clinica privata di Düsseldorf, e che è riuscita a passare inosservata alla stampa di gossip locale. La scarpa ortopedica nera al piede destro con il plantare rialzato fa pensare a una vertebra incrinata. Non è certo una bella cosa, ma non c’è da stupirsene, dopo tutto quello sfiancante sesso, droga and rock&roll.

“My shadow is walking in front of me”, canta con voce roca e cupa sulle note brusche di una chitarra di In The Lobby. Il quarto pezzo di Post Pop Depression è un paragone tra il passato (“It’s all about the edge, it’s all about the dancing kids, it’s all about the sex”) e il presente. I “kids” che ballano nella canzone diventano “pricks” (degli stronzi, nda). Nei versi successivi, Iggy offre la sua diagnosi dei tempi e il suo sguardo sul mondo, da sarcastico ad amaro come la bile. In fondo, la maggior parte degli artisti della sua generazione non abbandona quasi mai la cosiddetta “comfort zone”. Perché chi è riuscito a diventare una leggenda del pop preferisce evitare di affrontare nuove sfide. Ma non l’inossidabile James Newell “Jim” Osterberg di Muskegon, che dopo la reunion degli Stooges nel 2013 (con il più che rispettabile album Ready To Die) si era guadagnato lo status permanente di eroe. Iggy ha cercato una nuova sfida, l’ha studiata e l’ha pianificata nel dettaglio. Un tempo, il progetto di Iggy Pop insieme a Josh Homme si sarebbe definito “concept album”. Visto che i concerti della reunion degli Stooges sembravano incontri di arzilli pensionati Hell’s Angels, questa volta ha optato per un dialogo tra diverse generazioni di rock. Una joint venture con i “giovani”, si potrebbe dire. E così ha deciso di dar vita a Post Pop Depression assieme a uno fatto della sua stessa pasta, a uno che gli tiene testa e che ha alle spalle una lunga carriera pop: Homme è fondatore del cosiddetto stoner rock, con alle spalle una dipendenza da droghe, risse e un matrimonio anti glamour con l’icona del punk femminile Brody Dalle, da cui ha avuto una figlia, Camille, che ha già 10 anni.

Ma come fanno delle anti-star mondiali, che si trovano in continenti e fusi orari diversi, a decidere, per un puro guizzo creativo, di fondare un collettivo temporaneo di artisti? «Prima di tutto: con la più assoluta segretezza! Per molto tempo veramente nessuno ne era a conoscenza, non c’era un’etichetta, un luogo… nulla», sussurra Iggy come farebbe una spia in piena guerra fredda. «E io sono davvero entusiasta che ci siamo riusciti così bene. Senza distrazioni, concentrati solo sulle cose fondamentali». E come in un thriller di spionaggio, per convincere Josh Homme del suo piano, Iggy gli ha consegnato un voluminoso dossier avvolto in carta da pacchi. «Conoscevo e stimavo Iggy da anni. E improvvisamente avevo tra le mani quella raccolta, le sue poesie, dei documenti sulle registrazioni di Lust for Life che contenevano un sacco di roba personale», racconta Homme. «… E pure le mie esperienze sessuali a Berlino», aggiunge Iggy ridacchiando.

Questo materiale completamente eterogeneo costituisce la base del disco. Poi Homme, nel corso di conversazioni riservatissime, lo ha distillato e trasformato in materia musicale che un bel giorno era pronta per essere interpretata. «Tutti noi abbiamo storie e vite molto diverse», cambia tono Josh Homme, «non avevamo nemmeno intenzione di metterci a lavorare strafatti a sessioni di registrazione infinite. Gli anni ’70 sono finiti da un pezzo, e per nulla al mondo volevamo superare i Rolling Stones con le loro sessioni di Exile on Main St. Era chiaro a tutti: siamo uomini maturi senza problemi di ego, e vogliamo fare musica per adulti».

È stato Iggy a pensare di trasferire in tempi di twostep e dreampop – sotto la direzione di Josh Homme – gli album epocali incisi nel 1977 con David Bowie a Berlino: The Idiot e soprattutto Lust For Life. Durante l’intervista, Homme tamburella di tanto in tanto con le dita sul tavolino il ritmo che ha adattato per Tribal Beats in Post Pop Depression. «Ovviamente c’erano momenti in cui Iggy non era per niente convinto delle mie proposte. Ma riusciva a fare le sue modifiche, come un artista che si libera dalle catene, senza creare confusione, bloccare o rovinare le sessioni di lavoro», così parla Homme del modus operandi di Iggy.

Sembra che Iggy Pop si sia allontanato dalla visione brutale del rock e dai concerti kamikaze con fratture multiple e fiumi di sangue, e sia giunto piuttosto a uno stadio di riflessione profonda. Iggy sembra oggi semplicemente troppo abile e saggio per le cadute di stile. Certo, la sua lunga – e spesso autodistruttiva – carriera da solista ha registrato anche scivoloni tra la fine degli anni ’80 e il 2000. Dopo l’orrendo Blah Blah Blah (1986), è arrivata la stanchezza di un punk rocker che aveva superato la soglia degli “anta”. All’epoca aveva all’incirca l’età che ha oggi il suo collega di studio Josh Homme. Sono poi seguiti circa due decenni e mezzo di dischi mediocri e spossanti piazzamenti sotto la 50esima posizione nella classifica di Billboard. Iggy Pop allora si sentiva “vecchio”. È stato in quel momento che è nata l’idea della “Pop Depression”, e lui è rinato tornando a essere il folletto di un tempo. Non ci sono più tanti musicisti del suo calibro. Sulla morte di David Bowie non vuole più pronunciarsi. In Post Pop Depression è possibile sentire lontani rimandi alle opere recenti di Bowie e un’eco sottile dell’Hansa Studio. Ma nulla di più. E così alla fine ascoltiamo ancora una volta la canzone più riflessiva: German Days – un passaggio di chitarra alla Johnny Marr su una voce pastorale di Iggy, un tributo allo “champagne on ice” e alle notti insonni trascorse a far festa. E qui tira fuori un altro aneddoto, di quel burlone della Nürnberger Straße che lo aveva chiuso con una chiave speciale dentro una cabina telefonica. «Ero completamente fatto di qualcosa, una pattuglia della polizia mi ha liberato senza nemmeno stupirsi troppo del mio stato. Addirittura, su Bild è apparsa la notizia: “Rockstar intrappolata è stata liberata”, una roba del genere, ha ha ha!». Post Pop Depression, invece, non si concede ironie o stranezze. «Quello che volevamo fare», dice Iggy, «è semplicemente un buon album, all’altezza dei tempi».

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di marzo.
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